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Pd, la lunga agonia

Autore: . Data: martedì, 26 gennaio 2010Commenti (0)

La vittoria di Vendola scompagina gli equilibri nel centro sinistra.

L’esito delle primarie pugliesi ha un significato solo locale? Vendola, leader di un partitino dal due per cento, Sinistra libertà ed ecologia, ha stravinto su Boccia, che non solo era stato indicato da una formazione vicina al 30 per cento, ma era forte dell’appoggio di Massimo D’Alema e rappresentava il possibile futuro volto nuovo dell’area riformista.

Che il governatore sia il protagonista di una amministrazione inedita e di straordinaria qualità è tutto da dimostrare, anche sulla base dei non pochi scandali ed errori capitati, tra un problema e l’altro di assetto politico della coalizione al governo della Regione.

Vendola da tempo si è cucito addosso il ruolo di ‘riformatore’ della sinistra: capo-poeta, cattolico-comunista, innovatore-tradizionalista, popolare-populista ed altro a seconda delle stagioni.

La Puglia è stata per trent’anni il luogo nel quale Massimo D’Alema ha legittimato la propria leadership nazionale. D’altra parte lì lo mandò Berlinguer, all’inizio degli anni ottanta, perchè si facesse le ossa. Era in uso nel Pci che i ‘previsti grandi capi’, prima di entrare a Botteghe Oscure (la stanza dei bottoni comunista), si allenassero in una Regione, cominciando da funzionari semplici per diventare poi segretari regionali e quindi approdare a Roma.

Per l’unico presidente del Consiglio ex comunista della storia repubblicana, il cammino fu accidentato. I ras locali non lo volevano, la sua cultura era assolutamente lontana da quella che permeava le impolverate pareti delle federazioni pugliesi, era un uomo aperto che lasciava spazio anche a chi era considerato eretico dalla struttura rigida del partito contadino. Per di più non frequentava l’apparato e passava il proprio tempo con persone della sua età o anche più giovani, anche perchè proveniva dalle segreteria della Federazione giovanile, aveva vissuto il ’68 e giocava non male a Pacman, uno dei primi videogiochi.

A quei tempi il giovane D’Alema per portare a termine la missione costruì, però, alleanze coi suoi avversari interni, gente dura ed a volte spietata, e finalmente riuscì ad espugnare la difficile segreteria del partito pugliese. La leggenda di quegli anni lo voleva successore in pectore di Berlinguer, scelto personalmente dal ‘sardo’ per guidare il più grande partito comunista di tutto il mondo occidentale e questo gli conferiva uno spessore speciale in una terra che da anni non riusciva ad esprimere dirigenti nazionali di particolare rilievo.

La Puglia diventò la sua base elettorale, tanto da spingere un ragazzo romano, cresciuto a Genova e studente a Pisa, a definirsi ‘meridionale’. Il ‘grande manovratore’, come lo definiscono quasi tutti, era uomo di principi, rigido nell’apparire, ma capace di ascoltare e di cambiare anche idea, qualche volta.

Da quei tempi molte cose sono cambiate: ha mostrato di non saper scegliere i collaboratori, ha sbagliato un numero impressionante di ‘ipotesi strategiche’, non è stato in grado di smussare gli angoli acuti del proprio carattere, a volte ha preferito campagne di immagine demenziali (il risotto ai funghi a Porta a Porta, per altro cucinato con vino rosso, vero orrore per un cuoco anche mediocre), a volte ha esagerato con esternazioni fredde ed inutilmente ciniche.

La stravaganza della storia ha voluto che durante ‘l’educazione dirigenziale’ pugliese di D’Alema, nella stessa Regione vivesse il ben più giovane Vendola, già allora verboso ed apparentemente stravagante, in realtà anche lui buon navigatore per i mari perigliosi di un partito che non permetteva troppe divagazioni dalla linea ufficiale. Per salire fino gli uffici che contavano nel Pci si applicava la regola ferrea della cooptazione, ovvero un sistema che delegava solo ai capi più autorevoli la selezione dei nuovi quadri dirigenti. Per una erronea interpretazione del marxismo la democrazia da quelle parti era considerata un ‘vezzo borghese’.

Un preveggente leader diventato comunista dopo una lunga militanza nel Psiup, Lucio Libertini, disse in quegli anni lontani: “Si scelgono dei successori un po’ più scemi per non correre rischi, poi quando si va in pensione quelli fanno lo stesso ed alla fine ci troveremo in mano agli imbecilli”.

Le primarie di domenica, al di là di ogni ragionevole dubbio, hanno rotto definitivamente il legame tra la Puglia e DAlema. Mai più il ‘lider Massimo’ sarà guardato da quelle parti come l’uomo della provvidenza, il rappresentante di una terra operosa e maltrattata, il ‘meridionale’ grande statista di livello internazionale.

E l’onda lunga del disconoscimento arriverà presto fino alla lontana Val D’Aosta, a Pantelleria, nel delta del Po. Lo scossone così assumerà forma di tsunami, mettendo in crisi la nuova segreteria Bersani, che sulla linea dalemiana dell’accordo con l’Udc ha fondato la propria prospettiva futura.

Il laboratorio pugliese è diventato in realtà un ‘piccolo chimico’ nelle mani di un politico che ha perso il rapporto con le proprie radici e con il proprio popolo. D’Alema è al momento incapace di comprendere come il consenso sia figlio delle aspirazioni dei cittadini. Dirigere vuol dire organizzare i sogni disordinati degli elettori, non inventare formule nelle quali non c’è più nulla di umano e tutto si trasforma in una specie di Risiko dove sono i dadi a regalare la vittoria.

Il berlusconismo ha portato via alla sinistra la capacità di innovare e con la battaglia pugliese si è prodotto uno scontro inutile, tra un governatore senza partito e con poche idee ed un burocrate frigido come Boccia, talmente lontano dal proprio elettorato da portarsi dietro il cantante Califano come testimonial. Un artista senza dubbio ‘nero’ e di destra.

Le conseguenze sono evidenti: la fronda interna al Pd, guidata da Franceschini e Veltroni, è già pronta all’attacco, nega il proprio passato ‘integralista’ e saluta Vendola e Bonino come prototipi del partito onnivoro ed omnicomprensivo. Intanto la segreteria Bersani insiste nella ricerca del centro, aggiungendo al disorientamento generale una profonda disaffezione per la politica degli ideali. Il partito democratico si sta dispiegando su tutto il fronte e le già pesanti falle diventeranno voragini, che alla fine (dopo le regionali) lo annienteranno.

I cittadini, non solo quelli pugliesi, dopo il tracollo dalemiano non avranno un altro alchimista da amare ed odiare allo stesso tempo e il vincitore di oggi, Vendola, oltre le parole non offre altro. E’ seguito e super votato perchè non ci sono alternative, non perchè sia realmente capace di scrivere una pagina nuova per la sinistra italiana. Come la storia della sua già moribonda creatura (Sinistra libertà ed ecologia) racconta molto bene.

Il Giano bifronte fondato da Margherita e Ds ha retto perchè il sottogoverno gli ha permesso di mantenere una percentuale elettorale e gli scandali, le inchieste, alcuni episodi di corruzione dimostrano come la ‘diversità’ della sinistra abbia lasciato il posto ad una formazione che sulle clientele ha basato gran parte della capacità attrattiva.

Una prevedibile sconfitta a marzo e la voracità del centro destra, pronto a mangiarsi anche il più insignificante dei posti a disposizione, chiuderanno il rubinetto delle convenienze ed in quel momento il castello di carte crollerà rapidamente.

Si capirà allora che la politica progressista ha bisogno di idee, di identità, di esperienza per coinvolgere i cittadini in un processo che non si basa sulle ‘riforme istituzionali’, ma che pensa alla qualità della vita, alla difesa dell’ambiente, alla crescita dei diritti civili, alla passione per l’eguaglianza, al rispetto per le minoranze, al diritto al lavoro ed a contratti di assunzione trasparenti, alle opportunità per tutti.

La sconfitta alla quale D’Alema ha trascinato il suo partito è quindi l’ultimo ed il più grave dei suoi sbagli e non propone rimedi. Adesso c’è solo da capire come difendere la democrazia italiana, perchè con la dissoluzione del suo principale partito l’opposizione rischia di contare ancor di meno. E con il regime del Cavaliere questo è un lusso del quale si deve gioco forza fare a meno.

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