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La Rai di chi ‘scende in campo’

Autore: . Data: lunedì, 25 gennaio 2010Commenti (0)

I telegiornalisti in politica sono troppi. Informazione al servizio.

Con l’annunciato e poi smentito arrivo di Attilio Romita, la squadra dei ‘reporter di partito’ si allunga. A Piero Badaloni, Piero Marrazzo, David Sassoli, Lilli Gruber, Francesco Pionati, Michele Santoro, Beppe Giulietti ed alcuni altri si è aggiunto anche il conduttore del Tg1, al quale erano anche affidati i servizi politici della più seguita testata giornalistica televisiva.

Che nella azienda pubblica sia indispensabile essere ‘in quota’, ovvero rappresentare una formazione politica per lavorare o fare carriera, è un fatto tristemente noto da anni e sono lontani i tempi della gestione Bernabei, quando per i corridoi di Viale Mazzini circolava la battuta (credibile) secondo la quale le assunzioni dovevano prevedere cinque dc, tre socialisti, un comunista e almeno uno bravo.

Persino le domande imbalsamate degli anni settanta oggi sono un ricordo e i reporter mandano in onda i monologhi di Bonaiuti, le amenità di Gasparri, gli anatemi di Cicchitto senza colpo ferire, intervallandoli con le dichiarazioni frigide di Bersani, D’Alema o Finocchiaro o le sempre più rare comparsate di Di Pietro.

Il giornalismo televisivo nell’epoca berlusconiana non deve raccontare la realtà, non è ispirato dalla regola deontologica che vorrebbe “i fatti separati dalle opinioni”, ma piuttosto si inchina al motto: “Solo opinioni al di là dei fatti”.

La sindrome vale a destra, a sinistra ed al centro, anche perché tutti tengono famiglia, gli stipendi non sono disprezzabili e l’indipendenza è un merce pericolosa da maneggiare. Quei pochi che non hanno voluto cedere del tutto sono scomparsi nel nulla, relegati in qualche stanza nella quale sopravvivono in un letargo spesso malinconico.

Il nuovo manuale che vuole cinque alla maggioranza, mezzo all’opposizione e vada al diavolo chi è bravo, ha prodotto uno dei peggiori prodotti informativi del mondo occidentale. Di conseguenza la consapevolezza dei cittadini italiani si è ridotta al lumicino e la libertà di conoscenza è stata gravemente limitata.

Le prossime elezioni regionali hanno riaperto la questione. La pur ritirata candidatura di Romita dovrebbe comunque indurre il conduttore ad una immediata decisione, quella di dimettersi dall’azienda. Perché è chiaro come anche il solo supporre di ‘voler scendere in campo’ sia incompatibile con il dovere all’obiettività.

Adesso chiunque  è in grado di capire che qualsiasi cosa dica, Romita è comunque condizionato dalla sua appartenenza partitica e di conseguenza è poco credibile.

Lo stesso scrupolo avrebbe dovuto sfiorare Badaloni, Santoro o Gruber e sarebbe auspicabile indichi la strada a Marrazzo, forse prossimo a rientrare nei ranghi.

Da molti anni la stessa polemica tocca i magistrati, che però non di rado si dimettono, come ha fatto De Magistris quando è stato eletto al Parlamento europeo.

Svolgere una professione ‘delicata’ deve limitare la libertà di partecipazione attiva alla politica? Certo che no, ma in un Paese normale. In un luogo nel quale le assunzioni, le carriere e le responsabilità sono il frutto di una imparziale disamina delle competenze, nulla impedisce a chiunque di dedicarsi alla vita dei partiti.

In Italia, invece, non sempre è popolare chi è bravo o si è affermato perché sa fare il proprio mestiere. Qui nessuno crede che chi cede alla tentazione di trasformare le notizie  in comunicati stampa della propria parte possa correre il rischio di un licenziamento in tronco. Anche perché il direttore stesso è scelto dai partiti e la pratica della punizione per i ‘manipolatori’ non è conosciuta.

Insomma, nelle società nelle quali la democrazia è reale i professionisti possono tranquillamente occuparsi di politica. In Italia, dove il regime dei partiti lottizza qualunque spazio e luogo, non esistono garanzie di indipendenza e quindi la libertà di opinione è un concetto relativo.

Romita si dimetterà allora? Certamente no, in qualunque caso, come non ha fatto quasi nessuno dei suoi colleghi nella stessa situazione in passato. E l’obiettività? Quella non c’era prima e non ci sarà domani e forse i cittadini dovrebbero cominciare a rendersi conto della situazione.

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