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Il vescovo e l’invenzione della Shoah

Autore: . Data: giovedì, 28 gennaio 2010Commenti (0)

Retaggio antisemita nelle parole di monsignor Tadeusz Pieronek. Mentre un libro fa luce sulle pesantissime responsabilità italiane

Non ha suscitato particolare scalpore la recente affermazione del vescovo emerito polacco Tadeusz Pieronek – nel corso di un’intervista al sito ‘Pontifex’ ripresa da alcune agenzie di stampa – secondo la quale la Shoah “come tale è una invenzione ebraica”.

D’altronde la Giornata della Memoria scivola via, anno dopo anno, come avvenimento rituale e stantio: una sorta di dovere civico ammuffito, un po’ come i cortei che ricorrono ogni 25 aprile, aperti dai gonfaloni e da annoiati sindaci fasciati col tricolore.

L’immagine è forte, provocatoria e darà fastidio a qualcuno. Eppure proprio perché le affermazioni antisemite di qualche porporato (che, se potesse, metterebbe all’Indice più di un libro) continuano a non preoccupare, visto che le urla scomposte di qualche centinaio di ultras (“Non ci sono negri italiani”) restano relegate a margine delle cronache sportive per poi scomparire, bisognerebbe iniziare a discutere seriamente del problema, senza scorciatoie, senza che qualcuno tenti di improvvisare levate di scudi (arrugginiti col tempo).

Torniamo al vescovo. “Nei campi di concentramento – ha affermato – è innegabile che la maggior parte dei morti furono ebrei, ma nella lista ci sono zingari polacchi, italiani e cattolici. Dunque non è lecito impossessarsi di quella tragedia per fare della propaganda. La Shoah come tale è una invenzione ebraica, si potrebbe allora parlare con la stessa forza e fissare una giornata della memoria, anche per le tante vittime del comunismo, dei cattolici e cristiani perseguitati e così via. Ma loro, gli ebrei, godono di buona stampa perché hanno potenti mezzi finanziari alle spalle, un enorme potere e l’appoggio incondizionato degli Stati Uniti e questo favorisce una certa arroganza che trovo insopportabile”.

Non contento, il presule si è improvvisato commentatore di politica estera, cimentandosi con la seguente domanda (che non fa onore al giornalista che gliel’ha rivolta, considerato l’interlocutore): gli israeliani rispettano i diritti umani dei palestinesi? “Vedendo le immagini del muro che è stato recentemente costruito, è innegabile affermare che si commette una colossale ingiustizia nei confronti dei palestinesi che sono trattati come animali e i loro diritti umani sono a dir poco violati. Ma di queste cose, complici le lobbies internazionali, si parla poco. Si faccia una giornata della memoria anche per loro. Certo, tutto questo non smentisce la vergogna dei campi di concentramento e le aberrazioni del nazismo”.

Bontà sua, in coda al profluvio di corbellerie antisemite e alle banalità filopalestinesi (del tutto condivisibili, peraltro), il porporato si è messo al riparo dalle possibili critiche vaticane. E a proposito di banalità, non si è distinto per particolare sagacia nemmeno Benedetto XVI. Che domenica scorsa, durante la visita alla sinagoga di Roma, ha rievocato il primo grande rastrellamento del Ghetto, definito “una tragedia di fronte alla quale molti rimasero indifferenti”.

Indifferenti? Non proprio, vien da dire. Tralasciando le folle oceaniche di piazza Venezia, ci viene in aiuto Liliana Picciotto, la più importante studiosa italiana della Shoah, che ha da poco pubblicato per Mondadori “L’alba ci colse come un tradimento”. A Gianluca Di Feo dell’”Espresso” il merito di aver raccontato il “senso” del libro contestualizzandolo con la Giornata della Memoria e mettendo in luce il contributo degli italiani “brava gente”. Sono “migliaia gli ebrei catturati dalla polizia e consegnati ai tedeschi, senza pietà per donne, vecchi e bambini. Una macchina di morte voluta da Mussolini”.

Le storie agghiaccianti scorrono pagina per pagina, basta metterle in fila e ricostruire scrupolosamente la barbarie. Dall’italianissimo commissario “che arresta una bambina di sei anni, individuata a Venezia nella famiglia dove i genitori l’avevano nascosta, e la accompagna a Fossoli fino a quel recinto di filo spinato alle porte di Carpi: il primo passo di un cammino che si sarebbe concluso nella camera a gas”.

Così come “erano italiani i loro colleghi delle forze dell’ordine che dal novembre 1943 alla fine della guerra hanno dato la caccia agli ebrei in tutte le città del Nord. Retate ricostruite nel dettaglio in un volume che spazza via i luoghi comuni sulle responsabilità della Repubblica di Salò nell’Olocausto e ci costringe a guardare un capitolo della nostra storia che da 65 anni nessuno vuole approfondire”.

Liliana Picciotto si è limitata a sintetizzare anni di ricerche. Non ha commentato, non ha giudicato, ha reso pubblici documenti, frutto di anni di ricerche: “Calcola le presenze nelle anticamere padane dei lager in base alle razioni di pane fornite, confronta diari e testimonianze, atti di processi nascosti nel dopoguerra in nome della ragione di Stato. Al momento dell’armistizio – ricorda Di Feo – nel territorio della Repubblica sociale erano rimasti intrappolati 32-33 mila ebrei: poco meno di un terzo venne ucciso dai nazisti. Le vittime identificate della Shoah sono 8948, ma c’è la certezza che altre centinaia di persone siano sparite nei forni crematori. Dopo l’8 settembre 1943 i nazisti portarono avanti i primi rastrellamenti da soli: il più drammatico quello del Ghetto di Roma, con 1.020 persone catturate di cui 824 assassinate poche ore dopo l’arrivo ad Auschwitz-Birkenau”.

Da Fossoli partirono in 2.844, solo un decimo è sopravvissuto: tra i pochi, Primo Levi. “In Italia c’erano altri due campi – quello di Bolzano e quello di San Sabba, usato anche per assassinare partigiani e oppositori politici – nelle province che erano state annesse al Reich: Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia, parte del Veneto e l’Istria. Solo da Bolzano presero la via dei lager altre 4.500 persone, altre migliaia dalla Risiera di San Sabba”.

Perché ricordare tutto ciò? Perché nonostante l’impegno encomiabile di tutte le insegnanti che ogni anno cercano di attribuire un significato alle commemorazioni cruciali del passato recente del nostro Paese, tante di quelle lezioni scolastiche restano lettera morta. Non arrivano alla “massa”, non diventano patrimonio comune né bagaglio culturale di una società in piena regressione culturale ed etica.

La politica dovrebbe interrogarsi sulle sue croniche inadeguatezze e il microcosmo dei media dovrebbe provare a fare lo stesso. Chiedendosi il motivo per cui, mentre si pontifica sul ricordo di Auschwitz, non si “passa” nemmeno la notizia delle centinaia di Romanì cacciati dai loro campi, solo nella città di Milano, in seguito a ben cinque sgomberi, dal 1° gennaio ad oggi.

La Memoria è presente, la Memoria è futuro. Deve trovare forza e alimento nella difesa dei diritti civili e nella vita dignitosa delle persone in carne ed ossa a partire dalle più deboli. Altrimenti si riduce ad esercizio stanco e rituale, figlio di un’insopportabile ipocrisia.

Paolo Repetto

(nella foto: il campo di concentramento di Fossoli, vicino a Carpi, in provincia di Modena)

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