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Il Primo Marzo dei migranti

Autore: Repetto. Data: martedì, 19 gennaio 2010Commenti (0)

L’idea dello sciopero è nata in Francia, l’hanno rilanciata in Italia quattro donne, su Facebook. Una di loro ha risposto alle domande di InviatoSpeciale

migrantiSciopero degli immigrati italiani. Lo hanno proposto quattro donne, su Facebook, il social network dove si discute di tutto (e talvolta di niente) e sorgono qua e là buone idee e confronti tra “diversi”.

La proposta di uno “sciopero” così particolare – innanzitutto perchè nato su internet senza partire dalle rivendicazioni di un gruppo “omogeneo” di lavoratori – è senza dubbio una sfida, ma Stefania Ragusa (presidente di Primo marzo 2010) non parte certo sconfitta. Anzi. La mobilitazione on line è nata ben prima dei fatti di Rosarno, va da sè che dopo quel gravissimo episodio si è arricchita di ulteriori contenuti. Ed è un dato di fatto che al gruppo di incontro intitolato all’appuntamento hanno aderito oltre 35mila cittadini. Di questo e di altro si discute nell’intervista che segue.

Come è nata l’idea?
Primo Marzo 2010 è un movimento spontaneo, nato per iniziativa di quattro donne slegate dai partiti ma impegnate, a titolo diverso, nel campo del dialogo interculturale e dell’antirazzismo; quattro amiche accomunate dalle frequentazioni multietniche e di colori ed estrazioni anagrafiche diverse: due bianche e due nere, due italiane (almeno di nascita) e due straniere. Io sono una di loro. Le altre si chiamano Nelly Diop, Daimarely Quintero, Cristina Sebastiani. L’idea ci è venuta leggendo che Nadia Lamarkbi, giornalista di origine marocchina, partendo da Facebook, aveva dato vita in Francia alla ‘Journe sans immigré’s, una mobilitazione volta a evidenziare l’importanza dell’immigrazione per l’economia e gli equilibri sociali francesi. La ‘Journe’ sarebbe stata il 1° marzo 2010.

Da qui l’idea di provarci anche in Italia.
Possiamo e dobbiamo provarci anche noi, e la nostra azione sarà mille volte più efficace e incisiva se avrà un respiro europeo: se sarà cioè congiunta a quella francese. Abbiamo contattato Nadia (molto felice della nostra idea e della convergenza di vedute) e ci siamo messe in moto raccogliendo tantissime adesioni da italiani, immigrati, esponenti delle seconde generazioni, raccolte su internet e nel mondo reale. Neanche per un istante abbiamo pensato di restare confinate alla rete virtuale. Conosciamo troppo bene la realtà dell’immigrazione per non sapere che moltissime tra le persone interessate non hanno accesso a un pc o non lo sanno usare.

Capisco, ma l’obiezione resta. Non sarà che operando troppo sul terreno virtuale i diritti delle persone resteranno sempre sulla carta? O se si preferisce: come può il “virtuale” aiutare davvero in prospettiva il “reale”, la “partecipazione” piena, la costruzione di solide relazioni che possano cambiare gli equilibri di una società che sprofonda via via nel segregazionismo?
Il virtuale è solo uno dei tanti strumenti che possiamo e dobbiamo adoperare per raggiungere il reale. E’ l’uso che ne facciamo che fa la differenza. Né più né meno come accadeva con il telefono quarant’anni fa. Internet, Facebook e tutto il resto sono soltanto degli strumenti.

Che sta accadendo nella società italiana a proposito della recrudescenza razzista?
Ritengo che la saldatura tra razzismo popolare e razzismo istituzionale, che per varie deplorevoli ragioni si è prodotta in questi anni, sia comunque destinata a saltare. Non solo perché anche in Italia gli immigrati sono fondamentali per l’economia e per tamponare le patologiche carenze del nostro welfare, ma anche perché si sta cominciando a capire che circolari e provvedimenti legislativi che colpiscono i migranti in quanto categoria e frantumano i loro diritti rappresentano una minaccia non per i soli immigrati ma per la tenuta della democrazia, quindi per tutti. C’è poi un altro aspetto che vogliamo sottolineare attraverso questo movimento, che nasce meticcio ed è orgoglioso di esserlo: in questa battaglia per la difesa dei diritti, italiani e stranieri, vecchi e nuovi cittadini si sono ritrovati uniti e mescolati per la ragione, semplice e incontrovertibile, che nella vita di tutti i giorni siamo insieme e mescolati, uniti da vincoli affettivi, rapporti di lavoro, relazioni di vicinanza. Questo certamente è più visibile nelle grandi città, può esserlo meno in provincia, ma è un dato di fatto e un trend rispetto al quale chiudere gli occhi può pagare (elettoralmente parlando) solo nel breve, brevissimo periodo. Nessuno, con la testa sulle spalle e il polso del presente può ignorare che i segni di questo secolo sono la multiculturalità e il metissage.

Altra obiezione. Lo strumento “sciopero” lascia perplessi. E’ una parola che può non essere capita, visto e considerato che non vi rivolgete ad una categoria precisa.
Lo sciopero inteso come astensione dal lavoro è sicuramente uno strumento molto potente, ma sappiamo perfettamente che non è alla portata di tutti: a chi non ha i documenti, è precario o è impegnato nei servizi alla persona non si può chiedere di non andare a lavorare. Per indire uno sciopero, inoltre, è necessario l’intervento del sindacato. E noi non sappiamo ancora se questo ci sarà o meno. Nel caso non ci fosse, però, non ci strapperemo le vesti: da quello degli acquisti e dei consumi a quello della fame, ci sono molti altri “scioperi” disponibili e praticabili. Ci sono molte altre modalità rilevanti, creative e non violente per manifestare il dissenso e partecipare. I comitati di Primo Marzo 2010 che sono spontaneamente nati in tutta la Penisola (e continuano a nascere) le stanno elaborando e mettendo a disposizione di tutti. Comunque sia, questa iniziativa rappresenterà soltanto l’inizio di un nuovo percorso.

Paolo Repetto

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