Il caso-Lombardia tra Pd ed Emma Bonino
Lettera ad InviatoSpeciale di Gianni Pagliarini, segretario regionale Pdci
Caro direttore,
ho letto l’articolo di Paolo Repetto (visibile qui) a proposito della surreale situazione che riguarda Emma Bonino, nella sua doppia veste di candidata presidente nel Lazio a sostegno di una coalizione guidata dal Partito Democratico, e di capolista in tre circoscrizioni lombarde per i Radicali che qui correranno da soli avversando lo stesso Pd rappresentato da Filippo Penati.
Condivido il vostro stupore e approfitto dell’ospitalità per aggiungere alcune considerazioni sullo stato della politica italiana anche nel suo naturale rapporto (tale almeno dovrebbe essere) con i problemi quotidiani vissuti dai cittadini, duramente colpiti dalle conseguenze della crisi economica.
La prima annotazione che sottopongo ai lettori riguarda proprio il caso lombardo, il quale riveste una certa importanza anche a livello nazionale considerato il “peso” della Regione in questione. Vorrei ricordare che lo stesso Penati ha scelto unilateralmente, in seguito ad alcuni incontri svolti con i rappresentanti locali della Federazione della Sinistra, di escludere quest’ultima dalla coalizione di centrosinistra che si appresta ad affrontare le elezioni del 27 marzo.
Il candidato del Pd ha motivato la sua decisione con argomentazioni che investono sia la tattica sia il merito di alcuni problemi. Sul primo versante, ha fatto capire fin da subito che il primo obiettivo del suo partito sarebbe consistito nell’allargare il raggio d’azione verso il centro della scena politica (perpetuando l’illusione, aggiungiamo noi, di poter svuotare il bacino elettorale di Berlusconi ricorrendo alle solite e inefficaci scorciatoie politiciste).
Riguardo poi al merito – pur dando atto ai comunisti del loro impegno nell’affrontare i cascami della crisi – ha rimarcato come insanabili alcune differenze programmatiche, come ad esempio quelle sul tema socio-ambientale visto che il Pd sostiene la costruzione sia di nuovi inceneritori sia della Pedemontana e non condivide talune critiche “da sinistra” a vari aspetti legati alla gestione dell’Expo, il mega-evento milanese del 2015.
Nel giro di pochi giorni sono poi accaduti due fatti: i Verdi sono entrati in coalizione con Penati (e ci chiediamo come sia stato possibile, alla luce delle pregiudiziali di contenuto poste dallo stesso candidato) mentre sia l’Udc sia i Radicali hanno deciso di correre per conto proprio, evidentemente insensibili alle sirene del Pd e all’eventuale percorso all’insegna di un nuovo centro-sinistra (col trattino).
Come ci spiega ogni giorno Silvio Berlusconi, i comunisti sarebbero strutturalmente bugiardi e illiberali: in questo caso, però, non crediamo di allontanarci dalla verità sostenendo che il candidato del Pd Filippo Penati si troverà a dover fare i conti con le conseguenze di un clamoroso buco nell’acqua.
Dopo settimane di vuota propaganda sull’allargamento al centro del suo partito, dopo aver scelto di precludere l’alleanza con la Federazione della Sinistra, vale a dire con coloro che – per sua stessa ammissione – hanno posto al centro dell’agire politico le condizioni materiali di lavoratori, pensionati e di tutti coloro che subiscono le conseguenze della crisi, il candidato Democratico ha visto svanire sotto i suoi occhi un’intera strategia. Una strategia edificata sul nulla e al prezzo del sacrificio dei contenuti, quelli che stanno a cuore alle persone.
Centrosinistra e sinistra andranno alle urne divisi, in Lombardia, e con in mano i cocci di una trattativa gestita con poco senso di responsabilità dal principale partito progressista, lo stesso che nei talk show politici sostiene di avere a cuore i problemi del Paese e di voler fare di tutto per restituirgli una coalizione di governo finalmente attenta alle esigenze dei più deboli, ispirata al primato dei diritti e della solidarietà.
Vorrei aggiungere che la vicenda lombarda mostra anche una ricaduta etica di non poco conto, che dovrebbe preoccupare chi è interessato al futuro del progressismo italiano.
E’ la prima volta, infatti, che le cosiddette “geometrie variabili” arrivano a giustificare scelte di schieramento così differenti da una Regione all’altra. Passi per l’Udc di Casini, che ha teorizzato fin da subito la volontà di far pesare la propria “diversità” centrista (nemica quasi strutturalmente del bipolarismo), tanto più che su molti temi quel partito può risultare compatibile con entrambi gli schieramenti.
Ma come può una notissima esponente Radicale, che ha accettato di rappresentare al massimo livello (da candidata Presidente) le istanze di una coalizione di centrosinistra nel Lazio, rinnegare quel percorso in Lombardia? A titolo di cronaca, salta addirittura agli occhi che tale atteggiamento viene manifestato là dove si presenta un candidato del Pd compatibile più di altri con le ricette liberiste dei Radicali (che i comunisti contrastano fortemente) e in un contesto di conclamata rottura a sinistra.
Per intenderci: politicamente parlando siamo del tutto disinteressati alle beghe degli altri partiti lombardi, che saranno nostri avversari nella competizione elettorale. Resta tra i piedi un macigno etico grande come una casa: lo avete sottolineato nel vostro articolo e lo voglio qui rimarcare. E’ francamente immorale auspicare più partecipazione democratica e il riavvicinamento dei cittadini alla “cosa pubblica”, se poi si scivola su logiche che richiamano il peggior circo Barnum della politica italiana.
Ci vorrebbe più rispetto nei confronti degli elettori, che rivendicano concreti impegni per allentare il cappio stretto attorno al collo di milioni di cittadini. Se perdurasse invece un atteggiamento così incoerente, ci venga almeno risparmiata in futuro l’ipocrisia sparsa a piene mani, al momento di fare i conti con la fuga nell’antipolitica.
Gianni Pagliarini
Segretario Pdci Lombardia-Federazione della Sinistra


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