Il 2010 e la consueta emergenza-carcere
L’abisso dell’ingiustizia sembra esser stato accettato da molti. Lettera aperta di un cittadino preoccupato
Corre l’anno 2010 e continua a colpire l’indifferenza, la disattenzione con cui si prende atto che in carcere ci si ammazza a vent’anni, a quaranta, a sessanta, nel silenzio più colpevole. Ciò non provoca alcun brivido, se non quello di prendere per il bavero l’intelligenza.
Ci troviamo di fronte ad un bailamme di disegni sgangherati, di giustizia dell’ingiustizia e di ingiustizia della giustizia: in questo abisso alla prima curva non c’è più a fare da ponte l’uomo, ma lo spettro di una disumana accettazione.
Il pensiero corre alla politica alta, agli uomini che dovrebbero farla, ai Caino che scontano la propria condanna, agli Abele dai silenzi protratti. Vien da ricordare i tanti miliardi elargiti a parole nella vecchia legislatura, nella nuova, nella futura, per un progetto “intero”. Almeno così era stato promesso.
Rammentiamo anche le conferme per un investimento serio e notevole per far sì che in carcere si potesse praticare il dettato costituzionale piuttosto che quell’incerta pena di morte tutta italiana. S’è trattato di utopia e gli utopisti sono illusi nella teoria e violenti nella pratica.
Di illusione s’è trattato davvero, infatti quei soldi sono stati dirottati verso altri lidi, verso altre istanze. Non più per bilanciare precise scelte di politica criminale che andassero, sì, verso una richiesta legittima di sicurezza collettiva, ma con la stessa intensità non disdegnassero una pena improntata realmente su passaggi rieducativi, risocializzanti, quindi destrutturanti-ristrutturanti.
Le necessità operative del carcere restano impellenti, improrogabili, eppure rimangono a sopravvivere le loro assenze e mancanze. Peggio, si rifiuta di ovviare al problema con lo sviluppo di spazi psicologici e relazionali, dove chi è in prigione possa esprimersi liberamente, in un terreno fertile per l’autocritica, e per la propria crescita personale.
L’antropologia insegna che dal confronto, laddove si realizzi un vero ragionamento dialogico, scaturisce sempre e comunque un “prodotto nuovo”, perché l’incontro e lo scambio conducono a risultati sempre migliori rispetto ai precedenti. Tutto ciò porta comunque a una ulteriore considerazione; in tanti rimarranno alla finestra ad aspettare, gli altri contribuiranno a risolvere il problema del sovraffollamento.
Vincenzo Andraous


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