I 9000 dimenticati di Alitalia
Ad un anno dalla partenza della nuova Compagnia si sono riuniti a Fiumicino.
I cassintegrati e i precari di Alitalia hanno manifestato davanti il varco equipaggi dell’aeroporto ‘Leonardo Da Vinci’. “Esattamente un anno fa migliaia di lavoratori della ex Compagnia di bandiera sono stati raggiunti dalla lettera di cassa integrazione-licenziamento” ha detto uno dei partecipanti.
Il cinismo del ‘Palazzo’ e dei media ha cancellato dalla cronaca e dalla memoria del Paese migliaia di persone. Sono le vittime della gestione dissennata che alcuni manager lottizzati dai partiti hanno fatto delle ex linee aeree nazionali, della complicità offerta loro da molte organizzazioni sindacali, della svendita senza condizioni fatta dal governo Berlusconi alla cordata di imprenditori ‘amici’, definiti dal premier per l’occasione “eroi”.
Fabio Frati, segretario generale Cub Trasporti e lui stesso cassaintegrato, ha detto in una mattinata triste ai suoi colleghi: “È vero che i dipendenti Alitalia, così come sottolineato dall’amministratore delegato, Rocco Sabelli, sono oltre 14 mila. Va, però, ricordato che eravamo più di 23 mila. A casa sono quindi rimaste 9 mila persone con tutti i problemi che è facile immaginare. È questa la realtà che fa a pugni con ottimismo di maniera”.
“Il risultato è sotto gli occhi di tutti: è stato tagliato in modo selvaggio – ha aggiunto Frati – creando pertanto una ferita profonda al Paese. È facile dire adesso che il bilancio è in pareggio, quando 3 miliardi di euro sono stati scaricati sulle casse dei contribuenti”.
Erano pochi i ‘resistenti’ ieri, qualcosa in più di un centinaio. Per quelli che c’erano “questo no day serve solo a dare un segno”, ha detto uno di loro, che poi ha aggiunto: “Per il resto dopo 12 mesi sono successe tante cose, parecchie famiglie hanno perso il loro equilibrio nonostante poi i soldi siano arrivati, io stesso vivo una situazione diversa da quella precedente essendomi separato da mia moglie”.
Perchè con la cassa integrazione, con la perdita del lavoro, le situazioni si deteriorano, le abitudini si trasformano, le persone cambiano.
E la macelleria Alitalia, ha sostenuto Frati, “ha lasciato a casa lavoratrici madri, categorie protette. Sono successe cose che in questa nazione non erano mai accadute. A Sabelli vogliamo chiedere per quale motivo le altre compagnie europee sono più forti nonostante paghino i dipendenti il 30 per cento in più e abbiano rotte che vanno ovunque”.
La nuova Alitalia di Colaninno è soci è ormai una piccola compagnia, destinata prima o poi a scomparire, perchè non possiede le risorse e tantomeno le competenze per resistere alla crisi che ha investito il comparto dell’aviazione civile e respingere l’attacco delle low cost, che a prezzi inferiori offrono più destinazioni e maggiore scelta.
Dopo i ritardi costanti sembra che adesso le cose vadano meglio per la nuova Compagnia. Il rappresentante dei Cub ha spiegato come la tanto propagandata regolarità dei voli al 99,5 per cento “è frutto di una riduzione di voli talmente alta che quel minimo che viene fatto è l’indispensabile. Avremmo voluto per il Paese una compagnia di bandiera degna di questo nome e non un piccolo vettore”.
I lavoratori intervenuti al No Cai Day portavano striscioni e slogan di protesta e si riparavano dalla pioggia sotto il cavalcavia antistante il settore arrivi dell’aeroporto.
Carlo Galiotto, ex comandante di Boeing 777 da 29 anni in Alitalia e ora in cassa integrazione ha detto ai colleghi: “A noi interessa che Cai cresca e che dia lavoro a tutte quelle persone rimaste senza occupazione. Abbiamo cercato in tutti i modi di collaborare. Molti di noi si sono prestati per l’addestramento di colleghi che hanno poi preso il nostro posto. L’ho fatto io sul mio aeroplano, ma lo hanno fatto anche molti altri colleghi occupati in altre mansioni. Dopo di che i contratti a termine ci hanno lasciato privi di alcune tutele che non sono state previste quando si è fatto un accordo fondamentalmente politico. Servono ancora una serie di accorgimenti tecnici molto importanti per la tutela sia degli aspetti previdenziali, sia di quelli di formazione e addestramento. Molte di queste persone, nonostante la loro alta professionalità , rischiano di rimanere senza la pensione per i meccanismi mancanti, ma soprattutto rischiano di non avere più le abilitazioni e i brevetti che gli consentiranno di poter lavorare quando ci sarà una ripresa. A quel punto questa diventerà terra di conquista”.
Tra i cassaintegrati qualcuno aveva il volto grigio, qualcun altro ha pianto. “Oltre ad aver perso il posto di lavoro lo scorso anno, anche mio marito è disoccupato. Stiamo vivendo un momentaccio. Abbiamo una figlia piccola di due anni, un mutuo da pagare e non sappiamo come riuscire ad andare avanti – ha detto Emanuela Porpiglia, laureata in scienze politiche e in lingue, dal 1997 in Alitalia impiegata prima al check-in e poi passata alle Risorse umane – Confesso che è difficile riuscire a trovare un nuovo lavoro. Spero di poter ritornare in Alitalia, perchè questa divisa mi manca moltissimo. Ad un anno esatto dall’ingresso in Cassa integrazione sono però molto scettica”.
Del tutto oscurati dai media, queste vittime di un operazione che è stata prima di tutto politica e che è servita al centro destra per mettere in difficoltà il governo Prodi, sono solo alcune delle centinaia di migliaia di lavoratori fantasma di una Italia che invece di affrontare la crisi vede il Parlamento discutere ad oltranza di leggi necessarie per proteggere il presidente del Consiglio dai processi che incombono sulla sua testa.
Peppe Mariani, presidente della commissione regionale Lavoro del Lazio, ha sostenuto: “La situazione dei lavoratori Alitalia è stata abbandonata a sé stessa. I cassintegrati e i precari vivono una situazione imbarazzante a livello sociale: ci sono coppie che hanno difficoltà persino a pagare un mutuo. È una cosa inammissibile. Non si possono chiudere le porte, a loro è stato chiuso improvvisamente il loro ciclo di vita”.
Mentre i lavoratori manifestavano a Fiumicino, ricompariva sui media dopo un lungo silenzio il leader dei piloti dell’Anpac, Fabio Berti. La sua organizzazione oggi è federata con la Cgil, ha finito col firmare gli accordi con la ‘cordata patriottica’ e, nonostante voci ricorrenti parlino di una vasta disattenzione della nuova proprietà per le ‘regole’ che dovrebbero governare le relazioni sindacali, sembra molto ‘paziente’ nei confronti di Cai.
Betti ha sostenuto: “Ad un anno dalla nascita della nuova Alitalia permane una drammatica situazione che coinvolge i piloti non assunti dall’azienda. Gli 850 piloti collocati in cassa integrazione non hanno infatti alcuna prospettiva d’impiego e giorno dopo giorno si avvicinano alla scadenza del proprio brevetto” ed “il numero è così alto (850 su 2100) da non poter essere gestito neanche a fronte di un ipotetico eccezionale sviluppo di Alitalia”.
Poi il Comandante ha fatto una proposta che appare molto lontana dalle sensibilità di Colaninno e Sabelli: “Da tempo chiediamo che venga applicato un processo di rotazione che garantisca a tutti di potersi mantenere professionalmente »vivi«. Non è infatti corretto che solo una parte dei piloti debba pagare per una crisi che arriva da lontano. Solo una sessantina tra comandanti e piloti hanno trovato sino ad ora una collocazione all’estero ed il mercato non sembra prevedere una crescita tale da risolvere il problema”.
Ovviamente questo problema era largamente prevedibile anche un anno fa, ma per assicurare l’assunzione di alcuni si è scelto di ignorare la questione complessiva, col risultato di lasciare sul lastrico centinaia di professionisti di altissimo profilo.
Per molti dei Comandanti anche la pensione è un miraggio perchè, ha ammesso Berti, “la gran parte di questi professionisti hanno tra i 35 e i 45 anni”.
Per il presidente dell’Anpac si dovrebbe arrivare alla rotazione di 850 piloti, come accade “nella quasi totalità delle aziende del nostro Paese”. Un piano difficilmente realizzabile. “È ovvio - ha rilevato Berti – che inserire in corsa lo stesso meccanismo in un’azienda come Alitalia è difficile e molto complesso, ma siamo convinti che l’uso integrato delle disponibilità del fondo speciale del trasporto aereo aiuterebbe a sviluppare un progetto dove la stessa azienda potrebbe trarne beneficio e flessibilità operativa. Oggi molti schemi sono saltati. La sfida al mercato low cost è diventata una necessità e riteniamo sia corretto che Alitalia intraprenda questa strada. È comunque difficile pensare ad un’azienda che ritorni ad avere la capacità competitiva di qualche anno fa. Gli ultimi dieci anni sono stati difficilissimi. La mancata alleanza con Klm nel 2000, la crescita di AirOne sullo stesso mercato della compagnia di bandiera e l’alto livello di penetrazione del traffico a basso costo hanno indebolito Alitalia in modo eccessivo. Molta demagogia è stata fatta sui mali dell’azienda ed oggi è difficile spazzare via tutto ciò”.
Infine, Berti ha concluso: “Nonostante la drammatica situazione dei propri colleghi, i piloti Alitalia hanno continuato ad operare con la massima professionalità . Questo sarebbe il momento di riconoscere tale atteggiamento ricominciando a parlare con l’associazione di riferimento dei piloti ed impostando dei percorsi concreti che non gettino via quell’enorme patrimonio di professionalità che rappresenta un bene inestimabile per il Paese. La nascita dell’Italian Pilots Association (la nuova federazione tra Anpac e piloti della Cgil) va proprio in questa direzione ed auspico che aiuti in tempi brevi a ritrovare un dialogo propositivo e costruttivo che faccia il bene di tutti piloti italiani e delle loro aziende”.
Parole inaccettabili quelle del rappresentante dei piloti, che dipinge scenari da terzo mondo. La logica secondo la quale ‘essere stati buoni’ è un motivo per vedersi ‘riconosciuti’ i diritti civili e sindacali non dovrebbe essere accettata in un Paese democratico. La ricollocazione delle centinaia di lavoratori Alitalia che hanno perso il lavoro per responsabilità non proprie, ma a causa del connubio irresponsabile tra partiti, alcuni sindacati e manager, doveva essere parte integrante dell’accordo sottoscritto prima della partenza della nuova Alitalia e firmato anche ad Anpac.
Tra silenzio e demagogia i 9000 fantasmi della ex Compagnia di bandiera in realtà sono rimasti soli. E c’è da credere che resteranno tali in un Paese che per sua sfortuna non solo non rispetta il lavoro, ma neppure ha memoria.


e da quando mio figlio è in cassintegrazione che vado ripetendo nei vari commenti che solo una CASSAINTEWGRAZIONE a ROTAZIONE potrebbe essere una SOLUZIONE
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