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Haiti, il terremoto e le adozioni

Autore: Repetto. Data: lunedì, 25 gennaio 2010Commenti (1)

Si susseguono voci senza governo, tra ministri che spargono illusioni e mass media che inondano i cittadini di informazioni improprie

Le grandi tragedie suscitano forti emozioni e “voglia di fare” da parte dei cittadini. Spesso il tutto si racchiude in qualche sms da due euro, inviato alla tale o alla talaltra associazione senza consapevolezza e suscitando in noi molte domande (dove finiranno i denari? Alle popolazioni? Altrove? In quanti se lo chiedono con scrupolo? In quanti non sanno come muoversi per aiutare davvero i bisognosi? Chi li indirizza con coscienza?).

Dopodiché il terremoto ad Haiti, anche grazie alla straordinaria portata delle sue drammatiche conseguenze, ha indotto varie istituzioni a mantenere l’obiettivo puntato su quelle zone per un tempo più prolungato rispetto al solito. Haiti, insomma, non è finita subito nel dimenticatoio, non ha abbandonato immediatamente i tg lasciando mano libera soltanto a coloro che costruiscono giganteschi business sull’onda delle tragedie. Eppure da tanto interesse pubblico stanno scaturendo raffiche di informazioni, diffuse a mezzo stampa, illusorie e sbagliate.

E’ noto che l’emozione popolare si è riversata anche sul tema-adozioni. Migliaia di cittadini sensibili al problema della solidarietà internazionale hanno dato la disponibilità emotiva ad accogliere nelle loro famiglie bambini haitiani. Le segnalazioni sono arrivate alle Ong, alle associazioni di volontariato e anche alla Cai, la Commissione Adozioni Internazionali che sovrintende sull’attività dei settanta enti accreditati presso il Ministero degli Esteri, autorizzati ad accompagnare le coppie idonee nel lunghissimo e complesso percorso adottivo.

Visto che la vicenda stava cominciando ad assumere una certa rilevanza, il governo – a margine della riunione del Consiglio dei ministri del 22 gennaio – ha diffuso una nota che recita: “Il Sottosegretario Giovanardi ha illustrato al Consiglio le misure adottate dalla Commissione adozioni internazionali, da lui presieduta, a favore dei bambini haitiani colpiti dal recente tragico terremoto. In tale occasione ha rappresentato che l’Italia è il Paese leader nel mondo per le adozioni internazionali, per la serietà e l’affidabilità delle norme e delle procedure con le quali le coppie italiane adottano, ogni anno, circa 4.000 bambini provenienti da oltre 62 paesi stranieri. Il Consiglio dei Ministri ha dato, dunque, mandato al Sottosegretario Giovanardi di verificare la possibilità di individuare una corsia preferenziale per le eventuali richieste di adozione dei bambini haitiani una volta accertato dalle istituzioni haitiane il loro stato di adottabilità”.

Dunque sarebbe allo studio un “canale ad hoc” per il Paese caraibico. Sulla vicenda è intervenuta, lo stesso giorno, il ministro delle Pari Opportunità, Mara Carfagna, sostenendo che “l’Italia ha deciso di non assistere impassibile al dramma dei bambini di Haiti e il governo ha deciso di fare il massimo per fornire accoglienza temporanea, nel rispetto della normativa esistente che già prevede procedure accelerate in caso di catastrofi naturali ed eventi eccezionali, alle migliaia di minori che si trovano in una situazione di drammatica difficoltà”. Il ministro ha inoltre affermato di sentirsi “ottimista sul fatto che riusciremo ad accogliere in pochissimo tempo i primi orfani di Haiti, assicurare loro una casa e l’amore di cui hanno bisogno”.

Va aggiunto che i telegiornali di quel giorno hanno sparso ottimismo a piene mani, spiegando all’ignaro teleutente che le decisioni assunte dal Consiglio dei ministri avrebbero consentito di velocizzare le pratiche e di dare nuove risposte al “bisogno” di adozioni.

Vien da chiedersi sulla base di quali informazioni ufficiali il ministro Carfagna abbia potuto affermare che “riusciremo ad accogliere in pochissimo tempo i primi orfani di Haiti, assicurare loro una casa e l’amore di cui hanno bisogno”. Tanto più che ieri, in vari interventi televisivi, il sottosegretario alla Protezione Civile Bertolaso ha spiegato da Port au Prince che in merito alla gestione dell’emergenza “il mondo ha fatto flop” e che in due giorni di presenza in loco non è riuscito nemmeno ancora a capire “chi comanda la macchina degli aiuti”.

Altri interrogativi sorgono dal modo in cui molti mass media hanno ricostruito la vicenda, con il solo merito di aver dato spazio alle note stampa diffuse dalle associazioni che lavorano nei Paesi del Sud del mondo e ne parlano con maggiore consapevolezza.

Come ad esempio “Save The Children”, che opera da anni ad Haiti, il cui direttore, Valerio Neri, ha spiegato che “le adozioni internazionali sono sottoposte a procedure e leggi molto precise quindi il governo italiano non può consentire adozioni fuori dalla regola, perché il bambino deve essere garantito”. La famiglia che riceve il bambino, ha proseguito, “deve aver capito bene che tipo d’impegno si prende, deve avere uno stato di vita decente, tutte condizioni che i servizi devono garantire. Dal Paese di origine del bambino, in questo caso Haiti, si devono fornire assicurazioni tangibili che il bambino è adottabile e cioè che è effettivamente orfano”.

La puntualizzazione di Neri non è casuale. La procedura di adottabilità da lui evidenziata è quella prevista dalla convenzione internazionale dell’Aja, assunta dall’Italia, dalla sua giurisprudenza in materia e applicata scrupolosamente dagli enti accreditati più seri. Ovvero, non è possibile dichiarare “adottabile” un bambino straniero se non risulta registrato all’anagrafe, se non è stato appurato il suo stato di effettivo abbandono e se non è stato possibile farlo adottare prima in patria.

Va poi rimarcato che la maggior parte degli enti applicano tali procedure anche con i Paesi che non hanno sottoscritto quella convenzione (come nel caso di Haiti e di molte realtà africane) e questo spiega il motivo per cui in tutti quegli Stati (tranne quelli con decennale esperienza nel campo dell’adozione internazionale, come l’Etiopia) le pratiche sono lentissime e conducono all’abbinamento finale, ogni anno, con poche decine di bambini.

Riguardo invece alle procedure legali e sociali per poter adottare un bambino in Italia – evidentemente omesse perché troppo “complicate” per renderle interagibili con le emozioni a mezzo stampa – partono dallo stesso presupposto sancito all’Aja e cioè dal supremo interesse del bambino e non della coppia. Perciò, dopo aver presentato domanda al Tribunale dei minori della città di residenza, la coppia deve affrontare visite mediche e colloqui con le équipe del Gila (“Gruppo integrato di lavoro per le adozioni”, composto da assistente sociale e psicologo) presso la Asl di competenza, che chiama la coppia a svolgere numerosi colloqui finalizzati a verificarne l’idoneità.

L’iter termina con una dettagliata relazione allegata ad un questionario. Spetta poi ad un giudice onorario (sotto la supervisione di un magistrato togato) seguire la pratica, convocare la coppia per un ulteriore incontro e indirizzare gli atti in camera di consiglio, dove viene deliberata, attraverso un formale decreto, l’idoneità o meno al percorso adottivo.

Una sorta di patente, che consente agli idonei di dare mandato ad uno dei settanta enti. I tempi dell’iter non sono certo immediati: dalla data della domanda alla notifica del decreto trascorre circa un anno, mentre dalla firma in calce al mandato presso l’ente al ritorno in Italia con un bambino straniero ne trascorre almeno un altro (se non due o tre, a seconda del Paese scelto e dell’età del bambino, considerando gli intoppi probabili tra le burocrazie locali).

Inoltre, nessuno ha spiegato in queste settimane che il “canale” adottivo di Haiti, almeno in Italia, ha funzionato finora poco e male. Innanzitutto perché nell’isola non esiste l’anagrafe ed è sempre stato pressoché impossibile (anche in condizioni “normali”, cioè prima del sisma) censire il numero di bambini abbandonati e metterli in condizione di essere segnalati ai locali servizi sociali, per poi essere valutati dai tribunali del Paese e posti in relazione con le ambasciate. Tutti soggetti che devono obbligatoriamente rapportarsi con i referenti in loco dell’unico ente accreditato in Italia per le adozioni ad Haiti.

Si tratta del Nova (“Nuovi Orizzonti per Vivere l’Adozione”) di Grugliasco, in provincia di Torino, che vaglia richieste di coppie non solo nella sede piemontese ma anche in altre sette succursali sparse per l’Italia, da Ferrara a Roma fino a Salerno.

Un piccolo ente, che ha in carico circa 140 mandati in fase avanzata (sparsi tra Perù, Messico, Colombia, Brasile, Benin, Mali, Etiopia, Congo, Burkina Faso, Madagascar e Capo Verde) e che – per far capire le difficoltà incontrate – è riuscito a concludere dal 2002 ad oggi soltanto 39 abbinamenti tra bambini haitiani e genitori adottivi italiani (i quali devono essere sposati da almeno dieci anni, per disposizione del governo del Paese caraibico). Una goccia nel mare. E chissà per quanto tempo persino quella goccia rimarrà prosciugata, visto che lo stesso Nova ha comunicato che, finché l’emergenza-terremoto non sarà conclusa, non potrà gestire alcun nuovo, eventuale abbinamento.

Non hanno fornito un grande servizio ai cittadini nemmeno quei media che hanno enfatizzato l’arrivo di piccoli haitiani, nell’ultima settimana, in Olanda, Lussemburgo e Francia. Si tratta infatti di bimbi già abbinati da mesi alle rispettive famiglie e che (per loro fortuna) vivevano in orfanotrofi sopravvissuti ai crolli: le rispettive ambasciate si sono semplicemente (si fa per dire) attivate con i referenti governativi per accelerare le pratiche di espatrio.

Tra l’altro, non tutti i Paesi europei adottano le stesse norme. In Francia, ad esempio, è consentito alle famiglie che intendono adottare di poterlo fare anche in autonomia, senza rivolgersi per forza ad un ente accreditato. La legge italiana in tal senso è rigidissima, ricevendo critiche per il “potere” discrezionale attribuito agli stessi enti ma anche consensi per l’impegno volto ad evitare intollerabili “tratte” di bambini indigenti.

A margine della riunione del Consiglio dei ministri, infine, è stato reso noto che verranno stanziati circa un milione di euro per favorire le adozioni ad Haiti, fatto salvo il superamento dell’emergenza (i cui tempi sono incertissimi). Non è noto né come verranno utilizzati quei soldi, né a chi saranno indirizzati.

Quando si sarà diradato il fumo negli occhi, sarà forse possibile dare in pasto ai cittadini speranze con un minimo di fondamento.

Paolo Repetto

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Commenti (1) »

  • micrea ha detto:

    Complimenti a Paolo Repetto: finalmente un articolo sull’adozione e sul fenomeno “adottiamo in massa i bambini di Haiti” scritto cum grano salis. Con competenza, l’autore descrive realmente la procedura delle adozioni così come è in Italia e evidenzia quanta confusione vi sia stata all’interno di un Governo che probabilmente non è molto informato in materia. Tante parole si sono scritte in questi giorni anche sugli altri paesi europei che batterebbero sul tempo l’Italia in fatto di accoglienza. Paolo Repetto ha chiaramente spiegato che si tratta di abbinamenti già avvenuti prima del terremoto. Spero che il suo articolo possa fare il giro del web. Grazie da una mamma adottiva.

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