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Haiti e l’adozione. Come ultima spiaggia

Autore: Repetto. Data: mercoledì, 27 gennaio 2010Commenti (0)

“Il mondo non è un supermercato utile a soddisfare la voglia di figli”. Parla Antonio Fatigati, presidente di “Genitori si diventa”

La onlus “Genitori si diventa” (Gsd, www.genitorisidiventa.org) ha compiuto da poco dieci anni: nacque dall’intuizione di alcune famiglie adottive che sentirono la necessità di dare vita ad una associazione di volontariato con l’obiettivo di effettuare interventi a favore delle coppie che intendevano diventare genitori adottivi o che, avendo già dei figli, vivevano l’esigenza di approfondire i temi dell’essere genitori.

L’emozione suscitata dal terremoto ad Haiti e il successivo dibattito sulle adozioni “facili” richiede approfondimenti (InviatoSpeciale è impegnato in questo senso), anche per evitare di continuare a percorrere quella deriva demagogica di cui già si percepisce chiaramente l’eco.

Con Antonio Fatigati, presidente di Gsd, abbiamo cercato di rimettere un po’ d’ordine.

InviatoSpeciale ha messo in luce il tourbillon di notizie diffuse a mezzo stampa, spesso in modo improprio, sulla possibilità o meno di adottare in fretta e furia bambini haitiani. Quali sono i tempi realistici della loro eventuale accoglienza nel nostro Paese?
Per avere idea dei tempi di adozione in un Paese occorre rifarsi alla tradizione dei canali presso quel Paese. Per l’appunto, da Haiti è dal 2007 che non arrivano bambini. E anche prima il flusso era molto ridotto. Poiché l’adozione è e rimane, anche di fronte a eventi così drammatici, l’ultima spiaggia per un minore che, lo dice la legge italiana, non io, ha innanzitutto il diritto ad essere cresciuto nella sua famiglia di origine. Aprire un canale in Haiti vorrebbe dire avere Enti pronti a fare cooperazione internazionale autentica e finalizzata a potenziare le famiglie locali. Su questa strada, la risposta a questa domanda è semplice: sono tempi lunghi.

Il ministro Carfagna si è detta recentemente “ottimista sul fatto che riusciremo ad accogliere in pochissimo tempo i primi orfani di Haiti, assicurare loro una casa e l’amore di cui hanno bisogno”. Eppure il sottosegretario alla Protezione Civile Bertolaso ha spiegato ieri (domenica, ndr) che “il mondo ha fatto flop” sull’emergenza ad Haiti, ben lungi dall’essere affrontata. Inoltre l’Italia mostra una carenza legislativa in materia di affido internazionale mentre le procedure di adozione sono lunghissime. Come districarsi in questo ginepraio?
Ci si deve districare con il buon senso di non gettare a mare, di fronte alle emozioni televisive, anni di solida costruzione giuridica basata anche sull’esperienza e di errori fatti in passato. Posso capire la necessità per un politico di rassicurare l’opinione pubblica. Ma la prudenza è d’obbligo, ancora più se Bertolaso ha ragione. Sia per evitare errori riguardo alla storia di quei minori, sia per evitare traumi ulteriori a quanti da un giorno all’altro si sono visti sradicare dalle poche certezze e rischiano anche di essere trasportati di punto in bianco in un Paese sconosciuto dove si parla una lingua che non capiscono, invitati a chiamare “papà” e “mamma” due perfetti estranei.

Sta circolando sulla Rete, da oggi (ieri, ndr), il testo di una petizione online, con primo firmatario un avvocato romano, che invoca una legge ad hoc per accelerare le procedure di adozioni internazionali in Italia in caso di disastri naturali. La ritiene una strada effettivamente percorribile e utile a venire incontro sia alle speranze dei bambini sia ai desideri degli aspiranti genitori adottivi?
Per quanto detto finora, no. Non amo le strategie di sospensione del diritto di fronte a emergenze vere o presunte. La storia è piena di situazioni simili, sempre coincidenti con periodi bui. Non servono leggi ad hoc, che rischiano di trasformare ogni intervento di aiuto umanitario in depredazione legalizzata dei minori di quel Paese. Forse ci viene più facile capirlo se proviamo a immaginarci noi in una situazione d’emergenza con un altro Paese che ci piomba in patria. E, per il loro bene, ci priva dei nostri figli, del nostro futuro. Uccisi due volte, oggi e domani.

In altri Paesi è possibile adottare senza necessariamente rivolgersi ad Enti accreditati presso il Ministero degli Esteri. Sarebbe utile poterlo fare anche in Italia o, al contrario, si innalzerebbe eccessivamente il rischio di “tratte” sulla pelle dei minori?
Mi sembrerebbe un ritorno al passato abbastanza inutile. Molti, me compreso, ricordano il periodo del “fai da te”, il periodo delle coppie che si affidavano a operatori spesso improvvisati che vantavano le conoscenze giuste nell’altro Paese. Ripeto: l’adozione internazionale è una forma, quella finale, di aiuto a un altro Paese. Un aiuto da attuare solo quando ogni altra strada è percorsa. Il mondo non è un supermercato utile a soddisfare la voglia di figli di coppie sterili e benestanti e gli  Enti autorizzati non sono banali monopolisti di un sistema di mercato. E’ un modo, questo, di guardare ai minori senza il rispetto che la loro età e la loro condizione richiede.

Resta il fatto che i costi per poter adottare attraverso gli Enti, in Italia, sono altissimi, sfiorano un po’ dovunque i 20mila euro, considerando anche le spese di viaggio, vitto e alloggio nel Paese con cui è stata avviata la pratica di abbinamento. Non sono francamente eccessivi? Non potrebbero essere ridotti?
Credo che ci abbia provato la Cai, la Commissione Adozioni Internazionali, imponendo dei tetti ma non so quanto abbiano funzionato. Certo, proprio perché aiuto di cooperazione internazionale, l’adozione internazionale, come quella nazionale, dovrebbe essere completamente gratuita. Se questo non è avvenuto e ci si è limitati a rimborsi parziali, è perché persiste nell’immaginario collettivo quell’equivoco che ho cercato di chiarire con le mie risposte.

Recentemente “Genitori si diventa” è uscita dalla stessa Cai, guidata dal sottosegretario Giovanardi, alle cui riunioni partecipava insieme ad altre associazioni di genitori. Quali sono i motivi della vostra scelta? Che critica rivolgete alla Cai?

Eravamo entrati nella Cai pensando di portare la nostra esperienza di associazione familiare, forti anche della scelta di integrare la Cai con ben tre rappresentanti dell’associazionismo familiare. Un poco alla volta ci siamo resi conto che vi era incongruenza tra la nostra aspirazione e le strategie della Commissione, totalmente ripiegata sull’attività degli Enti. Quando ci siamo accorti di non riuscire a farci sentire in questa chiave siamo usciti, scoprendo in quel momento che un altro dei rappresentanti si era dimesso da tempo e che un altro rappresenta un gruppo che ha al proprio interno ben due Enti autorizzati… Nel frattempo abbiamo dato vita a un coordinamento dell’associazionismo familiare in Italia, che ha raccolto oltre trenta adesioni. Credo che una evoluzione seria dovrà necessariamente prevedere che la voce dell’associazionismo familiare all’interno della Cai venga solo ed esclusivamente da questo coordinamento.

Paolo Repetto

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