Giornalisti, penna rossa o cuore nero?
‘TestimoneSpeciale’ - Prende il via l’appuntamento settimanale con la rubrica firmata da Massimo Crespi
S’insiste che non esistano le razze o che non se ne debba parlare, lasciando intendere che si voglia nasconderle o che si taccia per tutelare quelle ritenute, scelleratamente, inferiori. Ma qualcuno ne ha parlato con autorevolezza, disinvoltamente e con sapienza, più o meno certa.
I casi più clamorosi? Li conosciamo tutti storicamente. Da Adolf Hitler che ne era ossessionato, a Gesù di Nazareth che si lamentava gridando: “razza di vipere” e non si riferiva ai rettili; da Darwin che non le distingueva ad Abramo Lincoln che liberò gli schiavi negri, pur considerandoli inferiori.
Persino oggi, impudicamente, qualcuno si fa scappare: “appartenente alla razza caucasica”, “di razza bianca”, magari camuffando quel termine con “etnia”, rom, sinti, curda, masai ecc; e non gli succede nulla di brutto. Allora anche noi, coraggiosamente, possiamo riferirvene senza paure.
Riteniamo esistano due razze o, se preferite, etnie di giornalista: colui che definiamo “dal cuore nero” e colui che definiamo “dalla penna rossa”.
Nella prima categoria poniamo chi, facendo quel mestiere, ci mette davvero tutta l’anima, il cuore, le proprie sensibilità, tutte le forze possedute ed oltre; comunque faccia però, inesorabilmente, dalla sua penna sgorga sempre e soltanto l’inchiostro scuro, nero, carente di vitalità, di passione ed inevitabilmente di verità.
Nella seconda ci infiliamo chi non mette affatto tutto se stesso, coi propri impulsi, i propri nervi, ma cerca di controllarsi e di considerare gli altrui modi di sentire, di comprendere la vita; dalla sua penna fuoriesce una linfa carminia che è viva, che si muove e ti arriva addosso penetrandoti.
Una linfa scarsa però e che si cancella velocemente. Il giornalista dal cuore nero studia, si prepara impeccabilmente, è colto, di buona famiglia: una, due, tre, quattro lauree; una, due, tre, quattro lingue; una, due, tre, quattro idee, messe in croce, subito, da chi non legge mai i suoi scritti, cioè dal mondo che pretende di rappresentare.
L’altro, dalla penna rossa, resiste alle intemperie della crisi editoriale ed all’esiguità dei lettori perché si fa capire interessando, descrivendo il mondo che chi legge non conosce. Il primo si prostituisce, vende tutto ciò che possiede, ma di quel che incamera non sa che farsene, pur non riuscendo a disfarsi di nulla, non riuscendo nemmeno ad adoperarsi per cambiare la propria condizione e maturare.
Il secondo non vende nulla; propone la sue parole credendole di pubblica utilità e con quel che ottiene rimette tutto in discussione, rilancia, riparte da capo. Il primo viene dall’alto, dall’aria, dai gas più o meno nobili che è un attimo incendiarli; il secondo dal fango che dalla terra degli umili e dall’acqua dei semplici ha tratto origine.
Che stiamo a dire? Vaneggiamo? Stiamo dicendo che un buon giornalista, reporter o cronista non debba essere preparato, motivato, determinato o, peggio, che non debba avere una famiglia (allargata) che lo assista e gli permetta tutto quello di cui ha bisogno per “sfondare”? Per niente.
Noi constatiamo che centinaia di persone si disaffezionano ogni giorno alla carta stampata; semplicemente constatiamo che per questo occorrono professionisti con una marcia in più, anzi con una macchina di nuova generazione, magari bifuel; che sfrutti un’energia pulita, naturale, a dimensione umana, rispettosa dei passeggeri che trasporta, capace di affascinare, di godere con loro; che li istruisca e li porti sempre dappertutto: una vera volkswagen, una macchina del popolo.
Professionisti con un cuore rosso d’amore per la propria vocazione ed una penna che scriva chiaramente e comprensibilmente, nero su bianco, ciò che è vero, giusto, bello. Bello come potrebbe essere scrivere una buona notizia, ad inizio d’anno. Chissà che qualcuno possa annunziare con grande gioia: “Oggi, vi è nato un giornalista!”. Buon 2010.
Massimo Crespi


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