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Fiat, il ricatto degli incentivi

Autore: . Data: venerdì, 29 gennaio 2010Commenti (0)

Oggi riprende il tavolo con governo e sindacati. 30mila operai in cassintegrazione

“Non c’è niente che non sia stato già annunciato con largo anticipo, quando abbiamo ripetuto che senza gli incentivi ci sarebbero state conseguenze sulle fabbriche. In assenza degli incentivi in Italia si perderanno 300mila auto: il mercato da due milioni scenderà a 1,7 milioni e poiché a soffrirne saranno le vetture piccole, l’impatto sarà più pesante per Fiat”.

La puntualizzazione dell’amministrazione delegato Fiat, Sergio Marchionne, è una stilettata al governo, anche se presentata come un’affermazione pressoché scontata. D’altronde che il mercato automobilistico, nel 2009, sia stato abbondantemente drogato dagli incentivi non è una novità per nessuno, così come era ipotizzabile un pesante rinculo in previsione del 2010.

Eppure qualcosa non funziona se la Fiat ha deciso di bloccare la produzione e di spedire in cassintegrazione per due settimane 30mila dipendenti. La decisione, infatti, fa seguito alla distribuzione di cospicui dividendi agli azionisti e, soprattutto, ad una politica di incentivi (legata alle emissioni di CO2) accuratamente tarata per favorire acquisti di auto di medio-piccola cilindrata, quelle che occupano la fetta di mercato che interessa particolarmente il Lingotto.

Si è ripetuto, dunque, un film già visto più volte nel corso dei decenni: i finanziamenti pubblici sono sempre stati vissuti come atto dovuto, rigorosamente a fondo perso, senza alcun nesso di medio periodo con la tutela dell’occupazione nel gruppo.

Così Sergio Marchionne ha potuto dichiarare alla stampa, senza temere particolari smentite, che la levata di scudi sulla sopravvivenza dello stabilimento di Termini Imerese è – dal suo punto di vista – incomprensibile. Nel suo schema, nessuno è tenuto a chiedergli conto della seguente affermazione: “La Fiat in futuro non pensa di utilizzare lo stabilimento per nessuno dei suoi business”.

Oggi si incontreranno governo, azienda e sindacati. Marchionne non ci sarà (è volato nel frattempo a Detroit) ma l’ordine del giorno è già sulla bocca di tutti: manco a dirlo, incentivi, incentivi e ancora incentivi.

Ad indirizzare il confronto “in un clima di dialogo” è impegnato in prima persona Luca Cordero di Montezemolo, che ha auspicato un pacato confronto con le parti sociali e smussa gli angoli con il governo, “che ha dimostrato in questi mesi una grande attenzione alla filiera dell’auto”. Difficile dargli torto, tanto più che la volontà di venire nuovamente incontro alle esigenze del mercato automobilistico sembrerebbe quasi una strada obbligata, con buona pace dei rimbrotti del ministro Scajola che ha definito “inopportuna” la volontà proclamata dall’azienda a proposito delle cassintegrazioni.

Più duro, comprensibilmente, il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani, che ha accusato la Fiat di aver gettato “benzina sul fuoco” alla luce della “scelta di forzare in maniera così netta la chiusura di uno stabilimento, non dare risposte ai precari di Pomigliano, mettere in cassa integrazione 30 mila lavoratori per due settimane proprio quando si deve affrontare con il governo la questione della chiusura dello stabilimento di Termini Imerese”.

Peraltro riproporre la ricetta dell’anno scorso, secondo la segretaria confederale Susanna Camusso, rappresenta “una volontà di pressione per mantenere politiche di incentivi senza vincoli e senza una relazione con quanto avviene negli altri Paesi”.

E a che serve drogare la domanda senza che si determini un’effettiva ripresa? La risposta della Cgil, accanto alla difesa dei posti di lavoro, va nella direzione “della sostenibilità e della capacità di innovare”. Eppure tenere assieme i tre aspetti appare come una vera e propria impresa.

Per questo motivo, forse, la Cisl ha immediatamente ripiegato sulla semplice richiesta di nuovi incentivi invocando, però, per bocca del segretario generale Bonanni, “la condizione che i cittadini possano riconoscere una loro utilità, vale a dire che non si perdano posti di lavoro”.

Senonché, dichiarazioni e auspici non fermano le decisioni già assunte al Lingotto: a Termini l’assemblaggio della Lancia Ypsilon è bloccato nonostante l’angoscia dei quasi 2mila lavoratori, compreso l’indotto, e la protesta del segretario generale della Fiom: “Direi che la situazione non è solo preoccupante, ma che l’atteggiamento di Fiat è assolutamente arrogante e inaccettabile”.

Paolo Repetto

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