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Facebook: il supercontrollore del web

Autore: . Data: lunedì, 25 gennaio 2010Commenti (0)

I felici consumatori del social network sarebbero monitorati senza scampo. Sempre.

In una intervista pubblicata negli Stati Uniti su ‘The Rumpus.net’, Phil Wong, un ingegnere elettronico della prestigiosa Stanford University, centro di studio e ricerca collocato tra San Jose e Los Angeles, nel cuore della Silicon Valley californiana, ha raccontato la preoccupante tendenza di Facebook nel conservare tutto.

Il navigatore della rete italico ha spesso scarsissime conoscenze tecnologiche e quasi nessuna consapevolezza dell’importanza di tutelare il proprio privato. Se nella vita reale gli italiani sono tra i popoli più inibiti del mondo, in quella virtuale non si rendono conto di essere degli straordinari esibizionisti involontari.

Chi in questo Paese toglierebbe la porta alla propria toilette per consentire la libera visione dell’ambiente e di quello che comunemente avviene sopra un bidet? Eppure quando si tratta di internet lo stesso pudore scompare e tutto viene lanciato nel cuore della rete senza alcuna preoccupazione.

“La scorsa estate – ha scritto Wong – Facebook si è trasferita dall’University Avenue di Palo Alto, CA, nella quale occupava alcuni edifici collocati nella strada del centro cittadino, in un nuovo ufficio nello Stanford Research Park. Una buona amica con due anni di esperienza nell’azienda mi ha invitato a visitare la nuova struttura. Quando sono arrivato una guardia di sicurezza mi ha subito consegnato un contratto di non divulgazione da compilare, obbligatorio per entrare nell’edificio. ‘Proprio per assicurarci che tu non sei una spia di Twitter’, mi ha detto. Non posso perciò descrivere quello che la mia amica mi ha fatto vedere, anche se le foto del nuovo spazio abbondano su Internet. Dopo la visita siamo andati a prendere qualcosa da bere al ‘Dutch Goose’, un bar popolare per i tecnici e gli studenti universitari di Stanford, dove la maggior parte della conversazione che descrivo ha avuto luogo. Anche se cordiale la mia amica era ansiosa di preservare il proprio anonimato. I dipendenti Facebook, dopo tutto, conoscono bene il valore della discrezione. Lei non è autorizzata a divulgare i segreti aziendali e vuole conservare il posto di lavoro e per questo il suo nome è stato omesso nell’intervista. La ragazza ha fornito una fotografia interessante sul funzionamento interno e sulla cultura di Facebook nell’estate del 2009″.

Poi l’ingegnere ha subito sparato la sua bordata all’amica: “Nei vostri server voi conservate qualunque cosa sia mai stata inserita su Facebook, anche se è stata cancellata, deselezionata o altro? (whether or not it’s been deleted, untagged, and so forth?).

Lei ha risposto: “Vero, ad oggi quello che dici è sostanzialmente corretto. L’unico motivo per il quale pensiamo di cambiare metodo è legato alle prestazioni del sistema”.

In pratica, la ‘funzionaria anonima’ di Facebook ha sostenuto (se esiste) che dal 4 febbraio 2004 qualunque file, fotografia, testo di chat, mail o quant’altro gli utenti hanno prodotto, consultato o utilizzato durante la propria vita virtuale sul social network è stata stivata in qualche hard disk conservato con cura non nella sede centrale di Stanford, ma in quattro data center collocati a Santa Clara, San Francisco, New York e Londra.

Secondo la testimonianza il personale di alto livello di Facebook avrebbe libero accesso a queste informazioni, che come chiunque abbia solo chattato nel sistema sa, sono spesso estremamente confidenziali, private, intime.

Per altro il meccanismo ‘ricorda’ anche la navigazione interna, così associa ad ogni utente anche le ‘visite’ ad altri utenti, anche quelle fatte solo per osservare dei profili.

Si tenga conto che gli account ‘conservati’ da Facebook, secondo le dichiarazioni della ‘gola profonda’, sarebbero in realtà trecento milioni, “compresi falsi nominativi, disabilitati e quant’altro”, ma gli utilizzatori che si erano collegati negli ultimi trenta giorni al tempo dell’intervista “erano 220 milioni”.

Un altro dato interessante fatto notare dalla misteriosa dipendente è che “noi siamo il più grande distributore di foto nel mondo”, movimentando circa “un trilione di foto”.

Poichè le pagine personali e le azioni dei singoli utenti sono ‘consultabili’ dal personale in cima alla gerarchia del network, sarebbe successo che “uno di loro è entrato nel sistema ed ha manipolato i dati di qualcuno, ha cambiato le loro opinioni religiose o qualcosa di simile”, ha aggiunto la ragazza. “So che è accaduto in passato, perché almeno due persone sono state licenziate, che io sappia”, ha concluso.

Il navigatore ‘inesperto’ ed innamorato delle sue infinite esplorazioni di Facebook non solo ignora il fatto di essere stato monitorato continuamente, quasi fosse in una stanza della casa del Grande Fratello (ma senza avere la consapevolezza di starci), ma spesso oppone a questo gigantesco meccanismo di schedatura di massa l’obiezione: “Io non ho nulla da nascondere”.

Nei giorni scorsi il segretario di Stato degli Stati Uniti, ha detto: “Paesi o individui che fanno cyber-attacchi dovrebbero subire conseguenze e la condanna internazionale. In un mondo interconnesso un attacco sulla rete di una nazione può essere un attacco a tutti. Rafforzando questo messaggio possiamo creare norme di comportamento tra Stati e incoraggiare il rispetto”.

Il ministro degli esteri Usa protestava anche per l’inasprimento della censura in Cina, dove Google ha subito un attacco informatico (sembra ispirato dal governo) nel quale sono state violate le e-mail di alcuni attivisti per i diritti umani, oltre che di grandi imprese occidentali. Alcuni manager del colosso informatico (fondato da due studenti dell’Università di Stanford) hanno rivelato di avere “scoperto un attacco mirato ed altamente sofisticato contro la nostra infrastruttura, originato dalla Cina”. Successive indagini hanno svelato che il bersaglio erano “gli account G-mail di diversi militanti per i diritti civili”.

Se il caso Pechino-Google riguarda la politica delle grandi potenze, l’archiviazione dei dati di centinaia di milioni di cittadini riguarda la democrazia stessa del mondo. Il social network è di fatto proprietario dell’intimità di un numero enorme di persone, per altro identificabili una per una, e questo lo rende un potenziale ‘dittatore digitale’.

Se Larry Yu, un dirigente di Facebook, ha criticato l’intervista di Wong sostenendo: “Quell’articolo contiene il tipo di imprecisioni e distorsioni, tipiche quando le dichiarazioni arrivano da fonti anonime e noi non abbiamo alcuna intenzione di replicare”, anche è vero che l’azienda californiana si è guardata bene dallo smentirne seccamente il contenuto: “Everything is fake”, è tutto falso.

Ciascun cittadino ha il diritto di essere controllato, se vuole. Lasciare qualcuno libero di farlo dipende dal tasso di intelligenza e di sensibilità democratica dei singoli. Tuttavia, chi si sottopone a questa inaccettabile forma di schedatura di massa ha anche un altro diritto: quello di sapere a cosa si sta prestando. Così i chattanti di Facebook abbiano ben chiaro che quando raccontano sul social network la propria vita e le più inconfessabili aspirazioni sono ‘registrati’ e non protestino, poi, quando ad indagare sono i magistrati, che per fortuna non solo debbono chiedere il permesso, ma si interessano solo di criminali. Non di casalinghe di Voghera.

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