Da Milano a Rosarno, tra italiani e clandestini
A distanza di tre giorni l’omelia del cardinale Tettamanzi dedicata agli stranieri e la “rivolta” calabrese
Fa una certa impressione ripensare alla messa dell’Epifania in Duomo, a Milano, mentre a Rosarno si scatena l’inferno contro i lavoratori migranti che raccolgono arance pagati venti euro al giorno.
Quel giorno, il cardinale Dionigi Tettamanzi aprì le porte della cattedrale agli stranieri e ai loro figli. I bambini romanì suonarono il violino, mentre i venditori ambulanti senegalesi indossavano le tuniche colorate e le colf filippine sorridevano timidamente, gomito a gomito con i domestici dello Sri Lanka.
L’omelia del Cardinale, come al solito, non fece sconti a nessuno: a Milano, aveva osservato, “con gesti sociali e politici gravemente diseducativi si negano i diritti” degli stranieri. Eppure, “senza il rispetto per i diritti umani elementari non ci può essere bene comune”. Inutile poi stupirsi se “le famiglie dei migranti diventano oggetto di proposte dal sapore nascostamente discriminatorio, fatte passare, invece, come forma di saggezza culturale e di necessità politica”.
Il tutto assume contorni ancora più preoccupanti se si pensa che certe dinamiche prendono corpo “nell’indifferenza generale”, sia che si tratti di prendere cinicamente atto del tasso di aborti tra le donne straniere, sia che si scelga di alzare spallucce dinanzi alle loro difficoltà di integrazione socio-culturale.
Quest’ultima rimane colpevolmente sullo sfondo, con buona pace del destino dei “figli dei migranti – aveva aggiunto Tettamanzi – che si trovano a dover fare i conti con una nuova cultura” che può far avvertire “superati i valori dei genitori”.
Non può sfuggire il filo invisibile che lega fortemente la scelta ecumenica (nel senso più profondo del termine) rilanciata il 6 gennaio dal massimo esponente della diocesi milanese e i suoi interventi pastorali degli ultimi mesi a difesa dei più deboli.
Su sollecitazione dei volontari cattolici impegnati contro lo sgombero (poi avvenuto) della comunità Romanì di via Rubattino, il Cardinale alzò la voce contro scelte politiche e di ordine pubblico inversamente proporzionali al rispetto della dignità dell’uomo (InviatoSpeciale seguì con particolare attenzione la vicenda nell’articolo che trovate qui).
Il secondo atto della sua azione pastorale era appunto avvenuto in corrispondenza con la festività religiosa contrassegnata dall’arrivo a Betlemme di tre stranieri (i Re Magi), alla fine di un lungo viaggio finalizzato a rendere omaggio alla nascita di Gesù. “E’ la festa dei figli dei migranti”, di decine di bambini che per qualche ora hanno trasformato il Duomo in un particolarissimo luogo di festa.
La sfida dell’integrazione, però, è soltanto all’inizio: “Milano ha ancora occhi chiusi e cuori incapaci di aprirsi”, aveva argomentato Tettamanzi, “e il Signore ci aiuterà a rigenerare questa città”.
Parole indigeste per Matteo Salvini, capogruppo della Lega in consiglio comunale, che si domandato poche ore dopo l’omelia del vescovo se “i genitori dei rom non rubino. Del resto, in città, nove nomadi su dieci rubano”.
“Del resto”, aggiungiamo noi, quanti dei 20mila stranieri arrivati in Calabria per raccogliere le arance a giornata, costretti poi a sopravvivere stipati come sardine nei silos e nelle baracche di Rosarno, sono cittadini “clandestini”?
Domanda circolata spessissimo in molte, indignate note di agenzia stampa in seguito alla “rivolta” degli immigrati e alla “reazione” degli italiani. Domanda banale, a ben pensarci.
Più utile sarebbe chiedersi che cosa ci facessero lì, oppure perché da qualche decina d’anni le istituzioni locali e le forze dell’ordine si voltino dall’altra parte ogni volta che a Rosarno, a Castelvolturno o nel Tavoliere delle Puglie piombano orde di disperati al soldo dei caporali e di chi se ne serve.
Opportuno sarebbe anche domandarsi quali risultati abbia garantito al Paese una legislazione nazionale (fortemente voluta dal centrodestra) che ha criminalizzato nel corso degli anni i cosiddetti “clandestini” e chi li proteggerebbe (facendo rientrare in questa categoria finanche i medici ospedalieri o le maestre d’asilo).
Qualcuno dovrebbe anche spiegare, sul terreno sociologico e urbanistico, quale sia eventualmente il nesso tra la condizione di clandestinità, il bisogno di un certo microcosmo industriale di manodopera a bassissimo costo e il confino di migliaia e migliaia di esseri umani in zone di periferia urbana segnata dal peggiore degrado.
In altri termini, se si sceglie di innescare bombe ad orologeria, perché stupirsi della loro esplosione? E ancora: commentare a cose fatte (cioè in seguito allo scoppio) che “la colpa è dei clandestini” non significa forse creare ad arte le condizioni affinché un’altra bomba possa esplodere altrove?
Il compito dei giornalisti non sarebbe quello di porre domande, bensì di provare a raccontare i fatti e la loro durezza, con onestà intellettuale, cercando di aiutare il cittadino-lettore a costruirsi liberamente un’opinione.
In questo Paese, però, accade spesso e volentieri di trovarsi di fronte a tentativi di occultamento della realtà nel penoso intreccio tra settori di classe politica xenofoba e mass media asserviti ad essa.
Al deserto comunicativo corrisponde un’opposizione inefficace, spaventata, spesso silente. Il governo di essa non si preoccupa, in verità. Non è un caso che le bordate più velenose, negli ultimi giorni, siano state riservate allo stesso Tettamanzi. Che ha scelto di denunciare le conseguenze della straordinaria regressione culturale che ha investito il Belpaese e i tanti suoi cittadini per bene.
Paolo Repetto


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