Croce Rossa Italiana: guarirà?
Parla un operatore sanitario, tra precarietà e malattie croniche
Se uno dice “la croce rossa”, la maggior parte delle persone che ascoltano pensa ad una ambulanza, testimoniando così l’alto grado di diffusione che questo Movimento raggiunge nell’immaginario collettivo, ma confondendola con un mezzo di trasporto sanitario che centinaia di altre “Croci” utilizzano quotidianamente (Pubbliche Assistenze, Misericordie, Organizzazioni caritative, Cooperative).
Di fatto la Croce Rossa Italiana non svolge esclusivamente servizi di primo soccorso e trasporto degli infermi, anzi questo compito non è nemmeno previsto tra i suoi ruoli istituzionali, quali la protezione civile, la cura delle vittime di guerra e dei loro famigliari, la distribuzione di generi di sussistenza e di materiale ortopedico, l’educazione alla salute, l’assistenza sanitaria ospedaliera ed ambulatoriale.
Eppure 1833 dipendenti civili a tempo determinato, come evidenziato da un recente articolo di “Repubblica” sulle assunzioni “disinvolte” nella pubblica amministrazione, lavorano continuativamente sulle autolettighe da circa un decennio.
L’articolo in questione, però, rivelando un parassitismo diffuso dentro un sistema di sprechi colossale, non la dice tutta su quei lavoratori. Anzi, non la dice proprio. Proviamo a farlo noi, intervistando Antonio D’Amario, uno di quei “precari” nonché segretario Fialp Cisal Cri della sezione periferica sindacale di Varese.
Quella raccontata da “Repubblica”, spiega D’Amario, è “una storia vecchia che sembra ripetersi uguale negli anni; la storia di una malattia cronica che riguarda buona parte del mondo dei pubblici impieghi, in particolare nel meridione d’Italia” ma non solo.
Già, ma non si parla solo dell’incredibile caso di “mala gaestio” siciliano (12 autisti per ogni ambulanza sul territorio dell’isola): si tira in ballo anche Roma, l’Abruzzo… “Infatti non a caso – replica il sindacalista – l’anno scorso Massimo Barra, Presidente dell’Ente licenziato in tronco, definiva la Cri un paraministero. Cioè un carrozzone enorme che si muove male, troppo lentamente e senza arrivare dove serve; più spesso arriva dove interessa. Dal canto nostro, cerchiamo di tutelare i lavoratori che rappresentiamo, perlopiù a tempo determinato, senza alcuna certezza e pagati male, visti i rischi che corrono nel loro mestiere.
In provincia di Varese, come in quasi tutta la Lombardia, i lavoratori “fanno ciò che nei Paesi civili fanno i paramedici, che da noi non ci sono: soccorso ed assistenza ai malati ed ai traumatizzati, nelle strade, nelle case, sul lavoro; per la verità non esistono nemmeno le scuole per soccorritori professionali, in Italia”.
Alcuni tra loro prestano la loro opera da parecchi anni: “Anche 15 in alcuni casi, senza aver mai smesso, ed assunti con regolare concorso.Per legge dovrebbero essere assunti per legge a tempo indeterminato, ma abbiamo dovuto ricorrere ai Tribunali perché avvenisse. E sta avvenendo proprio in questi mesi”.
Dal canto suo, la Cri dice di avere gli organici pieni, ma D’Amario controbatte: “Nella sola provincia di Varese siamo un centinaio a gestire le chiamate del 118, e non bastiamo, per cui tutto ne risente: mancano le ambulanze, le automediche, gli operatori dei centralini…”.
“Noi non esistiamo per nessuno, ci scambiano per volontari zelanti che nel tempo libero raccolgono gli infortunati; invece siamo le vene del sistema-sanità lombardo. Da noi parte e si struttura la catena del soccorso extra ed intraospedaliero. Vogliano lasciarci a casa perché, sostengono, rappresentiamo un costo per la collettività, pardon, uno spreco. Vogliono forse sostituirci? E con chi? Con qualche studente di Medicina, qualche pensionato? A me risulta che i volontari scarseggino anche di notte, e meno male, dico io. Io voglio dei professionisti chiamati a curare i cittadini”.
“Noi non ci fermeremo – conclude il sindacalista – nemmeno per scioperare, perché ci è proibito dalla legge che tutela i fruitori dei servizi essenziali; lavoreremo, professionalmente, perché si superino tutte le incognite: vorremmo non ci venisse impedito dall’ingiustizia di un sistema arretrato ed irresponsabile”.
Massimo Crespi


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