Cgil, il futuro va a Congresso
In corso da novembre le assise territoriali e di categoria. Sullo sfondo il Paese che affonda nelle sabbie mobili della crisi
La scadenza congressuale del principale sindacato italiano, la Cgil, coincide con la più pesante crisi dal dopoguerra ad oggi e con le sue drammatiche conseguenze nella vita quotidiana di milioni di cittadini.
Due mozioni si confrontano dallo scorso novembre, periodo in cui sono iniziate le assise territoriali e di categoria che porteranno l’organizzazione guidata da Guglielmo Epifani all’appuntamento nazionale del sedicesimo congresso, tra il 5 e l’8 maggio: quella che presenta come primo firmatario lo stesso Epifani si chiama “I diritti e il lavoro oltre la crisi” ed è stata sottoscritta (all’inizio del percorso congressuale) da 144 membri del comitato direttivo su 177 (pari all’81,36%). Alla seconda mozione, intitolata “La Cgil che vogliamo” (il cui primo firmatario è Domenico Moccia, il segretario generale della categoria dei bancari), hanno aderito invece 33 membri (pari all’18,64%).
Dal 9 dicembre (e fino al 20 febbraio) sono in corso le assemblee congressuali; dal 22 febbraio al 13 marzo si svolgeranno i congressi delle categorie territoriali, delle Camere del lavoro e delle categorie regionali; dal 15 al 25 marzo si svolgeranno le assise delle Cgil regionali. Infine, dal 26 marzo al 17 aprile sarà l’ora dei congressi nazionali di categoria e successivamente di quello del sindacato pensionati. Al congresso nazionale parteciperanno 1.043 delegati in rappresentanza di oltre 5.734.855 iscritti.
Epifani non ha presentato alla stampa la sua mozione, ma ha replicato più volte alle domande dei giornalisti in merito alle vicende congressuali. Secondo il segretario generale Cgil quelle emerse sono “differenze difficili da spiegare, tranne che in un caso: l’idea di confederalità che si vuole avere”.
Riferendosi alla cosiddetta “mozione 2” Epifani ha aggiunto: “Qualcuno vuole un modello di sindacato alla tedesca, con due o tre organizzazioni di categoria forti che dettano la linea, ma quella non è la nostra storia, noi siamo il sindacato dei diritti e dell’identità. Per noi confederalità non è mediazione tra potentati di categoria ma qualcosa che parla ad ogni iscritto indipendentemente dalla categoria di appartenenza”.
“Ho tentato fino alla fine – ha ricordato il segretario generale Cgil in un’altra circostanza – di evitare questo approdo, ma mi sono trovato di fronte a una scelta predefinita, e questo mi dispiace”.
Discontinuità, redistribuzione del reddito, rinnovamento generazionale, lotta al precariato, reddito sociale di cittadinanza, estensione dei diritti e quindi dell’articolo 18 a tutti i lavoratori: queste, invece, alcune delle richieste della mozione “La Cgil che vogliamo”.
I promotori chiedono di “abbandonare i tatticismi, rispondendo con forza alla deriva antidemocratica e alla totale assenza di progettualità del Governo, alla sua incapacità di affrontare la crisi” e di rimettere all’ordine del giorno il grande tema della democrazia interna.
La seconda mozione, hanno argomentato ancora i promotori, “non è un gesto di separazione, bensì di unità che tenta di riportare all’ordine del giorno una discussione che la Cgil deve affrontare per rimanere la grande organizzazione che è stata fino ad oggi”.
Fin qui la cronaca fedele, per quanto possibile, di quanto sta avvenendo dalle parti di corso Italia. Si possono aggiungere alcune annotazioni. Ad esempio, che la mozione guidata da Epifani è stata sottoscritta da larga parte del gruppo dirigente nazionale confederale e di categoria, compresa buona parte dell’area “Lavoro e Società”, che ha rappresentato negli ultimi anni (non da sola) le istanze della “sinistra” interna.
Tra i firmatari del documento sottoscritto per primo da Moccia compaiono invece i segretari generali della categoria dei metalmeccanici (Gianni Rinaldini) e della Funzione pubblica (Carlo Podda), oltre al dirigente di spicco, sempre della Fiom, Giorgio Cremaschi (coordinatore dell’altra area di “sinistra” interna, la “Rete 28 aprile”) e ad una dirigente confederale di un certo peso qual è Nicoletta Rocchi (che proviene proprio dai bancari), definita – nelle geografie dell’organizzazione – come esponente della “destra” interna.
Visto e considerato che anche lo stesso Epifani ha da sempre la fama di “riformista”, ben si capisce quanto sia complesso dipanare la matassa del confronto interno che agita la Cgil.
Secondo i detrattori della linea uscita maggioritaria lo scorso novembre, all’inizio dell’iter congressuale (quella sostenuta da Epifani), le due categorie più forti tra i lavoratori attivi (Fiom ed Funzione pubblica) chiederebbero giustamente di contare di più, anche alla luce del disagio vissuto al cospetto di una confederazione che avrebbe dapprima inseguito con eccessiva insistenza l’unità con Cisl e Uil (rinunciando ad alcuni contenuti “forti”) per poi trovarsi esclusa dai grandi tavoli per effetto della “tenaglia” premuta contemporaneamente dal governo e dal sindacato guidato da Raffaele Bonanni.
A detta di chi sostiene invece la posizione di Epifani (come lo stesso leader ha affermato), la mozione che lo avversa pretenderebbe di immolare alcuni tratti salienti della “confederalità” sull’altare del “primato” di due categorie. Inoltre, secondo questa tesi, risulterebbe quanto meno improvvida la scelta di enfatizzare divisioni, rischiando di indebolire tutta la confederazione, proprio nel corso di un congresso particolarmente delicato, capitato dopo l’esclusione della Cgil dal patto “neoconcertativo” raggiunto a palazzo Chigi tra il governo e le altre sigle sindacali, e durante la crisi economica internazionale.
Comunque sia, la Cisl ha già fatto sapere che valuterà a bocce ferme (vale a dire alla fine del congresso Cgil) se ci saranno o meno le condizioni per ritessere il filo del dialogo. Sullo sfondo resta il dramma di milioni di persone in carne ed ossa, che sopravvivono grazie agli ammortizzatori sociali o che – peggio ancora – sono da tempo sprofondate nel baratro della disoccupazione.
Paolo Repetto


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