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Al Pd piace correre da solo

Autore: . Data: giovedì, 14 gennaio 2010Commenti (0)

Dopo il caso pugliese, è polemica in Lombardia. Il candidato Penati rompe con la sinistra

pd“Il mio impegno è quello di allargare la coalizione”. La dichiarazione alla stampa di ieri, pronunciata dal candidato Pd alle Regionali in Lombardia, suona bizzarra.

Filippo Penati l’ha infatti pronunciata subito dopo aver rotto i ponti con le forze della cosiddetta “Federazione della sinistra”, formata da Rifondazione, Comunisti Italiani e altri due movimenti (guidati dall’ex ministro Cesare Salvi e dal sindacalista Cgil Giampaolo Patta).

In realtà, l’ex presidente della Provincia di Milano, che da giorni aveva lasciato trapelare di voler rompere con la sinistra radicale, non ha mai corteggiato le forze costrette dal 2008 a rinunciare alla rappresentanza parlamentare. Stava “parlando” piuttosto all’Udc di Casini e ai Radicali di Pannella e Bonino.

Anche qui il retropensiero del candidato piddino appare davvero curioso: è difficile immaginare che il principale partito progressista del Paese possa allearsi con una formazione, quella guidata da Pierferdinando Casini, che ha governato fino a pochi mesi fa in giunta con il governatore Formigoni.

Non è certo un caso che l’Udc lombardo abbia già fatto sapere, nei corridoi della politica meneghina, che correrà da solo improvvisandosi “terzo polo” e interpretando così – almeno in Lombardia – le “geometrie variabili” inaugurate dallo stesso Casini a livello nazionale.

D’altra parte, tale opzione appare inevitabile: poteva un partito alleato del Pdl fino a ieri fare disinvoltamente il “salto della quaglia”, rischiando oltretutto di finire nel baratro insieme al Pd, considerato l’appeal elettorale dell’ex leader di Comunione e Liberazione?

A chi si riferiva, dunque, Filippo Penati quando ha ipotizzato un allargamento della sua coalizione? A Sinistra e Libertà, cui garantirà così una soglia  di sbarramento più bassa (pur non avendola nemmeno citato il movimento di Vendola nelle sue ipotesi di alleanza, temendo altre offensive del centrodestra che lo hanno già bollato come candidato “comunista”) e forse ai Radicali che, non dimentichiamolo, sono entrati in Parlamento nell’ultima legislatura grazie ad un accordo elettorale con il Pd di Veltroni.

Se infatti, rispetto al partito di Casini, Penati si è limitato (ieri nel corso di una conferenza stampa) a “prendere atto dell’elemento di discontinuità rappresentato dalla volontà di interrompere il sostegno a Formigoni”, a proposito della formazione guidata dagli inossidabili Emma Bonino e Marco Pannella il candidato Pd ha riferito di “un percorso di avvicinamento iniziato addirittura prima che nel Lazio”.

Insomma, nessuna certezza e altri interrogativi che sorgono via via. E’ singolare che il braccio destro di Pierluigi Bersani prenda ad esempio (a giustificazione del possibile percorso lombardo) proprio il caso laziale, emblematico piuttosto dell’incapacità del Partito Democratico ad esprimere un proprio candidato.

Le cronache politiche romane di ieri hanno raccontato per filo e per segno il forte disagio di almeno un terzo del partito contro l’autocandidatura dell’esponente radicale: taluni hanno evidenziato le forti diffidenze di larga fetta del’elettorato cattolico, altri si sono lamentati del grottesco meccanismo che ha portato “un partito del 30% a farsi imporre la strategia da chi raccoglie il 2%”.

Riguardo alla sinistra radicale, Penati ha liquidato il suo “no” sostenendo di “voler costruire l’alternativa a Formigoni, a differenza di chi vuole fare opposizione”.

Permane tuttavia “la disponibilità a un patto di consultazione su alcune questioni. In Lombardia – ha aggiunto – conviene ad entrambi fare una corsa separata: a loro che non sono interessati al governo e a noi che non vogliamo tornare indietro con le lancette e fare una campagna elettorale ‘contro’, ma vogliamo mettere insieme coloro che sostengono un progetto a favore dei lombardi”.

Durissima la replica degli esponenti della “Federazione della sinistra”, costretti a questo punto a presentarsi da soli, a dover esprimere un loro candidato e a superare la soglia di sbarramento, fissata per ora al 3%.

“La decisione da parte di Filippo Penati di rompere a sinistra – ha osservato il segretario lombardo Pdci Gianni Pagliarini – non rappresenta soltanto l’ennesima occasione persa a fronte di chi si aspettava l’avvio della ricostruzione di una coalizione democratica e progressista capace di rispondere alla protervia delle destre sul terreno dei contenuti, bensì appare come una scelta drammaticamente miope”.

In gioco, ha aggiunto, “non ci sono soltanto gli interessi di esponenti politici in cerca di una legittimazione popolare, ma innanzitutto quelli delle persone in carne ed ossa, dei lavoratori e dei pensionati lombardi colpiti negli anni dalla crisi e dal malgoverno di Formigoni”.

Rompere a sinistra, secondo Pagliarini, “significa rompere con settori importanti della vita democratica del Paese, nonostante in tutte le altre regioni del nord il centrosinistra si sia accordato con la sinistra stessa. Penati, dunque, si assume una pesante responsabilità agli occhi dei cittadini lombardi: è proprio vero – ha concluso – che ‘sbagliare è umano, perseverare diabolico’.

Paolo Repetto

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