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Autore: . Data: martedì, 1 dicembre 2009Commenti (0)

Il direttore generale della Luiss, Pier Luigi Celli, ha invitato suo figlio a lasciare il Paese.

emigrants-ellis-islandCon una lettera sul quotidiano ‘la Repubblica’, il ‘capo’ dell’università della Confindustria ha invitato il suo ragazzo a cercar fortuna fuori dal nostro Paese. Ha scritto Celli: “Questo è un Paese in cui, se ti va bene, comincerai guadagnando un decimo di un portaborse qualunque; un centesimo di una velina o di un tronista; forse poco più di un millesimo di un grande manager che ha all’attivo disavventure e fallimenti che non pagherà mai. E’ anche un Paese in cui, per viaggiare, devi augurarti che l’Alitalia non si metta in testa di fare l’azienda seria chiedendo ai suoi dipendenti il rispetto dell’orario, perché allora ti potrebbe capitare di vederti annullare ogni volo per giorni interi, passando il tuo tempo in attesa di una informazione (o di una scusa) che non arriverà. E d’altra parte, come potrebbe essere diversamente, se questo è l’unico Paese in cui una compagnia aerea di Stato, tecnicamente fallita per non aver saputo stare sul mercato, è stata privatizzata regalandole il Monopolio, e così costringendo i suoi vertici alla paralisi di fronte a dipendenti che non crederanno mai più di essere a rischio”.

Il dirigente di una istituzione formativa che costa diverse migliaia di euro l’anno e voluta non da un eccentrico filantropo, ma dall’associazione degli industriali (ovvero da chi paga stipendi equivalenti ad un “un decimo di un portaborse”), è stato in passato direttore generale della Rai. Arrivato a viale Mazzini 14 dichiarò: “Ho assunto la direzione della Rai su indicazione di Massimo D’Alema e Franco Marini” ed alla commissione parlamentare che gli chiedeva luni sulla vicenda rispose di credere che “non ci sia nulla di cui scandalizzarsi”.

Parlando di Alitalia, poi, il manager dice una serie infinite di inesattezze, perchè è ben noto come la ex compagnia di bandiera sia stata devastata proprio dal Palazzo, con anni ed anni di lottizzazione di dirigenti ‘allegri’ e decisioni al limite della follia. Mentre oggi la scarsa puntualità dei voli non è addebitabile ai dipendenti, che hanno pagato gli errori altrui con diecimila cassintegrati, ma per motivi strutturali, ovvero per il numero in alcuni casi insufficiente di lavoratori e per una organizzazione interna non particolarmente efficace.

Ma Celli, rappresentante tipico di quell’esercito di italiani che adora il detto “andate avanti voi che io vi seguo”, ha insistito con suo figlio: “Incapperai nei destini gloriosi di chi, avendo fatto magari il taxista, si vede premiato – per ragioni intuibili – con un Consiglio di Amministrazione, o non sapendo nulla di elettricità, gas ed energie varie, accede imperterrito al vertice di una Multiutility. Non varrà nulla avere la fedina immacolata, se ci sono ragioni sufficienti che lavorano su altri terreni, in grado di spingerti a incarichi delicati, magari critici per i destini industriali del Paese. Questo è un Paese in cui nessuno sembra destinato a pagare per gli errori fatti; figurarsi se si vorrà tirare indietro pensando che non gli tocchi un posto superiore, una volta officiato, per raccomandazione, a qualsiasi incarico. Potrei continuare all’infinito, annoiandoti e deprimendomi”.

Ha ragione Celli, l’Italia è esattamente così. Infatti, lui arrivò al settimo piano della direzione generale della Rai per il motivo che lui stesso ha dichiarato, mentre oggi lavora in una università di proprietà di una istituzione che governa gli imprenditori privati italiani, quelli che tanto amano i contratti di precariato, i cocopro, la ‘mobilità’ e poco i diritti del lavoratori.

Il direttore generale della Luiss quindi ha insistito e rivolgendosi al figlio ha spiegato: “Dammi retta, questo è un Paese che non ti merita. Avremmo voluto che fosse diverso e abbiamo fallito. Anche noi. Tu hai diritto di vivere diversamente, senza chiederti, ad esempio, se quello che dici o scrivi può disturbare qualcuno di questi mediocri che contano, col rischio di essere messo nel mirino, magari subdolamente, e trovarti emarginato senza capire perché”.

Eppure Celli non aveva spiegato prima nella sua ‘illuminata’ missiva di non accettare un Paese nel quale “nessuno sembra destinato a pagare per gli errori fatti”? Se si ritiene per primo responsabile del fallimento italiano, vero e drammatico, perchè non si dimette, rinuncia alla liquidazione, dona ai poveri tutto quello che ha e non si trasferisce in un podere della Basilicata a coltivare la terra, come sarebbe gusto se esistesse una qualsiasi conseguenza tra pensiero ed azione in Italia.

Per chi dirige una università, per altro privata, una testimonianza come quella manifestata in questa ‘missiva ad un figlio’ dovrebbe, inoltre, comportare l’immediata decisione del Cda dell’azienda: licenziamento in tronco. Con quale coraggio, infatti, si possono chiedere soldi per insegnare se la conclusione finale del corso di studi porterà alla rovina in ogni caso?

Il manager ‘disperato’ ha concluso la sua lettera così: “Adesso che ti ho detto quanto avrei voluto evitare con tutte le mie forze, io lo so, lo prevedo, quello che vorresti rispondermi. Ti conosco e ti voglio bene anche per questo. Mi dirai che è tutto vero, che le cose stanno proprio così, che anche a te fanno schifo, ma che tu, proprio per questo, non gliela darai vinta. Tutto qui. E non so, credimi, se preoccuparmi di più per questa tua ostinazione, o rallegrarmi per aver trovato il modo di non deludermi, assecondando le mie amarezze. Preparati comunque a soffrire”.

Ecco la perla finale, l’impegno civile che si manifesta non nell’idea di una necessità chiara, esplicita e collettiva di protagonismo, ma nell’ostinzione solitaria, condita d sofferenza ed amarezza.

Pubblicando la lettera di Celli, forse ‘la Repubblica’ ha ritenuto di svolgere una operazione politica di denuncia, ha supposto di mostrare quanto grave sia la crisi italiana. Un giornale ha il dovere di non censurare nulla, ma anche ha il compito di proteggere la verità.

Il direttore generale della Luiss non è stato sincero fino in fondo perchè, come gli ha fatto notare un lettore in un commento, “è allarmante e allo stesso modo ridicolo che questa accorata lettere arrivi dal n.1 della Luiss, e cioè dell’università privata della Confindustria. Fossi uno studente mi preoccuperei, fossi Montezemolo mi arrabbierei”.

Mentre un altro gli ha ricordato cosa vuol dire essere un ‘cittadino’: “Capirai… è l’unico ad esserci arrivato. Però… dato che Celli ha fatto una discreta carriera, incluso un passaggio non si sa bene a far cosa ma piuttosto ben retribuito in primaria banca, quindi sa di cosa parla, no? Che faccia i nomi di “grandi” manager che cumulano disastri e restano immarcescibili a “loro” posto. Grazie, néh!”.

Il declino italiano, allora, è perfettamente visibile in questa allarmante dichiarazione di intenti. Un ultimo lettore, infine, ha inviato la risposta più saggia: “Celli ha perfettamente ragione. L’unico problema è che non a tutti è concessa questa opportunità, purtroppo: la maggioranza di chi studia, con sacrifici e esborso di denaro, è condannato a restare per mille motivi. In effetti, vista la situazione, sarebbe più logico chiudere le università. Tanto, ad un Paese medievale non servono”.

Sapremo tra qualche anno se il figlio di Celli è rimasto disoccupato, ma fin da ora abbiamo qualche motivo per dubitarne.

Roberto Bàrbera

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