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NoBDay, diritti civili e questione sociale

Autore: . Data: giovedì, 10 dicembre 2009Commenti (0)

Il cosiddetto “popolo viola” continua la sua battaglia su Facebook. Irrisolto il confronto sui temi-chiave che assillano milioni di cittadini

NoBDay 5.12.09 030A poco meno di una settimana di distanza dalla grande manifestazione romana battezzata con successo “No Berlusconi Day”, i suoi promotori (reali e virtuali nello stesso tempo) insieme a simpatizzanti, partecipanti o semplici affezionati alle chiacchiere sulla Rete continuano a dibattere su Facebook in merito ai destini del Premier e ai possibili antidoti al suo strapotere mediatico e culturale.

La discussione si è spostata dallo spazio web finalizzato a chiamare in piazza i cittadini ad un neonato luogo di confronto, chiamato “Il Popolo viola”. Ieri sera alle 21.15 gli iscritti alla nuova pagina, cliccatissima sul social network, erano 88.182.

Alcune centinaia, tra loro, partecipano con attivismo agli “aggiornamenti di stato” proposti dai moderatori, talvolta plaudendo semplicemente a perentorie affermazioni, talvolta scegliendo di commentarle.

La bacheca virtuale del “popolo viola” offre peraltro molti spunti utili a capire quali priorità abbia individuato il “movimento”. E’ già stata annunciata online la volontà di querelare il direttore del “Giornale”, Vittorio Feltri, per aver definito i manifestanti di sabato scorso “amici di Spatuzza” e non manca chi teme una possibile dispersione del consenso raccolto attorno al corteo (ha scritto Giacomo: “tutti uniti… per favore…  raggiungiamo l’obiettivo che sappiamo… prendiamoci quel profumo di libertà, poi ognuno seguirà le proprie idee politiche… qui per adesso siamo e dobbiamo rimanere il POPOLO VIOLA… sapete già cosa significa questo….).

Gli amministratori della pagina post-NoBday continuano ad approfondire, su questo solco, i temi che incontrano molte delle sensibilità presenti in quella piazza. Ieri, attorno alle 15, hanno sostenuto di essere disinteressati all’avventura partitica: “Leggere attentamente prima di scrivere (commentare, ndr): NON FAREMO MAI UN PARTITO”. Hanno risposto, fino a quell’ora, “mi piace” in 580, mentre altri 135 utenti hanno commentato più diffusamente il messaggio. Scorriamo qualche presa di posizione.

Dario ha spiegato che “per andare contro il potere dei pappa all’ingrasso bisogna a mio avviso rifiutare il loro controllo. basta semplicemente non riconoscerlo. quanto sarebbe bello far aderire la popolazione ad una nuova costituzione (che potrebbe essere anche quella attuale ma almeno ripulita da alcuni interventi degli ultimi decenni) in questo modo decadrebbero un … botto di leggi che hanno leso irrimediabilmente la repubblica italiana (il fine della p2). sarò drastico ma alla politica preferisco una sana reazione anche indipendentista. è ovviamente inutile dire che sono totalmente contrario ad ogni forma di partito. quando la prendiamo la bastiglia??”.

Lela ha ribattuto, in maiuscolo, ponendo innanzitutto alcune domande, cui hanno fatto seguito parziali risposte: “cosa facciamo allora? un movimento per cosa? le idee ci sono, troviamo le persone giuste all’interno di questo movimento, e su di loro costruiamo la fiducia del popolo, per costituire un partito degno di questo nome. non ne esistono più, di partiti politici. sono tutte cricche per fare in modo che i membri traggano vantaggio esclusivo per loro stessi…. basta porca miseria. io non voglio dare il voto a nessuno di questi partiti. un’idea come quella di beppe grillo.. i comuni a cinque stelle… favorire e diffondere i veri valori della politica…. per tornare un paese con la p maiuscola…”.

Serena, al contrario, non si è dichiarata affatto contraria all’avventura politica tradizionale: “io sono d’accordo con un partito. ci vuole qualcuno con un cervello funzionante e una morale sociale e politica che possa sedersi e varare leggi affinché le cose migliorino. solo con le proteste non facciamo nulla. non li cacciamo dalle sedie comode in parlamento… li dobbiamo proprio scrollare giù fisicamente facciamo votare il popolo… facciamoci votare al governo e iniziamo i cambiamenti… il voto è il mezzo più democratico che abbiamo che si propongano dei candidati sotto le regole del popolo viola di chiarezza e trasparenza, giudichiamo chi lo fa veramente per il bene dello stato votiamo e andiamo al governo”.

L’utente “uno qualunque”, ad esempio, si è sentito già parte del dibattito politico nel Paese, in quanto facente parte del “popolo viola”: “Purtroppo prendo atto dai numerosi commenti che dopo 15 anni di malgoverno il solo ‘nominare’ la parola ‘politica’ suscita un sentimento diffuso di disgusto… quando invece non ci rendiamo conto che noi con questo movimento stiamo ‘già’ facendo politica e soprattutto non ci rendiamo conto che Berlusconi (e anche Bersani aggiungo…) possono essere sconfitti solo alle urne, un passo dopo l’altro. Altre alternative in un paese come il nostro io NON ne vedo (certo ci sarebbe la guerra civile, ma siamo un popolo troppo pigro e pavido anche solo per poterlo pensare…)”.

Alcuni, come Lorenzo, hanno proposto di percorrere una strada ibrida (“ribadisco il mio no al partito, sì ad un movimento che eventualmente confluisca in una lista”), altri, come Giulia, hanno suggerito di procedere per gradi: “Secondo me bisogna continuare con manifestazioni e iniziative di questo genere per il momento. Siamo pronti per diventare un partito? Abbiamo davvero un’idea comune di come guidare il paese? Intanto bisogna riunirsi e fare dei convegni, parlare di cosa vogliamo essere. Per ora la cosa che ci ha unito è quello che NON vogliamo essere, cioè dei cittadini rappresentati da mr.b. Non è poco, ma non si può fare un partito solo per questo”.

Quest’ultima opinione rende l’idea dei limiti e delle difficoltà del confronto sul “che fare”. Un confronto che si intreccia con le critiche piovute sul “popolo viola” prima e dopo la manifestazione di sabato, anche da parte di simpatizzanti del Partito Democratico o addirittura della sinistra radicale.

Da un lato si è a lungo discusso, prima e dopo il fatidico pomeriggio romano, delle divisioni interne al Pd, a partire dalla scelta della presidente Rosy Bindi di partecipare alla kermesse a fronte della decisione assunta dall’area più riformista di assistere all’evento da lontano “perchè non è così che si sconfiggerà Berlusconi”.

Pierluigi Bersani ha fatto da pontiere, non sconfessando alcuna scelta ma rimarcando  nello stesso tempo (intervistato da Lucia Annunziata, l’indomani nel corso della trasmissione “In mezz’ora”) la necessità di convincere soprattutto gli elettori (quelli delusi) del Popolo delle libertà, dando per acquisito il consenso dei “pasdaran”.

Alcune critiche allo “spirito” del corteo sono giunte, però, anche da aree politiche riconducibili alla sinistra radicale. Qualche suo rappresentante, sulla Rete, ha puntato il dito contro la deriva “sessista” utilizzata a piene mani per offendere Berlusconi, mentre altri hanno mostrato diffidenza nei confronti del sentimento giustizialista con il quale si sarebbe identificata la sensibilità maggioritaria di quel corteo a discapito di altre emergenze presenti nel Paese e sottovalutate.

Forse non per caso, ieri attorno alle 17 gli amministratori del “popolo viola” hanno diffuso su Facebook il seguente messaggio: “E’ curioso notare come i detrattori (che si dicono antiberlusconiani) di questa pagina e del No-B Day (prima) siano così prodighi di critiche e allusioni sul Popolo Viola e non pronuncino mai una sola parola (ripetiamo: una sola parola) contro Berlusconi”.

Che sia iniziata la polemica è positivo, in quanto sintomo di vitalità. Il punto è sempre quello (il “che fare”) e la difficoltà a tenere assieme le tante sfaccettature di un microcosmo tutt’altro che ben definito si coglie bene dal messaggio dell’utente Valeria: “Non si può imporre ad un movimento una decisione dall’alto. Ma chi è che parla e a nome di chi?”.

Qui emerge con chiarezza il tema della democrazia e delle priorità cui dovrebbe dotarsi qualunque movimento che intenda incidere sul terreno politico. E’ un dato di fatto (pressoché impossibile da smentire) che il cemento del “movimento” sia l’antiberlusconismo soprattutto nella sua versione che potremmo definire “giustizialista”.

Gli slogan più gettonati, sabato scorso, andavano in quella direzione: o con l’auspicio rivolto al Premier di passare il resto della sua vita in galera o attraverso l’epiteto di “mafioso”. Niente di strano, considerato il clima che si respira in larghi strati del Paese.

Occorre però domandarsi perché a Berlusconi non siano state imputate le conseguenze della crisi e della sua mala gestione in campo sociale: non è forse il degrado economico la prima piaga che assilla milioni di persone, al di là del loro colore politico, della cultura di provenienza o del ceto di riferimento?

Come mai non è emersa con chiarezza, negli slogan o negli striscioni del corteo, la preoccupazione per la zoppicante agibilità democratica sul terreno dei diritti civili? Per quale motivo, ad esempio, non sono state coinvolte dagli organizzatori le comunità di migranti, che pagano più di tutti la drammatica condizione di declino nel quale è precipitato il Paese?

Non si tratta di domande inutilmente provocatorie. La questione è “politica”, ma c’entra poco con i desideri di svolta più o meno partitica del “movimento”. Il quale rischia l’inevitabile dispersione (pensiamo all’infelice destino dei “girotondi” o alle difficoltà incontrate dai gruppi legati a Beppe Grillo oltre che da studenti, insegnanti e militanti sindacali di ogni categoria) qualora non si dimostri in grado di costruire un consenso potenzialmente maggioritario sulle questioni più stringenti: dall’emergenza salariale e sociale alle conseguenze della “fuga dei cervelli”, fino ai gravissimi deficit democratici o alla necessità di costruire un’opposizione credibile che sappia cimentarsi anche col tema delle “regole”.

Ieri alle 19.20 l’ennesimo proclama del “movimento”: “Il mondo ci guarda, i francesi e gli inglesi ci imitano. Stiamo diventando il simbolo della nuova rivoluzione culturale in Europa!”. Temiamo non basterà un “libretto viola” a costruire una nuova democrazia.

Paolo Repetto

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