Milano, fiaccolata per i Romanì
Organizzata ieri dall’associazione “Milano città aperta”. Mentre continuano le proteste dei cittadini “normali” contro gli sgomberi e le loro conseguenze
“Denunciare il carattere brutale degli sgomberi di via Rubattino e via Forlanini, sollecitando al più presto misure umanitarie nei confronti dei cittadini Rom sgomberati”.
Con questo obiettivo l’associazione “Milano città aperta” ha organizzato ieri sera a Milano (nella centralissima piazza San Babila) una fiaccolata di solidarietà con la comunità Romanì cacciata via da un accampamento ad est della città poco meno di quindici giorni fa e sempre più senza fissa dimora.
Va ricordato che tra i bambini residenti in via Rubattino, ben 36 frequentavano le scuole elementari della zona. Perciò – riletto a distanza di tredici giorni – suona sempre più sinistro il comunicato diffuso a caldo dal comandante della polizia locale, Tullio Mastrangelo, membro della commissione Sicurezza a palazzo Marino, in risposta alle domande dei consiglieri allarmati per l’accaduto: “Abbiamo trovato il campo in condizioni igienico sanitarie insostenibili. C’erano montagne di immondizia, molti topi e un odore insopportabile che ci ha costretto a mettere tutti le mascherine. I bambini si trovavano in questa situazione intollerabile”.
Anche da queste considerazioni è scaturita la decisione di sgombero da parte del prefetto Lombardi, “dopo molte consultazioni, come sua abitudine, con le istituzioni e gli operatori sociali coinvolti”.
Bene, anzi, male. Perchè se i motivi della cacciata (da via Rubattino all’alba del 19 novembre, e poi anche da viale Forlanini una settimana dopo) vanno evidentemente ricondotti a ragioni umanitarie, per quale motivo non è stata trovata, nel giro di pochi giorni, una sistemazione definitiva utile a restituire da un lato la dignità agli adulti e dall’altro la frequentazione scolastica ai 36 bambini?
Secondo quanto riferito da alcuni volontari e da una maestra della zona da noi consultata, pochissimi di quei bimbi sono tuttora accompagnati nelle loro classi. E’ fin troppo ovvio che tanti altri genitori, dopo gli “sfratti” ripetuti, e la forzata divisione imposta a molte famiglie, non si trovano nelle condizioni logistiche e ambientali necessarie a garantire la continuità didattica ai loro figli.
Qualcosa non torna: la tutela igienico-sanitaria dei più deboli si è dunque fermata agli sgomberi? Una volta ripulito un accampamento dai topi il Comune ha esaurito la sua missione sociale?
Domande retoriche per le decine di cittadini (maestre, genitori e semplici spettatori di una vicenda incivile) che hanno deciso di inviare altrettante lettere all’assessore comunale competente, Moioli, e al vicesindaco De Corato: “Mio figlio vorrebbe sapere perché i bambini Rom hanno meno diritto di lui di stare insieme alle loro mamme, ai loro papà e ai loro fratelli e sorelle ”… “Non posso sentirmi rappresentata da autorità che violano i diritti dei più deboli, non è questa la città che voglio!”… “Continuate a parlare del valore della famiglia e poi pretendete che le famiglie rom si dividano donne e bambini da una parte, uomini dall’altra…”.
“Sgomberi – hanno aggiunto gli esponenti di “Milano città aperta” – che hanno lasciato al freddo e senza un tetto centinaia di uomini, donne e bambini, senza prospettare per loro soluzioni alternative accettabili e condivise. Sgomberi che soffiano sul fuoco per creare artificialmente una finta emergenza che nasconda i problemi reali di Milano. Sgomberi che hanno interrotto preziosi percorsi di conoscenza reciproca tra cittadini italiani e Rom. Sgomberi che hanno negato ai bambini Rom di continuare ad andare a scuola assieme ai loro compagni italiani. Sgomberi che hanno violato i diritti (alla casa, alla salute, all’istruzione…) e le libertà fondamentali di centinaia di persone. Ma anche sgomberi che mai come in passato hanno suscitato l’indignazione e il rifiuto di una fetta consistente della cittadinanza milanese che ha deciso di affidare alle mail la proprie parole di sdegno e protesta”.
Sgomberi che danno il segno dell’impronta politica del centrodestra milanese, che in tutta evidenza non intende riconoscere alla comunità Romanì il ruolo di interlocutore credibile della pubblica amministrazione. Nonostante quei cittadini abbiano interagito per mesi con il microcosmo scolastico locale e con l’italianissima rete associativa che ha seguito passo dopo passo il processo di integrazione.
Da queste premesse è partita in piazza San Babila la fiaccolata di ieri. Con la precisa richiesta di bloccare “ogni politica di sgomberi da parte dell’Amministrazione comunale”. In nome della convivenza pacifica, che “si coltiva con il dialogo e la solidarietà, non con le ruspe”.
Paolo Repetto
Nella foto: disegno di Noris, 8 anni, tratto da “Io vivo al campo – storie di bambini rom a Milano” (a cura della comunità di Sant’Egidio)


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