La tragedia dell’Aids
Il contagio non si arresta, la prevenzione è ridicola, le donne sempre più colpite.
L’Hiv sempre è più nemico delle donne italiane, che sopportano la crescita maggiore negli ultimi anni del contagio: se nel 1985 nel nostro Paese c’era un caso di Hiv femminile ogni 3,5 casi maschili, il rapporto è oggi sceso a 2,5.
Secondo i dati del Coa (Centro operativo anti-Aids) dell’Istituto superiore di sanità , diffusi ieri a Roma in occasione della Giornata mondiale Aids, in Italia quasi la metà delle donne che hanno contratto la sindrome attraverso i rapporti eterosessuali è stata contagiata dai partner di cui era nota la sieropositività .
In pratica, si sono esposte al rischio pur sapendo che il compagno era malato, mostrando quanto siano basse la conoscenza della malattia e le misure di prevenzione.
I dati sono allarmanti, perchè se i casi di infezione sono diminuiti dal 1981 (anno in cui fu identificato il primo caso di Aids negli Usa e iniziò il monitoraggio in vari Paesi del mondo), la stabilità di diffusione del virus e i cambiamenti delle modalità di trasmissione “dimostrano come le persone non abbiano ancora assunto quei comportamenti responsabili in grado di evitare il diffondersi del virus” ha riferito Nps Italia Onlus (Network delle persone sieropositive)
L’incidenza dei casi di Aids nel 2007 è stata maggiore in Lombardia e Liguria (3,4 ogni 100 mila abitanti), seguite da Emilia Romagna e Toscana (2,9), Lazio e Marche (1,9).
La diffusione, invece, continua a essere mediamente più bassa nelle regioni meridionali e in particolare in Calabria (0,3), anche se la Basilicata segna un 2,2.
Anche per l’Hiv il tasso più basso si registra al Sud, con 2,6 casi ogni 100 mila abitanti della Puglia nel 2008 contro i 9,5 dell’Emilia Romagna e gli 8,7 del Lazio.
Le terapie funzionano, ma solo il 34 per cento le assume fin dalla diagnosi di sieropositività . Crescono poi le aspettative di vita per chi assume i farmaci antiretrovirali.
L’Aids resta una malattia mortale, da cui non si guarisce, ma se il tasso di letalità (cioè il rapporto tra i decessi per anno di diagnosi e i casi diagnosticati in quello stesso anno) era pari al 94,4 per cento nel 1985, al 72,5 nel 1995 e al 25 nel 2005, nel 2008 si è registrata una diminuzione che ha portato il dato al 9 per cento.
La censura imposta da ambienti cattolici all’informazione è la causa principale della scarsa conoscenza della malattia. Una dichiarazione dell’immunologo (ex An e poi Pdl) Fernando Aiuti, presidente della commissione politiche sanitarie del comune di Roma, mostra più di qualunque altra cosa i pericoli del moralismo. Ha detto Aiuti che i distributori di preservativi nelle scuole sono “una provocazione se installati dentro gli istituti, perché lì ci si va per studiare, mentre potrebbero essere utili se messi nelle vicinanze”.
Insomma, la prevenzione va bene se fatta sul marciapiede, perchè i giovani hanno diritto a sapere come evitare di rischiare la vita solo ‘di nascosto’, alla luce del sole ‘certe cose’ non si debbono dire.
Inqualificabile, infine, lo spot realizzato dal ministero della Salute, nel quale non si pronuncia mai la parola “Aids”. L’attore Valerio Mastrandea, piuttosto concitato, passeggiando per un parco dice: “Adesso sembra che non ci sia più… sembra… solo perchè se ne parla di meno uno pensa… a me non mi succede… invece succede, eccome! Io il test Hiv ho deciso di farlo, in fondo è soltanto una semplice analisi. Non abbassare la guardia, fai il test”.
Poi finalmente compare per un paio di secondi una scritta: “Aids, la sua forza finisce dove comincia la tua”. Chiunque comprenda cosa voglia dire il filmato, pagato coi soldi dei contribuenti, potrebbe vincere un premio. Nel video non si dice come proteggersi, ma solo come fare a sapere se ci si è ammalati.
Il moralismo che impedisce di parlare di preservativi, di sesso sicuro, di attenzione in caso di trasfusioni o di non utilizzare siringhe usate è, allora, il vero killer. Quando saranno fermati i mandanti?


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