La crisi sociale del modello lombardo
A quattro mesi dalle elezioni regionali parlano i numeri: esorbitante ricorso alla Cig e aumento della povertà
Il caso del recente avviso di garanzia al presidente della Giunta regionale lombarda ha riaperto il confronto sul cosiddetto “modello Formigoni”. I suoi detrattori lo dipingono come il rappresentante di un intreccio politico-affaristico, che ha in ogni caso garantito al centrodestra, negli ultimi dieci anni, un consenso largamente maggioritario tra gli elettori.
Tra quattro mesi si svolgeranno le elezioni regionali ed è utile, senza addentrarsi ora sul terreno politico, mettere in fila alcuni dati sullo stato di salute di una Regione considerata da sempre la locomotiva d’Italia.
Preoccupanti, innanzitutto, i numeri relativi ai conti delle famiglie lombarde: nei primi sette mesi del 2009 il sovraindebitamento è cresciuto dell’84,6% rispetto al 2008. La Lombardia risulterebbe tra le Regioni a maggior rischio usura: +68,4% stando alle cifre fornite dalla Associazione contribuenti italiani.
In parallelo cresce nelle grandi città (non solo “padane”) l’emergenza abitativa, per effetto del caro-affitti e delle fluttuazioni dei tassi variabili sui mutui abbinati all’assenza di interventi a favore dell’edilizia popolare. Lo scorso anno, soltanto nella città di Milano, si sono registrati 2mila pignoramenti di alloggi dovuti ad insolvenza delle rate di mutuo.
La soglia della povertà, in una realtà come la Lombardia, si è ormai innalzata ben al di là delle fasce “tradizionali” del disagio sociale: l’8% della popolazione lombarda si percepisce povera e degli 840mila migranti censiti dalla Caritas circa il 90% è sotto quella stessa soglia.
La Regione mantiene il primo posto nel Belpaese per Pil pro-capite, ma risulta soltanto decima prendendo a riferimento il parametro “Quars”, vale a dire l’indice di “qualità” dello sviluppo elaborato dalla campagna “Sbilanciamoci!”, che prende in considerazione sette macroindicatori tra i quali la qualità dell’ambiente, l’istruzione, la salute, la partecipazione e i diritti.
Sarebbe dunque interessante se i pubblici amministratori iniziassero a riflettere sulla divergenza tra i modelli regionali di produzione del Pil e la qualità della vita effettiva.
D’altronde, che nell’ampia fetta geografica caratterizzata qualche decennio fa da elevati tassi di sviluppo e di produzione industriale si facciano oggi i conti con la fine dell’età dell’oro, non lo scopriamo certo noi.
La desertificazione produttiva è invisibile soltanto per chi non la voglia vedere e le cronache raccontano che sui milioni di metri quadrati di aree dismesse, dove prima c’erano le fabbriche, si è scatenata una violenta speculazione: colate di cemento, case in vendita a prezzi stellari, centri commerciali.
E dire che tuttora la Lombardia è la regione italiana più popolata da aziende industriali: qui opera il 20,15% delle imprese manifatturiere (il 31% di quelle a media dimensione). A pagare il prezzo della crisi, come sempre, sono le persone i carne ed ossa, coloro che si guadagnano da vivere con il loro lavoro: le ore autorizzate di cassintegrazione (Cig) nel periodo gennaio-settembre 2009, rispetto al 2008, segnano un incremento del 494,94%.
La cassa integrazione ordinaria registra i tassi di maggiore crescita (795,92%) rispetto a quella straordinaria (223,13%). Mentre la crescita tendenziale (settembre 2009 su settembre 2008) è pari al 625,81%.
Se prendiamo in considerazione i macrosettori economici, sempre per il periodo gennaio-settembre 2009 sul 2008, l’industria manifesta livelli di Cig che non ha confronti con altri settori: qui è cresciuta del 946,88% contro il 245,92% del commercio e il 174,90% dell’edilizia.
Più nello specifico, il settore metallurgico registra un aumento del 2.389,81%, più del meccanico (1.745,99%).
Altri grandi settori in enorme sofferenza sono quelli dei trasporti e della comunicazione, che segnano un aumento della Cig oltre ogni limite tollerabile: oltre il 4.500%.
La provincia di Lecco è la più colpita: +1.187,45%, seguita da Cremona con 1.006,12%, Lodi 915,70%, Como 809,89%, Brescia 693,63%, Mantova 796,46%, Pavia 461,46%, Milano 366%, Varese 326%, Bergamo 300% e Sondrio 198%.
I licenziamenti, in totale, nel periodo gennaio-settembre 2009, ammontano a 38.276, con un aumento del 67% in rapporto allo stesso periodo del 2008. In particolare si tratta di 14.070 lavoratori (+18,90%) con indennità di mobilità e di 24.147 (+119%) con indennità di disoccupazione.
La piaga del lavoro sommerso, irregolare e “nero” continua a dilagare in Lombardia e l’apertura dei cantieri per la realizzazione delle opere relative all’Expo 2015 potrebbe far peggiorare la situazione.
L’esame dei dati relativi al primo semestre 2009, sull’attività di vigilanza effettuata da tutte le istituzioni pubbliche preposte, evidenzia la gravità della situazione: nel 66% delle imprese ispezionate sono state rilevate irregolarità. Sono stati trovati 32.316 lavoratori cui si riferiscono irregolarità di vario genere, accanto a 5.535 lavoratori in “nero”.
L’unico dato positivo, se così si può definire, è il recupero di 154.486.091 euro per le casse pubbliche. Peraltro pochi sanno che il saldo tra entrate (i contributi versati) e uscite (le pensioni pagate) è negativo per oltre 2 miliardi di euro. Perché la ricchezza “vera” di questa Regione era stata garantita dal lavoro.
In Lombardia ci sono le pensioni più alte, perché più intenso è stato il lavoro stabile. Dunque, come è giusto che sia, chi ha garantito la fortuna di questo Paese è andato in pensione con determinate prestazioni. Oggi, però, i contributi diminuiscono, perchè la Lombardia presenta i livelli di precarietà prima descritti.
I numeri “hanno la testa dura”, insomma. Sarebbe bene che la classe politica, abituata a pontificare e a imporre ricette sulla pelle dei cittadini, cominciasse ad agire a ragion veduta.
Paolo Repetto


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