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Governo, impunità e agende rosse

Autore: . Data: lunedì, 7 dicembre 2009Commenti (0)

Alla Fiera di Rimini il primo Salone della Giustizia. Un articolo per “Tu Inviato”

alfanocameradetentivaIl Salone della Giustizia, patrocinato dai ministeri italiani e tenutosi recentemente a Rimini, non poteva svolgersi in un momento migliore: Berlusconi e il senatore Dell’Utri  sotto torchio dalle dichiarazioni del pentito di mafia Gaspare Spatuzza, le recenti rivelazioni inquietanti sui clienti di Schifani (risalenti all’epoca della sua carriera da avvocato), l’avviso di garanzia per Cosentino, un’intervista del “Fatto Quotidiano” alla ex moglie del senatore D’Alì (Pdl) che ne ricorda i contatti del marito con il boss Messina Denaro e, per ultimo, il ministro della Giustizia Angelino Alfano al centro del dibattito non tanto per aver presenziato al matrimonio della figlia di un boss, ma perché maggior sostenitore del vituperabile “Processo breve” (degna invenzione giuridica, nata a tutela del diritto ad un processo in tempi brevi per ovviare ai processi del Premier tramite la riduzione dei tempi di prescrizione).

Del “Processo breve” il ministro Alfano non ha mancato di parlare anche nella sua lettera inviata al salone che qui riproponiamo: “Sarò ben lieto di aprire i lavori della manifestazione intervenendo, il 3 dicembre prossimo, alla giornata inaugurale del Salone. Il Governo di cui mi onoro di far parte, avverte fortemente la necessità di promuovere una profonda riforma della giustizia, in tutti i suoi settori. E, proprio per onorare questo impegno preso con i cittadini durante la campagna elettorale, stiamo lavorando ormai da un anno perché con questa riforma sia finalmente possibile restituire ai processi civili e penali quei requisiti di equilibrio, rapidità ed efficienza che affliggono le nostre aule giudiziarie ormai da troppo tempo. A Rimini, per quattro giorni, avremo l’occasione di illustrare quanto sarà stato realizzato fino ad allora e quanto ancora ci sarà da fare e avremo l’opportunità di spiegarlo al mondo della politica, della magistratura, dell’avvocatura, delle forze dell’ordine, delle professioni, dell’imprenditoria, dell’università er dell’informazione, nonché a tutti i cittadini che, mi auguro, vorranno visitare i padiglioni della Fiera e partecipare agli incontri che vi si svolgeranno”.

Alfano avrebbe appunto dovuto aprire i lavori del salone, ma è stato battuto sul tempo da Fini giunto a Rimini in mattinata. Il ministro della Giustizia è arrivato invece a metà del pomeriggio. Ad accoglierlo, prima del tappeto rosso e della schiera di poliziotti in riga, c’era il popolo delle “agende rosse”, ovvero quei comuni cittadini che ancora si chiedono dove sia finita l’agenda rossa di Paolo Borsellino scomparsa dopo l’attentato di cui è stato vittima (si ritiene che l’agenda contenga preziose informazioni sulla trattativa fra Stato e mafia ai tempi della stragi del ’92).

Di tutto fatto le forze dell’ordine che avevano ricevuto indicazioni di non fare assolutamente entrare “agende rosse” all’interno del Salone hanno bloccato l’accesso, di norma aperto a tutti i cittadini, a chiunque avesse in borsa un’agenda rossa.

Alfano, dopo un ingresso trionfale, attorniato da una rete umana di poliziotti ed agenti che lo proteggevano, ha visitato con una certa dovizia lo stand dedicato agli strumenti di tortura della storia italiana, quello dove era custodito il primo numero della Gazzetta Ufficiale, quello del Ministero della Giustizia, ma, giunto di fronte allo stand che figurava l’entrata di un carcere e avviatosi poi verso la cella tipo di un carcerato del 41bis (regime di carcere duro) non è riuscito, in un mordicchio di labbra, a nascondere una certa titubanza.

Ai giornalisti che lo seguivano, prima di entrare nello spazio dedicato all’Anm, non ha mancato di riferire tali parole: “Nonostante la contumacia del presidente dell’Anm sono passato a porgere il mio saluto ai rappresentanti dell’Anm”.

Il ministro, dopo essersi fatto scattare una gaudente foto con un libro nelle mani intitolato “La riforma della procedura civile”, si è poi recato nella sala principale del salone dove ha tenuto il suo discorso inaugurale.

Previe scuse per il ritardo dovuto alla rocambolesca visita degli stand, ha sostenuto che il salone della giustizia è la prova di un concetto “anche un po’ romantico” ovvero (riportiamo in sintesi le sue parole) è l’idea che, al di là delle divisioni politiche, quando fisicamente in un salone della giustizia si vedono raggruppati tutti i componenti della giustizia si deve pensare, necessariamente, ad una grande squadra italiana capace di stare in campo con la stessa maglia.

Alfano poi, contrariamente alle sue premesse, si è avventurato in discorso dal sapore propagandistico, palesando la necessità di una riforma della giustizia: “Noi vogliamo cambiare la giustizia e cambiarla in meglio, perché non è più possibile immaginare che nel nostro Paese i processi civili durino più di 10 anni…non è più possibile che i detenuti stiano stretti e che il 38% di essi sia di provenienza straniera”.

E’ passato poi, come di consueto, al tema della separazione dei pm dalla magistratura e all’elogio, ormai divenuto anch’esso un classico, della dura lotta alla mafia condotta dal governo che ha trasformato il carcere duro in carcere durissimo: “Ho visto che vi era uno stand che ospitava un carcere immaginario  e che dentro quello stand vi era anche la cella del 41 bis, noi con le nostre leggi antimafia abbiamo trasformato il carcere che era già duro in carcere durissimo”.

Si è profuso successivamente in ringraziamenti alla magistratura (in precedenza attaccata duramente) quale reale autrice, insieme alle forze dell’ordine, di centinaia di arresti e sequestri di beni di provenienza mafiosa.

L’elogio dell’operato della maggioranza al governo è così proseguito: “Abbiamo prodotto delle norme che hanno fatto sì che alcuni abominii giuridici venissero cancellati” (vale a dire l’abolizione del patrocinio gratuito per i mafiosi che si dichiarerebbero nullatenenti. Che poi sarebbe, da intendersi, lo scotto per l’introduzione di altri abominii giuridici quali il Lodo Alfano e il “Processo breve”).

Il ministro, a metà del suo discorso, ha dato lettura di un testo classico di Giustiniano: “La giustizia era lentissima… Giustiniano per impedire che la cause siano quasi immortali stabilì che i tribunali di primo grado dovevano emettere una sentenza nel giro di tre anni per i casi civili e di due anni per i casi penali”.

Dopo gli applausi qualcuno ha osato opporsi: ” Però il processo veniva finito”. Due magistrati hanno abbandonato subito la sala alzandosi come se fossero stati oltraggiati dai racconti, non più romantici bensì classici, profusi dal ministro. Qualcuno deve aver pensato che sarebbe stato meglio chiamarlo “salone dell’ingiustizia”…

Andrea G. Cammarata

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