Destra, sinistra, quanta confusione sotto il cielo
Le categorie ideologiche del Novecento sarebbero anacronistiche, secondo Gianfranco Fini. Forse perchè va di moda l’inciucio?
Recentemente, nel corso di una intervista televisiva, Gianfranco Fini, Presidente della Camera dei Deputati, si esprimeva sulle definizioni di “destra” e di “sinistra” riferendosi agli schieramenti di partito. Sostenendone l’anacronismo, a suo giudizio tali definizioni sarebbero state etichettature del secolo scorso, oggi non più tollerabili perché antiquate e smentite dalle convergenze, quando non dagli allineamenti, del pragmatismo e finanche del pensiero politico coalizzato.
Cioè a dire che se ieri le larghe intese e le alleanze trasversali tra differenti correnti erano appena sopportate per scopi di forze in campo o di governabilità, oggi non si avverte nemmeno il fastidio di darsi una mano od un dito per pigiar bottoni in Parlamento; tra avversari lontani per ideali incarnati, per valori professati, si solidarizza volentieri: è l’inciucio o, più elegantemente l’accordo bipartisan. Fini parlava di se stesso e della sua “svolta gabbana” epocale, ma gli esempi in tal senso non mancano.
Prendiamo Rosy Bindi, cattolica praticante che presta la sua valorialità tanto a Fini (quando afferma per esempio: “ha ragione il Presidente che ricorda principi elementari di uguaglianza”, a proposito di integrazione multietnica e multiculturale) quanto a D’Alema (quando afferma per esempio: “avrebbe dato forza ed autorevolezza alla voce dell’Europa sulla scena mondiale”), la quale siede a sinistra, ma non sappiamo come e con chi voterà le prossime proposte di legge dell’opposizione contro l’omofobia, dal momento che dichiara spopolando su internet: “E’ meglio che un bimbo stia in una tribù piuttosto che cresca con gli omosessuali!”.
Prendiamo l’antiberlusconiano Di Pietro, ex magistrato e poliziotto dai pugni puliti che banchettava con Rifondazione comunista, detestando il socialismo ed inviperendosi contro l’indulto insieme alla Lega, il quale ha definito l’allontanamento dell’attuale direttore del DIS De Gennaro (responsabile di Polizia durante le violenze del G8 genovese), “una vendetta della sinistra”, ma con questa resta alleato.
O magari prendiamo Capezzone, serioso radicale anticlericale, antiproibizionista ed obiettore di coscienza (prestava servizio civile con Legambiente) che scioperava sino alla fame per i detenuti in ristrettezza, dicendosi pro amnistia ed indulto e legandosi nell’Unione con l’Internazionale socialista, divenuto portavoce del governo Berlusconi.
Non dimenticando che sui Pacs si pronunciava così: “qui nessuno vuole togliere qualcosa alla famiglia tradizionale. Si tratta, semmai, di consentire a nuove famiglie di formarsi e di vedere riconosciuti alcuni diritti elementari”; esattamente come avrebbe dovuto esprimersi la Bindi, stando opposta alle destre. Però Capezzone sta nel Popolo delle libertà… La Russa su di lui profetizzava: “Vanno bene le convergenze su singoli temi. Ma la storia e i valori, sia nostri che suoi, rendono impossibile militare nello stesso partito”; infatti non ci militano, vi si sono accasati entrambi.
Infine prendiamo l’Umberto (Bossi) da Cassano, giovane militante proletario comunista passato col “compagno” nazionalista pentito Fini (sempre lui, con cui scrivere una severa Legge sull’immigrazione), tuttora intenzionato a fondare la Padania autonoma (od almeno il Varesotto o qualche paesotto, sotto l’amica Svizzera).
Insomma la confusione, anzi la collusione regna sovrana. Malgrado ciò l’orientamento politico “classico” si salva dagli interessi di confluenza, di sovrapposizione delle parti, nonostante l’auspicio del Presidente della Camera a ritrovarsi insieme, nobilmente, nell’identica dignità del servizio reso al Paese; destra e sinistra non paiono mutare e neppure piegarsi alle logiche della trasformazione che vorrebbero profittare di eventuali sovvertimenti degli ordini costituiti.
Del resto, come si potrebbero annullare le differenze categoriche esistenti tra gli Onorevoli militaristi ed i pacifisti figli dei figli dei fiori, tra i mercatisti ed i terzomondisti inclini a spogliarsi d’ogni avere, tra i cattolici integralisti e gli evoluzionisti atei, tra i proibizionisti più intransigenti e gli antiproibizionisti fumaioli, tra i cementificatori del verde pubblico ed i verdi ecologisti. Non si può. Eppure…
Sarebbe interessante scoprire la possibilità del superamento di quegli antagonismi, in una nuova sintesi di progresso, ma non quella del Presidente citato, no. La sua proposta di abbattimento delle divergenze politiche per un supposto bene superiore, non ce ne voglia, ci sembra alquanto fritta; come non sono accettabili basse motivazioni di interesse spicciolo, così nemmeno quelle eminentemente etiche, baluardo di discutibili integrità morali, quali il senso del dovere del buon governante od il diritto del popolo ad essere ben governato, servono a rimuovere gli scontri ideologici parlamentari.
Allora cosa? Come suggerito pochi giorni fa da Bersani, leader del Partito Democratico, le motivazioni destinate a prevalere sono di ordine sociologico e sono dettate dai tempi che, esauritisi, non permetteranno di tergiversare ancora. Sono i tempi di sopravvivenza delle vittime dei conflitti, dei disoccupati, degli schiavi delle mafie, dei drogati, dei malati, dei vecchi e dei bambini senza famiglia; di tutti i potenziali “disubbidienti” ad un sistema di potere barbaro che continua a fare loro del male, esasperandoli.
Proprio la percezione di questo male dovrebbe unire e schierare nella medesima volontà di servizio alle persone che chiedono di sopravvivere; poi, e solo poi, di sopravvivere libere, felici, protagoniste del proprio tempo.
Massimo Crespi


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