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Morire di galera 2: da Cucchi a Blefari

Autore: . Data: lunedì, 2 novembre 2009Commenti (0)

I media italiani fanno finta di dimenticare che dal 2000, solo nelle carceri, sono morti 1529 detenuti

carcereI cittadini italiani e stranieri “sotto custodia dello Stato” che negli ultimi nove anni e solo nei penitenziari sono deceduti per suicidi, assistenza sanitaria disastrata, cause non chiare o overdose sono quasi 170 l’anno.

Un numero enorme di persone tra le quali un caso va ricordato tra tutti. Si tratta di Sami Mbarka Ben Garci, un cittadino tunisino di 42 anni, detenuto per spaccio e poi condannato per una violenza sessuale nei confronti di una sua ex compagna marocchina, reato del quale di dichiarava del tutto innocente.

Talmente innocente da cominciare, il 16 luglio scorso, a rifiutare cibo e acqua. Il 27 agosto era allo stremo, dimenticato da tutti, ma non dai suoi compagni di cella, che scrissero per lui, ormai non più in grado di muoversi, una lettera per la compagna e madre dei suoi tre figli: “Ciao amore, speriamo che tu stai bene, tanti auguri per il Ramadan”.

E ancora: “Io sto morendo. Sono dimagrito troppo, credimi, non riesco neanche ad alzarmi dal letto. Bisogna accettare il destino, mi dispiace, io lo sciopero non lo tolgo, di questa vita non me ne frega niente, sto morendo”.

Ed infatti è morto Sami, il 5 settembre al Policlinico San Matteo di Pavia. La sua storia, InviatoSpeciale la racconta in altro articolo (qui) perchè quest’uomo merita di essere ricordato: una persona deceduta ‘per sciopero della fame’ in Italia, nel Paese di Cesare Beccaria, a causa di una protesta civile, nel quasi totale silenzio dei media.

Però, in questi giorni, un altro caso descrive lo stato allarmante della tutela dei diritti nel Belpaese. La Procura della Repubblica di Teramo ha aperto un’indagine su un presunto pestaggio di un detenuto rinchiuso nel carcere di Castrogno.

Nei giorni scorsi al quotidiano della città abruzzese, ‘La Città’, è arrivata per posta una registrazione nella quale si potevano ascoltare chiaramente due individui del personale di sorveglianza, molto agitati, che parlavano di una aggressione ad un detenuto e si dolevano di aver commesso l’errore di aver aver picchiato il malcapitato “in sezione” e non “sotto”, lontano dalle celle, dove nessuno poteva vedere.

‘La Città’, nella trascrizione del dialogo, ha sottolineato alcune frasi. Uno dei due soggetti non identificati avrebbe detto: “Non lo sai che ha menato al detenuto in sezione?”. E l’altro risposto: “Io non c’ero, non so nulla”. Il primo, a quel punto spazientito, con tono alterato avrebbe aggiunto: “Ma se lo sanno tutti?”, poi, dopo una breve pausa: “In sezione un detenuto non si massacra, si massacra sotto”. Ed infine: “Abbiamo rischiato una rivolta perché il negro ha visto tutto…”.

Il cd audio era accompagnato da una lettera indirizzata al direttore del penitenziario nella quale era scritto: “Qui qualsiasi cosa succede è colpa nostra, ma questa volta non finirà così, è da troppo che sopportiamo, qui quelli maltrattati siamo noi ed anche in questa occasione abbiamo subito un pestaggio da parte di una guardia”. Adesso il sostituto procuratore, David Mancini, ha disposto l’avvio delle indagini e si capirà, forse, come sono andate le cose.

Le morti in circostanze ‘non definite’ sono troppe per non aprire una profonda riflessione sull’argomento. A partire da un fatto politico fondamentale: il reato di tortura. Nel nostro Paese, nonostante anni di tentativi, non si riesce a varare una legge che lo preveda.

L’ultima volta in cui si è provato ad introdurlo è stato il 5 febbraio scorso al Senato, durante le votazioni riguardanti il “Pacchetto sicurezza 2”. L’aula, tuttavia, ha bocciato l’emendamento sostenuto dalla sen. Poretti e dal sen. Perduca (radicali) e da altri 70 parlamentari di opposizione e maggioranza.

In precedenza una proposta di legge era stata approvata alla Camera nel dicembre 2006, dopo un accordo bipartisan, e mandata al voto dell’aula dalla commissione giustizia del Senato nel luglio 2007. Patrizio Gonnella, presidente dell’associazione Antigone, che si batte per i diritti nelle carceri, disse a quel tempo: “Avrebbe dovuto approdare in aula nei giorni della crisi, ma è stata lasciata morire. È necessario che il prossimo Parlamento metta tra le sue priorità l’approvazione del provvedimento che introduce il reato di tortura in Italia”. Invece si è subito votato il ‘lodo Alfano’.

A proposito delle inesistenti norme sulla tortura, in vigore in tutti i Paesi civili, nel lontano 2004, mentre alla Camera si stava discutendo uno dei tanti progetti di legge mai arrivati ad approvazione, venne messo in votazione un emendamento presentato dalla Lega nel quale di affermava che per configurare il reato si dovessero “verificare violenze o minacce reiterate”. Insomma, per parlare di sevizie bisognava infierire su un cittadino più volte.

Le indiscrezioni dell’epoca sottolinearono che pur di far passare quella tesi i deputati leghisti avessero detto senza fraintendimenti ai colleghi del centro destra: “Guardate che se non votate il nostro emendamento, ci saranno ripercussioni pesanti nella maggioranza”. Cosa avrebbero comportato le “ripercussioni pesanti”? Come al solito problemi per alcuni interessi personali del premier. Era in approvazione la legge Gasparri, quella della riforma della tv, con la quale si evitava a Rete4 di essere spenta e spedita sul satellite.

Perchè il reato di tortura è connesso alle morti ‘per cause non chiare’? E’ abbastanza evidente: per riuscire ad ottenere delle confessioni, quindi la prova che un individuo ha commesso un reato, c’è il rischio che qualche ‘mela marcia’ possa pensare alle botte come ‘strumento di investigazione’. Argomento analogo vale nelle carceri, dove per mantenere l’ordine qualche testa calda può credere che le botte siano uno strumento efficace. Una norma che punisca queste pratiche in modo aspro sarebbe in grado di scoraggiare chi pensa di essere uno sceriffo dell’antico Far West.

Un Paese civile non può dimenticare che anche i detenuti o chi è sottoposto a fermo di polizia ha dei diritti, primo tra tutti quello di essere trattato con umanità.

Francesco Morelli lavora per ‘Ristretti Orizzonti’, una rivista e sito web realizzate da detenuti, detenute, operatori volontari dalla Casa di Reclusione di Padova e dall’Istituto di Pena Femminile della Giudecca.

Ha detto Morelli: “Sulla tragedia che ha colpito Stefano Cucchi adesso c’è una ondata emotiva, poi domani non se ne parla più. Sarebbe utile che la stampa affrontasse l’argomento con maggiore energia ed un respiro più ampio”.

Ed ha ragione, perchè un altro caso riguardante presunte vessazioni è scomparso dalle cronache. Riguarda uno dei due romeni, poi risultati innocenti, arrestati per lo stupro del Parco della Caffarella a Roma.

Alexandru Loyos Isztoika, catturato a pochi giorni dal crimine, sebbene fosse del tutto estraneo ai fatti confessò di essere il colpevole e fornì anche il nome di un complice, risultato in seguito anche lui innocente.

In seguito il ragazzo affermò di essere stato prima picchiato e poi imbeccato dagli investigatori e per questo motivo fu anche denunciato per calunnia. Nel suo caso, per completezza di informazione, i responsabili del presunto pestaggio sarebbero stati dei poliziotti romeni che affiancavano i colleghi italiani nelle indagini.

Un ‘addetto ai lavori’, che preferisce rimanere anonimo, ha spiegato: “Il problema della denuncia per calunnia nei casi di pestaggi è un problema serio. E’ spesso molto difficile dimostrare che sono realmente avvenuti, perchè chi compie questo tipo di crimine è molto attento, cerca di lasciare meno tracce possibile e non si trovano testimoni dei fatti disposti a parlare. Per questi motivi quando le vittime raccontano agli avvocati quello che è accaduto sono gli stessi legali a consigliar loro di lasciar perdere la denuncia, perchè vanno incontro ad una controdenuncia automatica per calunnia e nella maggior parte dei casi poi perdono i processi”.

La stessa fonte ha spiegato che “dopo l’introduzione del reato di clandestinità la situazione paradossalmente è diventata più critica per gli italiani. Nella ricerca della prova di colpevolezza un immigrato senza documenti è immediatamente ‘colpevole’, per cui è più facile indurlo a collaborare senza troppe pressioni. Per gli italiani non è così e le pressioni rischiano di trasformarsi in violenza con più facilità”.

‘Ristretti Orizzonti’ ha realizzato un dossier sulle morti in carcere per “cause non chiare” . La definizione, molto vaga, indica due gruppi di ‘incidenti’.

“Il primo gruppo – si legge nella ricerca – è il più consistente, dal punto di vista del numero dei casi descritti, e comprende i collassi causati da un eccesso di farmaci, le overdose da eroina, le morti conseguenti all’uso del gas delle bombolette a scopo stupefacente, ma anche quelle imputabili a patologie che non erano state diagnosticate per tempo, o curate male, o non curate affatto. Di certo quando si verificano queste tragedie il “riserbo” degli operatori e dei magistrati è “strettissimo”. In pochi se la sentono di fare veramente chiarezza sulle colpe e sulle mancanze dei propri colleghi, nell’attesa che il tempo faccia dimenticare l’accaduto (se il detenuto morto era uno straniero, magari registrato con un nome falso, non serve nemmeno una lunga attesa…)”.

Il secondo gruppo, quello specifico dei presunti maltrattamenti, “è rappresentato dai casi nei quali c’è il sospetto che la morte sia stata causata da un pestaggio, compiuto da agenti, oppure da altri detenuti. Si tratta quindi di possibili casi di omicidio che, in attesa degli esiti dell’inchiesta giudiziaria, sono comunque catalogati come morti per “cause naturali”. Nelle statistiche del Ministero della Giustizia sugli eventi critici in ambito penitenziario i pestaggi “ovviamente” non compaiono, però anche i dati sugli omicidi sono discutibili”.

Il dossier comprende anche “diverse notizie riguardanti procedimenti penali contro degli agenti di polizia penitenziaria, accusati di avere provocato – direttamente o indirettamente – la morte di detenuti”. (una scheda sul documento) e si conclude con una frase allarmante: “Nasce il ragionevole sospetto che le denunce depositate in procura rappresentino soltanto la punta di un iceberg, dalle dimensioni difficilmente verificabili”.

Una pessima informazione e la demagogia di molte forze politiche hanno spinto una parte dell’opinione pubblica a credere che chi ha commesso reati sia un cittadino senza diritto alla dignità, da rinchiudere per sempre, qualunque cosa abbia fatto. Una sgradevole campagna ‘per la certezza della pena’ ha nutrito questo sentimento violento, ignorando come quel principio di severità riguardi sempre meno chi abita il Palazzo, a cominciare dal capocondomino.

Il Italia, secondo l’associazione ‘Antigone’, il 52,2 dei detenuti è in attesa di giudizio. Tra queste persone prevalgono gli stranieri, che sono il 58,75 per cento. Quello che non si spiega a sufficienza è che i migranti spesso non hanno alcuna abitazione e per questo non sono in grado di ottenere gli arresti domiciliari. I loro avvocati, poi, sono nominati d’ufficio e raramente hanno la grinta di chi riceve profumate parcelle, mentre i magistrati, temendo che gli imputati si rendano irreperibili, sono molto rigidi.

La tragica morte di Stefano Cucchi rientra in un problema molto ampio e poco affrontato dai media, più interessati a dar risalto ai fatti di cronaca nera che al quadro generale. Per altro i tagli prodotti dal governo nel campo della sicurezza accentuano i pericoli di violazione delle regole, perchè i lavoratori delle forze dell’ordine, pagati poco, con risorse scarse e carceri sovraffollate, vivono sempre di più un disagio nel quale è più facile perdere il controllo.

Quando la sicurezza diventa un pretesto per ottenere più voti e non per favorire il progresso sociale e favorire la reintroduzione nella società di chi ha commesso reati, questi sono i risultati. Accorgersene tardi significa, drammaticamente, correre tutti rischi maggiori.

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