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Una storia di altri tempi: in carcere

Autore: . Data: mercoledì, 18 novembre 2009Commenti (0)

Paura, angoscia, privazioni: racconto di vita (e di morte) in un istituto di pena

carcereVi è mai capitato di entrare dentro un carcere? Forse vi potrebbe essere capitato di entrare “in” un carcere, ma “dentro”? Intendiamo nelle sue profondità, visitandolo sino alle celle più remote, nascoste; girandone tutti i settori, i budelli, le diramazioni.

Direte di no; e a chi mai può accadere di girare in un Istituto di pena così capillarmente? Alle guardie, a qualche dipendente del ministero della Giustizia, agli avvocati, forse, ma a delle persone comuni? No. Ameno che non siano direttamente coinvolti nell’assistenza ai detenuti, parenti in visita, cappellani. Insomma, normalmente non si fa quel tipo di esperienza… “Meglio così”, dice Marco.

“No, scusa, in che senso?”, replica Martina. “Guarda”, riprende Marco, “io ci vado ogni tanto, e per il lavoro che svolgo lo posso girare dappertutto, scortato ovviamente: lascia perdere…!”. “No”, s’impone Martina, “adesso mi spieghi!”.

“Ok”, continua Marco concentrandosi. Si siede ed inizia a raccontare quel che era avvenuto il giorno prima: “Chiunque arrivi davanti ai cancelli deve fermarsi; tutti, persino le ambulanze con le sirene spiegate perché qualcuno sta male. Alt! Fermi tutti, calma e documenti. Ieri glieli abbiamo dovuti portare noi, sennò nessuno ci considerava. Dopo di che ci hanno fatto un cenno ed abbiamo superato il perimetro della recinzione; abbiamo aspettato che si chiudessero i cancelli, che si schiudessero i portoni e, dopo un altro cenno, abbiamo potuto accedere alle mura. Lì dentro si resta bloccati tra quattro di quelle mura, mentre ti prelevano telefonini, soldi ed oggetti vari; nessuno dice nulla più di quello che deve dire. Avanti! Alt!… Non sapevamo cosa fare ed intimoriti abbiamo aspettato. Dopo un bel po’ mi sono fatto coraggio chiedendo: ‘Scusi…?’. Dietro una guardiola a vetri c’erano delle anime vive che non mi cagavano, come quasi tutti gli altri; infatti da un’apertura nascosta è arrivata alla fine una persona, un agente in divisa nera, che si è avvicinata e mi ha parlato. “Di qua!”, facendo però un’altra breve (si fa per dire) sosta in cortile. Incredibile! Pensa allo sfigato che stava male…”.

“Sì”, ironizza Martina, “stava male, perché nel frattempo è deceduto; continua, per favore…”. E Marco: “Con la scorta si va in ogni luogo: uno davanti e due, tre, quattro figuri dietro che aumentano ad ogni passo verso il cuore dell’edificio; non ci si può perdere di vista all’interno di quel labirinto. Che posto! Porte strette, lunghi corridoi spogli; parlatori minimalisti, infissi cadenti tenuti insieme dalle ragnatele, poche suppellettili anni settanta. Proprio come nei seminterrati della nostra vecchia scuola, ricordi quando ci si imbucava?”.

Francesca: “Sì, me la facevo sotto”. “Come me”, prosegue Marco, “quando sfilo negli anditi di quell’ambiente; mi prende l’angoscia pensando di doverci restare per giorni o anni. Mi guardo attorno cercando di distrarmi ma vedo soltanto guardiani; sarà la suggestione però mi sembrano tutti carcerati travestiti da poliziotti, barbe lunghe e ghigni diabolici, trasandati, in uniformi fuori taglia. Ieri improvvisamente ci si è gettato incontro barcollando un tizio butterato dai lunghi capelli crespi, col camice sbottonato. ‘Dottore’, l’ha informato qualcuno, ‘ci stanno gli infermieri!’. ‘Là’, ci ha indicato senza guardare. All’interno di un salone tetro c’era un lettino arrugginito; sotto, un uomo per terra, scomposto. Nel sudiciume del sangue coagulato sul pavimento siamo riusciti a garantirgli le prime cure…”.

“Ehi! Stai bene?”, domanda Martina. “Scusa, non riesco più a parlare”, riprende Marco con gli occhi lucidi: “Stavamo per posizionargli una flebo quando ci hanno detto che era caduto dalle scale e che quello ‘strunzo’, hanno chiarito, non aveva voluto farsi medicare. Li abbiamo pregati di farlo portar via d’urgenza, in ospedale, dove avrebbero potuto rianimarlo. Intanto che lo trasportavamo mi hanno passato le sue generalità: “Cucchi Stefano, geometra…”. Ho guardato la sua faccia sulla Carta d’identità nella penombra e l’ho riguardata dal vivo, tumefatta, mentre se ne usciva con l’autolettiga; ho alzato gli occhi al cielo ed un cartello giallo sul filo spinato mi ha illuminato, recitando: “Non oltrepassate questo limite!”…

Massimo Crespi

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