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Stampa, la crisi in prima pagina

Autore: . Data: giovedì, 12 novembre 2009Commenti (0)

In un’intervista al Presidente dell’Associazione Lombarda Giornalisti, Giovanni Negri, la dura situazione dell’editoria nella regione più ricca

giornaliCronache dal fronte. Somiglia sempre più a un diario di guerra la situazione del mondo dell’editoria lombarda (di gran lunga la realtà più complessa e variegata del Paese nel settore) col suo stillicidio quotidiano di dichiarazioni di stato di crisi, prepensionamenti, richieste di cassa integrazione che interessano decine e decine di redazioni di ogni tipologia e dimensione.

Una dura emergenza affrontata in prima linea da Giovanni Negri, presidente dall’Associazione Lombarda Giornalisti, che mai in 5 anni alla guida del sindacato territoriale aveva dovuto fronteggiare un simile uragano.

“Un momento disastroso”, spiega Negri, “che finora ha già interessato nel Paese almeno 300 colleghi contrattualizzati, e in Lombardia c’è il grosso delle testate. Con alcune eccezioni come il Giornale di Brescia e la Provincia di Cremona, i giornali di provincia hanno già firmato gli accordi per lo stato di crisi. Ma sono nell’occhio del ciclone anche le grandi realtà come il Corriere della Sera, dove la pratica è all’esame del Ministero, come la redazione milanese di Repubblica, come Il Sole 24 Ore dove il Comitato di Redazione sta confrontandosi con l’Editore e presto sapremo.

Si è poi aperto il fronte dei periodici: 17 esuberi alla Hachette-Rusconi, 82 alla Mondadori, 49 alla Rcs Periodici. Per non parlare delle piccole e piccolissime testate specializzate che sono come le foglie d’autunno: uno stillicidio quotidiano di prepensionamenti, casse integrazioni, contratti di solidarietà. E purtroppo non è ancora finita: i segnali che mi giungono lasciano presagire altre burrasche in arrivo”.

Quali sono i motivi principali della crisi?
Il settore editoriale vive essenzialmente di due elementi economici: le vendite e soprattutto la raccolta pubblicitaria. Il prodotto giornale attraverso queste due entrate mantiene il resto dell’azienda. Chiaro quindi che con l’arrivo dell’ondata  di crisi economica le case editrici sono entrate in affanno soprattutto per il crollo della pubblicità. E’ vero anche però che qualche editore cerca di marciarci: presenta il bilancio in rosso e approfittando della legge 416 cerca di liberarsi di quanta più gente possibile.
Di recente un editore ha messo in bilancio perdite per 2 milioni di euro, ma poi ha richiesto prepensionamenti e tagli di personale per 3 milioni e mezzo. Colto in fallo, ha dovuto ridimensionare parecchio le sue richieste. Ecco perché compito del sindacato e dei Cdr è di verificare con attenzione i bilanci e ogni altro dettaglio.

Però dalla crisi prima o poi si uscirà. Gli editori si stanno attrezzando per uscirne più competitivi o si limitano ai tagli di personale?
Gli indicatori economici non sono favorevoli. Il nostro settore è il primo a risentire della crisi perché le aziende tendono a selezionare la loro comunicazione solo sui canali ritenuti più efficaci tagliando il resto, ed è anche l’ultimo a uscire dal tunnel perché quando c’è la ripresa le stesse aziende si concentrano sul loro mercato. Solo in un secondo momento tornano a spendere in pubblicità.
Per quanto riguarda le strategie degli editori per uscire dall’emergenza  bisogna tener presente che il protocollo di consultazione sindacale (l’allegato D) del nostro contratto è molto chiaro: nel piano di ristrutturazione aziendale, oltre a illustrare tutti gli interventi di risparmio da attivare per risanare l’azienda, l’editore deve spiegare quali strategie, quali investimenti metterà in atto per riprendersi. Per esempio in molti stanno puntando sull’on-line. Si tratta di un investimento che ancora non trova un vero ritorno economico, ma tutti gli operatori oramai hanno capito che sul quel mercato occorre stare.

Un aspetto molto importante in un frangente come questo è la sofferenza dei precari, sempre in aumento all’interno delle redazioni e che sono i primi a essere lasciati a casa. Cosa può fare il sindacato per loro?
Purtroppo sono molte le aziende che non rinnovano i contratti a termine. Teniamo presente che nell’ultimo anno sono stati quasi 1800 con un aumento del 10%. Ma non possiamo dimenticare i risparmi che coinvolgono quello che è l’esercito dei collaboratori. A questo proposito assistiamo anche a dei paradossi. Sappiamo che i giornali più autorevoli mantengono molte collaborazioni costose: il grande filosofo, il grande sociologo, il politologo e via discorrendo. I nostri rappresentanti sindacali sostengono che in situazione di emergenza, pur con l’eccezione di quegli esperti che fanno linea editoriale, sono queste le collaborazioni da tagliare coinvolgendo al loro posto i redattori di maggior preparazione. Sono invece da mantenere il più possibile le collaborazioni di quei colleghi che con esse si guadagnano il pane. E’ stato quanto ad esempio sostenuto dal Comitato di Redazione della Mondadori in assemblea. Purtroppo non sempre le scelte degli editori sono queste.

E che ne sarà delle legioni di collaboratori che oggi fanno materialmente i giornali?
Questo è uno dei problemi-chiave. Teniamo presente che una testata di provincia come l’Eco di Bergamo ha qualcosa come 400 collaboratori, la Prealpina di Varese 250, e si va dai collaboratori fissi (i cosiddetti articoli 12 ) a tutta la pletora di coloro che scrivono a 3 euro al “pezzo”. Dirò di più: secondo i dati del nostro ente di previdenza, l’Inpgi, su 30mila giornalisti che esercitano la professione poco più di 12mila hanno un contratto di lavoro. Vi sono quindi quasi 20mila giovani che lavorano nell’informazione senza tutele. Circa 9mila testate non sono registrate in Tribunale. I nostri ispettori del lavoro hanno censito 5mila precari che lavorano nelle redazioni in media a 8 euro a servizio con punte minime di 2 euro. Di fronte a questi dati pongo un problema: l’industria editoriale è in grado di soddisfare l’esigenza di sopravvivenza di chi vi lavora attualmente?

E se non lo fosse?
Allora bisogna fare una riflessione seria anche con l’Ordine dei Giornalisti. Si è parlato spesso della “fabbrica dei disoccupati” con riferimento alla ventina di scuole di giornalismo attualmente esistenti. Riconsiderare i modi di accesso alla professione? Di certo oggi la situazione di un giovane che abbia desiderio di fare il giornalista per poterci vivere non è semplice. Se guardiamo i dati Inpgi sui freelance scopriamo che a fronte di una minoranza che vive bene o così così c’è una stragrande maggioranza di collaboratori che non supera i 5mila euro l’anno. Come fanno a vivere solo di quello? Gli editori ci pongono l’alt su questo punto dicendo che noi del sindacato possiamo occuparci solo dei contratti di lavoro, invece noi ribattiamo che il Cdr governa anche l’organizzazione del lavoro e dunque anche le sorti dei collaboratori compreso i tempi di pagamento che per legge deve avvenire entro 30 giorni dalla consegna del pezzo ma che nessun editore rispetta.

Con quale ricetta si potrà uscire bene dalla crisi?
Probabilmente ci sarà un numero di giornalisti minore. La carta stampata dovrà puntare sull’approfondimento, le grandi inchieste, la credibilità dei servizi. I periodici sulla specializzazione, sull’alta qualità. Tralasciamo il gossip che è un tema delicato, che ha pagato nel breve periodo, ma difficilmente avrà un futuro roseo. Radio e televisioni per fortuna tengono. La multimedialità, aspetto chiave del nostro ultimo rinnovo di contratto nazionale, avrà sempre più importanza, ma altrettanto importante sarà far crescere il principio, sancito nel contratto, di riqualificazione permanente in modo che sia l’uomo a governare la macchina e non il contrario come vorrebbero gli editori.

Massimo Borgomaneri

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