Per Sacconi la coesistenza non esite
Per il ministro i migranti si debbono omologare.
Maurizio Sacconi era una tempo socialista. Per lo meno nella forma, perchè alla fine degli anni settanta, quando a soli 29 anni entrò alla Camera, quello che era stato il partito Turati, Treves e poi Matteotti, Nenni, Pertini, Silone, Basso, Morandi, Lombardi, De Martino era già diventato un comitato d’affari guidato da Craxi avviato sulla strada del disfacimento.
Nonostante sia stato un testimone dell’epoca del partito dei “nani e delle ballerine”, come lo definì un altro leader del Psi, Rino Formica, qualcosa il ministro del Lavoro dovrebbe rcordare della storia socialista. Invece nulla. Ieri, intervenendo nel dibattito sul voto agli stranieri, ha detto: “Si parte dai nostri valori, dalle nostre identità che devono essere rispettate per poi poter praticare l’incontro con culture diverse”.
Poi ha aggiunto: “Il patto per l’integrazione che ogni immigrato dovrà sottoscrivere con lo Stato italiano è fondato su crediti che con le violazioni si possono consumare fino a dissolvere il patto stesso e quindi la premessa per la permanenza nel nostro Paese”.
Al di là delle parole un po’ ermetiche il senso delle frasi dovrebbe essere: le regole le fanno gli italiani e chi non le accetta se ne vada. Gran parte dei cittadini del Belpaese, ammastrati da anni di propaganda razzista e xenofoba, saranno certmente d’accordo con Sacconi.
Le società multietniche, come è già quella italiana, si costruiscono cercando punti di incontro che non prevedono la supremazia di qualcuno su qualcun altro. Non solo per motivi ‘morali’, ma per pura necessità di controllo delle tensioni sociali. I grandi Paesi ‘misti’, come gli Stati Uniti, la Francia o il Regno Unito hanno per secoli inseguito le teorie del ministro italiano, fino a raggiungere livelli gravissimi di scontro interno. Negli Usa con le rivolte dei ghetti neri, gli omicidi dei leader di quelle comunità , la lotta contro la segregazione razziale. Infine si è compreso che si doveva imboccare una strada diversa ed oggi un afroamericano è presidente. La Gran Bretagna ha vissuto eguale sorte ed a fatica ha retto le spinte degli irlandesi, dei gallesi, degli scozzesi, che mal sopportavano la presunta egemonia degli inglesi. Per i francesi la guerra di Algeria ed i gravissimi problemi di oggi con i magrebini sono una testimonianza di quanto sia complessa l’edificazione di Stati multirazziali e multiculturali.
Senza alcuna consapevolezza dei rischi che produce l’integralismo culturale e religioso, Sacconi ha rilevato rispetto alla cittadinanza che “riguarda coloro che vogliono entrare compiutamente a far parte della comunità nazionale”, non che è un processo di avvicinamento tra diverse sensibilità e culture.
Ha concluso il ministro: “È una conquista faticosa, perchè richiede un percorso coerente fatto di comportamenti inequivoci nella direzione dell’appartenenza e solo alla fine di questo percorso qualitativo più che quantitativo potrà essere riconosciuta ad una parte di immigrati che vogliono avere un progetto di vita nel nostro Paese la cittadinanza”.
Le parole dell’ex socialista Sacconi sono entrate in conflitto con quelle dell’ex fascista, oggi presidente della Camera, Gianfranco Fini, che sempre ieri g dichiarato: “E’ innegabile che la convivenza con tutti coloro che non sono cittadini italiani appartenga allo scenario che dovremo inevitalmente afrontare nel nostro futuro”. Fini ha spiegato anche come “la nostra Costituzione è chiamata a evolversi per rispondere a queste concrete e odierne dinamiche ed è chiamata a farlo nel quadro saldo dei principi che i costituenti hanno voluto a suo fondamento”.
Il compito dei governanti, in una fase così delicata per la vita nazionale, dovrebbe essere quello di indicare una via di cooperazione, di integrazione alla pari, in grado di formare una coscienza collettiva nuova, cosmopolita e moderna.
I voti facili, quelli raccolti facendo ricorso alla paura ed alla diffidenza dei meno colti ed attenti, portano risultati nel breve periodo, ma alla fine generano problemi molto difficili da risolvere. Di questo, forse, Sacconi dovrebbe tener conto.


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