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Pausa pranzo, il piatto piange

Autore: Repetto. Data: martedì, 24 novembre 2009Commenti (0)

Secondo il ministro Rotondi rappresenta “un danno per il lavoro, ma anche per l’armonia della giornata”. La Coldiretti replica: un pasto su cinque arriva da casa

PiattovuotoI milanesi la chiamano da sempre “schiscetta”: preparata dalle mogli dei magutt (i manovali delle imprese edili) serve a rifocillarli adeguatamente a mezzogiorno, dopo una mattinata di duro lavoro.

Da domani, se le signore daranno retta al ministro per l’Attuazione del programma Gianfranco Rotondi, i mariti usciranno da casa a mani vuote, senza il pacchettino contenente il fiero pasto.

Perché al ministro “la ritualità della pausa pranzo” proprio non piace, come ha avuto modo di argomentare ieri mattina (provando poi inutilmente a smentire se stesso nel tardo pomeriggio ma ormai il danno era fatto).

Il ministro si è dunque guadagnato non soltanto qualche titolo sulle agenzie di stampa ma persino l’apertura di InviatoSpeciale. Giornale che prova ormai un certo piacere a cimentarsi con le polemiche surreali avanzate un giorno dopo l’altro dai ministri della Repubblica.

“La pausa pranzo è un danno per il lavoro, ma anche per l’armonia della giornata. Non possiamo imporre ai lavoratori quando mangiare – ha affermato il ministro, e ci mancherebbe altro, aggiungiamo noi – ma ho scoperto che le ore più produttive sono proprio quelle in cui ci si accinge a pranzare”.

Per tutti? E’ possibile generalizzare? Rotondi al riguardo non ha dubbi: “Chiunque svolga un’attività in modo autonomo – ha sostenuto ieri nel corso di un’intervista -  abolirebbe la pausa pranzo, casomai sarebbe meglio distribuirla in modo diverso, come avviene negli altri Paesi”.

Infatti nessuno è obbligato ad ingozzarsi allo scoccare delle ore 13. “In Germania, ad esempio, per incentivare la produttività – ha argomentato Rotondi – la pausa pranzo in alcuni posti di lavoro dura mezz’ora, mentre si estende a 45 minuti per chi lavora oltre le 9 ore. Tuttavia, secondo un recente sondaggio, un quarto dei tedeschi trascorre la propria pausa pranzo lavorando. Anche in Inghilterra molti dipendenti vi rinunciano o la riducono, sia nei minuti che nel numero di pause nel corso dell’intera settimana”.

“Negli ultimi due anni – ha concluso il ministro – si è scesi da una media di 3,5 pause a settimana del 2006 a 3,3 nel 2008. Addirittura meno di 3 per le donne. In Francia lo statuto dei lavoratori riconosce 20 minuti ogni 6 ore, mentre in America la pausa pranzo non è proprio prevista dalla legge federale ed è regolamentata autonomamente dai singoli Stati, mentre in Canada e Svezia si pranza davanti alla scrivania”.

Appurato per l’ennesima volta che le casistiche registrate in Europa vengono citate ad hoc soltanto quando fa comodo, passiamo alla replica avanzata al ministro dalla Coldiretti: “Quasi un italiano su cinque (il 16,4%) – ha spiegato l’associazione in una nota, elaborata sulla base della ricerca promossa da Accor Services in collaborazione con l’Unione europea – fa la pausa pranzo sul lavoro portandosi il cibo da casa risparmiare tempo e denaro, ma anche per garantirsi la qualità dell’alimentazione”.

I lavoratori italiani, si è appreso ancora scorrendo i risultati dell’indagine, vanno in pausa pranzo al ristorante o in pizzeria nel 25,8% dei casi, al bar-tavola calda nel 18,1% o a mensa (se il luogo di lavoro ne è dotata) nel 35,8%. Assai poco gettonati, invece, fast food (frequentati assiduamente dal 2,7%) e ristoranti etnici (1,6% ). La scelta di non rinunciare a quella pausa sarebbe in linea proprio con le nostre abitudini e tradizioni alimentari, non svincolate dalle esigenze della dieta mediterranea. Come conferma anche “il boom delle insalate pronte il cui consumo è triplicato negli ultimi dieci anni”, all’interno del consueto ricorso a “cibi salutari”.

A quel punto Rotondi ha dettato alle agenzie la sua smentita (“Si capisce che i lavoratori devono avere le loro pause e devono mangiare, magari sarebbe utile che ognuno si gestisse questa pausa come crede, ma è chiaro che è impossibile”) ma la girandola di dichiarazioni si è messa inesorabilmente in moto: “La pausa pranzo dove? Nei cantieri edili? Nei campi? – si è domandato Raffaele Bonanni, leader Cisl – I lavoratori quando pranzano, lo fanno in maniera molto frugale, quasi sempre un panino o qualcosa del genere. Se Rotondi vuole dare il buon esempio, lo dico con simpatia, non vada più alla buvette e i lavoratori italiani ne seguiranno l’esempio”.

Dritto al punto è andato Luigi Angeletti, segretario Uil: “Ovviamente mi sembra una cosa molto curiosa, si vede che Rotondi non ha esperienza diretta di un lavoro di otto ore di seguito in azienda, fabbrica o ufficio dove le persone non possono gestirsi tempo o lavoro”.

Più crudo Gianni Pagliarini, responsabile Lavoro Pdci: “Ma Rotondi ha mai lavorato? Il Pdl ha così poca considerazione dei lavoratori che tutto ciò che è un loro diritto diventa un fastidio”. Per Antonio Borghesi dell’Italia dei valori la polemica in questione è una “barzelletta”, mentre Gaetano Quagliarello del Pdl ha smorzato la polemica rilanciandola però a modo suo, auspicando venga rivista (leggi: aumentata) la flessibilità degli orari.

Fine dell’ennesimo, inutile dibattito all’italiana. Aspettando il prossimo.

Paolo Repetto

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