Omicidio Sandri, due anni di rabbia e dolore
L’11 novembre 2007 in un autogrill sull’Autosole fu ucciso “Gabbo”: condannato a luglio, in primo grado a 6 anni, il poliziotto che gli sparò, ma i familiari continuano a chiedere giustizia
La rabbia e il dolore squarciarono la voci di Giorgio e Daniela Sandri, lo scorso 14 luglio, quando il giudice lesse la sentenza di condanna in primo grado per l’agente Luigi Spaccarotella: “solo” 6 anni per l’uomo che uccise il figlio “Gabbo”, dopo che un proiettile partito dalla corsia opposta rispetto alla piazzola dell’area di servizio “Badia al Pino est”, vicino ad Arezzo, aveva infranto il lunotto posteriore di una Renault Scenic uccidendo il ragazzo in pochi minuti.
I genitori non accettarono un verdetto che, al di là dell’entità della pena, derubricò il reato da omicidio volontario a colposo, accreditando la tesi che il poliziotto non avesse avuto intenzione di offendere fino a rasentare il rischio di causare un omicidio.
Alle grida in aula fecero seguito le parole spezzate di Daniela Sandri (“Adesso me lo hanno ammazzato una seconda volta. Come fai a credere nella giustizia? Adesso non ci credi più”) e quelle rabbiose di Giorgio (“E’ una vergogna per tutta l’Italia, non sono bastati cinque testimoni che hanno visto quello che ha fatto l’individuo, quando basta un pentito di mafia per mandare gente all’ergastolo per 30 anni. Evidentemente la divisa ha il suo peso. Mi vergogno di essere italiano, mi vergogno di aver creduto nella giustizia”).
La sentenza, va ricordato, arrivò a quattro mesi dall’apertura del processo, dopo che il pubblico ministero Ledda aveva chiesto 14 anni per “omicidio volontario con dolo eventuale”, con le attenuanti generiche (e il conseguente sconto di un terzo della pena). All’esterno del tribunale di Arezzo si erano radunati alcuni amici di Gabriele, gli stessi che sono oggi in prima fila a mantenerne vivo il ricordo, a due anni esatti dall’omicidio.
Nel 2007, l’11 novembre cadeva di domenica e come spesso accadeva quando la sua Lazio giocava in trasferta, “Gabbo” si apprestava a seguirla. Era solito partire direttamente, con gli amici, subito dopo aver concluso la sua nottata da deejay al “Piper” (il noto locale capitolino dove si esibiva Patty Pravo).
Quel giorno non fece eccezione. Gli amici passarono a prenderlo davanti al locale, all’alba, e insieme partirono per Milano, visto che nel pomeriggio era in programma la gara Inter-Lazio.
Alle nove meno dieci, i cinque tifosi si fermarono per la prima sosta, all’area di servizio di “Badia al Pino Est” e incontrarono lì un manipolo di ultras juventini con i quali (all’uscita dal bar) ci fu una fugace scazzottata, non sfuggita alla pattuglia della Polstrada in servizio sulla carreggiata opposta.
Finita la lite, quando la Renault Scenic con a bordo i cinque giovani romani era già ripartita senza però aver ancora imboccato la corsia autostradale, un colpo secco attirò l’attenzione dei ragazzi, come se un piccolo sasso avesse infranto il lunotto posteriore.
Gabriele stava già rantolando, con un proiettile nel collo. La corsa verso il casello di Arezzo, a pochi chilometri di distanza, fu inutile: il poveretto morì attorno alle nove e venti, e inizialmente il dramma fu attribuito, da un dispaccio di agenzia, alle conseguenze di un feroce scontro tra ultras.
La verità trapelò due ore dopo, ma la verosimile ricostruzione dei fatti si completò soltanto ventiquattr’ore dopo, grazie alle prime, parziali ammissioni di Spaccarotella e del suo collega di pattuglia.
L’agente, poi condannato seppur in modo mite, avrebbe estratto la pistola e sparato un primo colpo in aria a scopo intimidatorio (ad una cinquantina di metri di distanza dalla Renault Scenic). Nel frattempo si sarebbe messo a correre sparando nuovamente, colpendo a morte il malcapitato.
In quelle ore, peraltro, il mondo del calcio mostrava per l’ennesima volta tutta la sua inadeguatezza di fronte a talune situazioni che lo lambiscono (non così di rado): venne rinviata la sola Inter-Lazio, mentre sugli altri campi si fece finta di nulla, ottenendo in cambio scene di guerriglia urbana a Bergamo (che portarono all’interruzione immediata di Atalanta-Milan) e a tensioni di vario genere su tutti gli altri campi.
La tardiva decisione di bloccare anche il posticipo Roma-Cagliari non servì a spegnere una miccia ormai accesa da ore: per le vie della Capitale, dal Foro Italico e fino a Ponte Milvio, si scatenarono ottocento ultras, che si scagliarono contro gli uffici del Coni, dando poi alle fiamme camionette della polizia e assaltando a bastonate un commissariato di Ps. Finì con 40 poliziotti feriti, tre fermati, l’odore acre dei lacrimogeni e la consapevolezza di aver assistito impotenti all’ennesima giornata nera del calcio nostrano.
Paolo Repetto


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