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Morire di galera 4: La fine orribile di Sami Mbarka Ben Garci

Autore: . Data: lunedì, 2 novembre 2009Commenti (0)

Un uomo dimenticato è morto per uno sciopero della fame.

carcere4La vicenda che ha riguardato il carcerato nordafricano è molto grave, perchè risulta inaccetabile che in un Paese democratico qualcuno possa essere abbandonato a se stesso e morire mentre è impegnato nella difesa dei prorpri diritti civili.

Sami Mbarka Ben Garci, ristoratore ambulante, ha cominciato lo sciopero della fame il 17 luglio di quest’anno nel carcere di Pavia. L’uomo era detenuto dopo una condanna per reati legati al commercio di stupefacenti ed era vicino alla fine della pena quando lo raggiunse una seconda ordinanza di carcerazione per violenza carnale, secondo gli inquirenti compiuta ai danni di una donna marocchina con cui aveva avuto una relazione. La corte d´Appello aveva deciso di applicare la misura cautelare ritenendo concreto il pericolo di fuga. Sami era padre di tre figli ed una volta liberato voleva sposarsi con la sua nuova compagna italiana. Considerando falsa ed infamante la nuiova accusa, l’uomo si proclamò innocente, rifiutò la decisione dei magistrati e decise di contestarla con una forma di protesta non violenta: lo sciopero della fame.

Passa più di un mese e non accade nulla, mentre Sami è nel frattempo in condizioni fisiche molto serie. ll 27 agosto i suoi compagni di cella scrivono una lettera al futura sposa: “Ciao Amore speriamo che tu stia bene tanti auguri x il Ramadan speriamo che ti porta fortuna e tanti auguri alla tua famiglia per il ramadan e tanti auguri a tutto il mondo mussulmano x il Ramadan, io sto morendo sono dimagrito troppo, credimi non riesco neanche ad alzarmi dal letto, spero Dio che fai presto Amore mio ma no dirlo a mia madre, bisogna accettare il destino, io ho ricevuto la tua lettera ti dico che mi dispiace io lo sciopero non lo tolgo di questa vita a me non me ne frega niente STO MORENDO!!! SAMI”.

Finalmente qualche giorno dopo il medico del carcere, Pasquale Alecci, si accorge di dover segnalare la situazione al magistrato di sorveglianza, Marco Odorisio, e all’amministrazione penitenziaria.

Lo scioperante è digiuno da quasi 40 giorni e beve solo acqua e zucchero. Ha perso 21 chili, non è più in grado di muoversi autonomamente ed più che mai deciso a continuare la protesta per difendere la propria innocenza.

Il medico del penitenziario e il magistrato di sorveglianza chiedono a quel punto al Ministero di intervenire, proponendo di ricoverare Sami in un reparto clinico specializzato. Sarebbe stato possibile trovare strutture idonee all’ospedale San Paolo o nel carcere milanese di Opera.

Tuttavia si è arrivati al primo settembre e non si è ancora deciso nulla. A causa dell’aggravarsi delle sue condizioni, Sami viene portato in ospedale d’urgenza. Nel carcere non è possibile curarlo e secondo alcune fonti da due settimane erano assenti il cardiologo e lo psichiatra.

Arrivato nel nosocomio l’uono insiste nel rifiutare le cure ed a questo punto succede l’incredibile. Uno psichiatra lo visita, lo trova lucido e capace di intendere e volere e lo rimanda in galera, perchè a suo parere non esisterebbero gli estremi per un trattamento sanitario obbligatorio.

Il 2 settembre il Ministero risponde alla richiesta del magistrato di sorveglianza con un rifiuto a trasferire il detenuto in un centro medico specialistico. Sami non mangia da 47 giorni. Per l’amministrazione non si può far nulla perchè in Italia non esisterebbero centri clinici penitenziari adatti a curare qualcuno che sta attuando uno sciopero della fame. Insomma, una specie di condanna a morte.

Il Ministero consiglia controllare il paziente e si riserva di valutare il ricorso ad un trattamento sanitario obbligatorio. Il sindaco di Pavia, Alessandro Cattaneo, non aspetta più e firma il documento che autorizza i medici ad intervenire anche contro la volontà del detenuto. La terapia inizia immediatamente, ma ormai i danni sono irreparabli. Alle 3,45 del 5 settembre il detenuto muore.

Sami Mbarka Ben Garci è stato ignorato per oltre 40 giorni ed una volta ‘scoperto’ il suo caso ne sono passati altri prima di intervenire. I compagni di cella hanno scritto al suo legale: “Egregio signor Avvocato! noi detenuti della 1a abbiamo assistito alla lunga agonia del suo povero cliente, una morte lenta e umiliante. Sicuramente non pagherà nessuno per questa morte, ma le assicuriamo che si poteva evitare benissimo, bastava un pizzico di umanità in più. Era diventato come un prigioniero nei campi di concentramento vomitava acidi e sveniva davanti agli occhi di tutti veniva aiutato da noi detenuti per fare la doccia altrimenti poteva morire nel suo vomito! Ma non è stato fatto assolutamente niente tranne che lasciarlo morire nella sua cella sotto gli occhi del compagno che più di tutti ha visto spegnersi un essere umano!! La preghiamo vivamente di non arrendersi alle falsità che le verranno dette perchè il suo povero cliente è stato lasciato morire sotto gli occhi di tutti noi! Prima di lui si è impiccato un altro ragazzo seminfermo e invalido al 75 per cento dopo averlo riempito di sedativi e spedito a San Vittore. Il padre di questo povero ragazzo ha denunciato la sua storia su Rai 3 nel programma di Mirabella accusando il carcere di Pavia di aver lasciato morire il proprio figlio!! La preghiamo di andare fino in fondo con la speranza che non succeda mai più che delle vite umane diano uno spettacolo di un campo di concentramento finchè non si spengono nella più totale indifferenza. Sarebbe una bella e giusta cosa se l’Indagine che verrà fatta si arricchisse anche delle testimonianze dei detenuti della 1a sezione. Le porgiamo i nostri più sinceri saluti. I detenuti della 1a sezione di Pavia!”

Nel Paese del ‘lodo Alfano’ c’è davvero da recuperare il senso della civiltà.

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