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L’attualità di Alda Merini

Autore: . Data: venerdì, 6 novembre 2009Commenti (0)

A pochi giorni dalla morte, basta accendere la tv e fare zapping tra tanta mediocrità per rimpiangere amaramente parole e versi di una grande donna 

VelineGreggioLa condizione femminile, le donne-oggetto, le accompagnatrici, veline, letterine e via discorrendo, scivolando da confronti su questioni rilevantissime verso dibattiti minimi, chiacchiere buone per i salottini, per i tinelli e i sottoscala televisivi, così fiorenti.

L’ultima, tra le querelle più inutili, la ricordiamo tra un giornalista affermatissimo ed i conduttori di un programma d’intrattenimento super-apprezzato. Tema: le cosce delle ragazze.

E’ doloroso ammetterlo, ma il confronto si consuma tutto lì, su quelle cosce, senza mai nemmeno immaginare di salire più su, ad argomenti decisamente più interessanti, al cuore del problema, come il senso (non carnale) di quelle esposizioni mediatiche. Niente. La questione si esaurisce su quanto una donna debba spogliarsi o su come debba mostrarsi; tutt’al più con quanta arte, cioè destrezza, lo debba saper fare.

Quel problema femminile, a testimonianza che il maschilismo vince, sta nel significato di quelle vetrine, dove si valorizzano le avvenenze, le appariscenze, come se il restante della personalità di un individuo, l’interiorità, non fosse gradita, godibile.

Lì si conferma il luogo comune, dogmatico ormai nel piccolo (mai aggettivo fu più adatto) schermo, che la donna vale solo se giovane ed attraente (categorie sovrapponibili) e magari, soltanto magari, capace (di farsi bella, naturalmente).

Domandiamo: “Alle rimanenti non dotate, maggioranza stragrande del popolo debole per antonomasia, che gli si fa fare?”. Ci rispondono: “Ne siamo pieni, dietro le quinte. Parrucchiere, costumiste, scenografe, persino coreografe”. Accipicchia!

Davanti intanto, qualora controvoglia se ne accetti qualcuna soltanto intelligente, si ricorda cosa manca loro, canzonandole sulle rughe, sui loro menti cadenti, sull’imperdonabile assenza di uno sguardo ammiccante, di una posa conturbante, di una scollatura profonda.

Spiegano: “Fossero anche delle parlamentari, si deve fare così” (siamo in televisione, e che caspita!). Prima di andarcene a fare altro, cogliamo l’ultima battuta di un anchorman che ci istruisce: “Ricordate: le mamme si possono esibire ma con parsimonia perché coi loro bambini disturbano senza neppure comprendere le riflessioni dei grandi talk-show. Ecco però, francamente, le nonne dovrebbero togliersi dalle scatole una volta per tutte, o no? Che ci fanno nei palinsesti? Lavorino, lavorino! Là fuori c’è ancora bisogno di maestre, di infermiere, di sarte, e di donne di fatica; se poi qualcuna spiccasse per cervello potrebbe scrivere, che so, dei romanzi”…

Alda non ce l’ha fatta col suo cervello ed è finita in manicomio. E quando ne è venuta fuori si è tolta dalle scatole, nascondendosi in un tugurio (non virtuale) per non farsi apprezzare, e nessuno l’ha trovata. Tuttavia ne siamo certi: da giovane avrebbe tanto voluto fare la velina. Si è pure spogliata di recente, ma troppo tardi per essere desiderata da qualcuno. Che pensieri tristi. Ricreiamoci con una lettura; non ricordo però di chi siano questi versi…

“… Spaccarono la tua bellezza
e rimane uno scheletro d’amore
che però grida ancora vendetta
e soltanto tu riesci ancora a piangere,
poi ti volgi e vedi ancora i tuoi figli,
poi ti volti e non sai ancora dire
e taci meravigliata
e allora diventi grande come la terra
e innalzi il tuo canto d’amore”. (A.M.)

Massimo Crespi

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