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La vergogna svizzera: non sorgeranno nuovi minareti

Autore: . Data: lunedì, 30 novembre 2009Commenti (0)

Nel referendum vietata la costruzione di moschee, ma non l’esportazione di armi.

minaretiIl razzismo non è solo un fenomeno italiano. I cittadini elvetici hanno deciso di impedire l’edificazione di minareti, rifiutando invece il divieto di esportare materiale bellico.

La percentuale di voti favorevoli all’iniziativa sui minareti è stata del 57,5 per cento, smentendo i sondaggi che indicavano un rifiuto popolare nella misura del 63 per cento.

La maggioranza degli xenofobi nei cantoni è stata netta: soltanto il semicantone di Basilea Città (dove risiede la maggiore comunità musulmana della Svizzera), Vaud, Neuchâtel e Ginevra hanno respinto l’iniziativa.

Il divieto di edificazione ha raccolto i consensi maggiori nei cantoni germanofoni di Appenzello interno col 71,5 per cento, Glarona col 68,8 e San Gallo col 65,9. In quello di lingua italiana, il Ticino, i razzisti hanno toccato il  68,1 per cento. La vittoria è stata comunque più marcata nelle zone di lingua tedesca, dove undici cantoni hanno accettato la proibizione con percentuali superiori al 60 per cento. A sorpresa, anche cantoni generalmente progressisti come Zurigo e Berna figurano tra i favorevoli.

Ma gli svizzeri non si sono limitati nel dare una pessima immagine del proprio Paese. Il referendim per proibire l’esportazione di materiale bellico è stata respinta dagli elettori svizzeri con il 68,2 per cento di voti contrari e nessun cantone l’ha accolta.

A smorzare la drammaticità di questo test l’alta astensione, ha votato infatti solo il 53 per cento degli aventi diritto.

Reinhard Schulze, professore di islamologia all’Università di Berna, ha dichiarato alla radio svizzerotedesca che il risultato dello scrutinio indica la volontà degli elettori di una trattamento differenziato per le varie confessioni. A suo parere, dovrà comunque essere verificata la compatibilità del responso popolare con il diritto internazionale. È infatti probabile che gli oppositori ricorreranno fino a Strasburgo, come già annunciato dagli ecologisti.

I promotori sedicenti cattolici sono stati criticati dalla Conferenza dei vescovi svizzeri secondo la quale la vittoria dei sì nel referendum anti-minareti è “un ostacolo sulla via dell’integrazione e del dialogo interreligioso nel mutuo rispetto”.

“Non abbiamo saputo rispondere ad alcune paure legate all’integrazione di diverse religioni e culture in Svizzera”, ha ammesso il portavoce Walter Mueller all’agenzia di stampa svizzera Ats. A suo avviso, ha influito sul risultato anche la situazione dei cristiani, vittime di discriminazione e oppressione, in alcuni paesi musulmani.

Nonostante la bassa affluenza l’attenzione dell’opinione pubblica è stata alta e l’iniziativa popolare lanciata da due formazioni di destra, l’Unione democratica di centro e l’Unione democratica federale chiedeva di introdurre un nuovo capoverso nella Costituzione che recita: “L’edificazione dei minareti è vietata”.

La campagna per la votazione si era infiammata in seguito alle polemiche relative al manifesto del comitato d’iniziativa. Il cartellone – sul quale sono raffigurati una donna che indossa il burqa e minareti disseminati su una bandiera rossocrociata – è stato proibito in numerosi comuni, perché giudicato offensivo nei confronti dei musulmani che vivono pacificamente in Svizzera.

I Verdi svizzeri hanno reso noto che valuteranno se inoltrare ricorso alla Corte europea dei diritti umani di Strasburgo. Il presidente, Ueli Leuenberger ha detto: “I musulmani non hanno ricevuto solo una sberla, ma addirittura un pugno in faccia”.

Per l’esponente ecologista il risultato è stato determinato da “una propaganda estremamente ben fatta, che ha fatto leva sui pregiudizi” ed a suo avviso l’iniziativa è stata comunque anticostituzionale.

Per la votazione sulle armi  si chiedeva alla Confederazione di proibire l’esportazione e il transito attraverso il territorio nzionale di materiale bellico, comprese le tecnologie che possono servire alla produzione di armamenti. La proposta sanciva pure l’obbligo per la Confederazione di sostenere per dieci anni le regioni e i dipendenti colpiti dalle conseguenze del bando.

Per i promotori si trattava di una questione etica: porre fine al “commercio della morte” e offrire alla Svizzera l’opportunità di una riconversione dell’industria bellica in una civile, conformemente alle tradizioni elvetiche di neutralità e di politica umanitaria.

Gli oppositori hanno replicato che i costi per la Confederazione sarebbero troppo elevati e che l’industria bellica non potrebbe sopravvivere solo con la produzione interna. La sicurezza nazionale risulterebbe quindi compromessa. Know-how e posti di lavoro andrebbero inoltre persi anche per l’industria civile.

L’iniziativa era sostenuta da una coalizione capeggiata dal Gruppo per una Svizzera senza esercito e composta da una trentina di partiti di sinistra, ecologisti, sindacati, organizzazioni pacifiste per la difesa dei diritti umani, pacifiste e femministe.

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