La battaglia del crocefisso
La sentenza di Strasburgo svela l’gnoranza del Palazzo.
La polemica si farà furiosa contro la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo che ha stabilito come la presenza dei crocefissi nelle aule scolastiche costituisca “una violazione dei genitori ad educare i figli secondo le loro convinzioni” ed una violazione della “libertà di religione degli alunni”.
Alcuni cattolici urleranno al golpe, i laici più intransigenti alzeranno bandiere e, forse, tutto resterà come prima. Anzi, si faranno finte votazioni, classe per classe, per decidere, ci saranno gli obiettori, i barricadieri ed anche gli svogliati.
Eppure i giudici hanno ragione, perchè apporre un simbolo identificativo alle spalle di una cattedra significa non solo assumerlo come simbolo valido per tutti, ma anche, di conseguenza, negare lo stesso ruolo ad altri elementi simbolici egualmente importanti: il Buddha, i versetti del Corano, gli dei induisti, altro.
A corto di idee, alcuni hanno a lungo discusso delle origini cristiane dell’Europa, ignorando che il vecchio continente ha vissuto per secoli non solo coltivando credi diversi, ma anche spaventose guerre tra cristiani, con protestanti, tra anglicani e cattolici, insomma conflitti senza confini.
La ‘pacificazione’ è arrivata in Italia con il ‘Concordato’, che ha riaperto il dialogo col Vaticano, chiuso dopo il 20 settembre del 1870, la ‘breccia di Porta Pia’. Per comprendere quanto sia importante la decisione presa ieri dalla Corte bisogna tornare a quel tempo.
Fino alla ‘violazione’ delle mura dello Stato Vaticano, a Roma e nel regno dei papi, gli ebrei potevano vivere nella città solo ghettizzati, i protestanti nemmeno quello.
Ha scritto Daniele Garrone, decano della Facoltà valdese di teologia: “Tra la Riforma del XVI secolo e il 1870 a Roma mi risultano soltanto le seguenti presenze protestanti: quella del pastore Giovan Luigi Paschale, ministro delle chiese valdesi di Calabria, che vi fu condotto nel 1561 per essere processato dall’Inquisizione e che fu arso di fronte a Castel Sant’Angelo; i membri protestanti delle ambasciate europee, che nelle sedi diplomatiche potevano celebrare il loro culto, ma che dovevano esser sepolti “fuori le mura” della città santa; quelli che vennero a stamparvi il Nuovo Testamento durante la Repubblica Romana e che dovettero lasciare la città dopo il rientro di Pio IX e furono così risparmiati dall’assistere al rogo papalino dei testi evangelici. Possiamo immaginare – e li condividiamo come cittadini e come cristiani – i sentimenti dei “colportori” che entrarono in Roma poco dopo i bersaglieri con un carretto di Bibbie trainato da un cane che portava una gualdrappa con il nome “Pio IX”!”.
Per gli ebrei la situazione era pessima. Con la bolla ‘Cum nimis absurdum’, il 12 luglio 1555, papa Paolo IV revocò loro tutti i diritti ed ordinò l’istituzione del ghetto, chiamato “serraglio degli ebrei”, facendolo sorgere nel rione Sant’Angelo accanto al Teatro di Marcello. Fu scelta quella zona perché la comunità ebraica, che nell’antichità classica viveva nella zona dell’Aventino e in Trastevere, ormai si era stabilita prevalentemente lì costituiva la maggioranza della popolazione. La zona fu recintata da mura.
Oltre all’obbligo di risiedere all’interno del ghetto, gli ebrei, come prescritto dal paragrafo tre della bolla, dovevano portare un distintivo che li rendesse sempre riconoscibili: un berretto per gli uomini, un altro segno di facile riconoscimento per le donne, entrambi di colore glauco (glauci coloris). Nel paragrafo nove, inoltre, veniva loro proibito di esercitare qualunque commercio ad eccezione di quello degli stracci e dei vestiti usati. Inizialmente il ghetto aveva solo due porte che venivano chiuse al tramonto e riaperte all’alba. Il numero degli accessi, aumentando l’estensione e la popolazione del ghetto, fu successivamente ampliato a tre, a cinque e poi ad otto.
Solo 17 aprile 1848, trecento anni dopo, papa Pio IX ordinò di abbattere il muro che circondava il ghetto, ma gli ebrei erano comunque obbligati a risiedere nel quartiere. Nel 1870, con conquista della città da parte del Regno d’Italia e con la fine del potere temporale dei papi, il ghetto fu definitivamente abolito e gli ebrei equiparati agli altri cittadini italiani.
Ieri il ministro dell’Istruzione Gelmini ha detto: “La storia d’Italia passa anche attraverso simboli, cancellando i quali si cancella una parte di noi stessi. Nel nostro Paese nessuno vuole imporre la religione cattolica e tantomeno la si vuole imporre attraverso la presenza del crocifisso. È altrettanto vero che nessuno, nemmeno qualche corte europea ideologizzata, riuscirà a cancellare la nostra identità. La nostra Costituzione inoltre riconosce, giustamente, un valore particolare alla religione cattolica. Non vorrei che alcune norme a cui si rifanno i giudici della Corte di Strasburgo fossero in contrasto con il nostro dettato costituzionale. Non è eliminando le tradizioni dei singoli Paesi che si costruisce un’Europa unita, bisogna anzi valorizzare la storia delle nazioni che la compongono. Per questi motivi, secondo me il crocifisso rappresenta l’Italia e difenderne la presenza nelle scuole significa difendere la nostra tradizione”.
L’aspetto grave delle dichiarazioni del ministro è che Gelmini non conosce la storia italiana, visto che per secoli la Chiesa cattolica non è stata tenera con i fedeli di altre religioni o con i protestanti, per cui l’esposizione del crocefisso nelle scuole non rappresenta affatto l’Italia, ma solo una parte, stimabilissima, del popolo italiano.
Per qesti motivi la decisione presa a Strasburgo è un segnale di civiltà che dovrebbe essere accettata dai cattolici per primi, perchè non solo evita di discriminare chi ha altre convinzioni religiose o più semplicemente non ne ha, ma restituisce ai fedeli della Chiesa romana i sentimenti di tolleranza che per secoli il Vaticano ha negato imponendo a tutti gli altri la propria supremazia.
Domenico Maselli, presidente della Federazione delle chiese evangeliche in Italia, cristiano anche lui, ha accolto con favore la sentenza ed i protestanti italiani hanno dichiarato: “Anticipando l’argomento tipico con cui in Italia si difende il crocifisso nelle aule – per altro non sempre presente – la Corte europea afferma di non comprendere come l’esposizione, nelle classi delle scuole statali di un simbolo che può essere ragionevolmente associato con il cattolicesimo, possa servire al pluralismo educativo che è essenziale per la conservazione di una società democratica così come è stata concepita dalla Convenzione (europea dei diritti umani, ndr); un pluralismo che è riconosciuto dalla Corte costituzionale italiana. Dopo le polemiche sul credito scolastico – affermano ancora gli evangelici – per chi si avvale dell’insegnamento della religione cattolica, e dopo quelle sull’ora di islam, scoppia ora con clamore un caso sul crocifisso. Una sentenza che vediamo favorevolmente perchè ribadisce l’idea che la libertà religiosa e il rispetto di tutte le fedi sono alla base di un’Europa pacifica e civile. Chi vede in questa sentenza la negazione delle radici cristiane dell’Europa – ha commenta il presidente Maselli – mostra di non apprezzare il grande merito del cristianesimo di avere aperto le porte alla libertà di ogni uomo e di ogni donna”.
Il governo italiano, sembra voglia presentare ricorso contro la sentenza. Il ministro Carfagna, involontariamente, ha mostrato quanto la decisione dell’esecutivo, così come le prime sdegnate affermazioni del centro destra contro la sentenza di Strasburgo, siano condizionate da motivi politici più che religiosi ed esprimano gli ormai abituali contenuti razzisti.
Ha detto il ministro: “È giusto che il governo presenti ricorso contro la sentenza della Corte europea. Il crocefisso non è soltanto un simbolo religioso, ma testimonia una tradizione millenaria, dei valori condivisi dall’intera società italiana” ed ha spiegato: “Il concetto di pari opportunità, quello dell’uguaglianza tra persone così come tra religioni non deve trasformarsi in una negazione delle nostre radici e della nostra identità. Sono altre, e non certo la presenza di un crocefisso nelle aule scolastiche, le vere limitazioni della libertà individuale: penso al burqa e al niqab. Su questi mi aspetto che la Corte europea si pronunci in maniera altrettanto netta e chiara”.
La contrapposizione che Carfagna ha immediatamente richiamato con alcuni indumenti, per altro non ‘istituzionali’, per gli islamici cerca di scatenare una guerra tra religioni del tutto inammissibile. Ma i limiti del razzismo e della xenofobia risiedono spesso nell’ignoranza.
I valori cristiani per altro non sono solo simbolici, ma indicano ai fedeli una via da seguire. Ieri il presidente della Camera, Gianfranco Fini ha così commentato la decisione di Strasburgo: “Ovviamente bisognerà attendere le motivazioni della sentenza della Corte Europea dei diritti dell’uomo, ma fin d’ora mi auguro non venga salutata come giusta affermazione della laicità delle istituzioni che è valore ben diverso dalla negazione, propria del laicismo più deteriore, del ruolo del Cristianesimo nella società e nella identità italiana”. Che detto da un divorziato non è poco.
Stravagante la decisione dell’eurodeputato della Lega, il ‘celtico’ Matteo Salvini. Oggi donerà 27 crocefissi ai commissari europei in segno di protesta per la sentenza. Ha detto il parlamentare padano: “La nostra storia e la nostra tradizione non sono in vendita”. Nessuno lo ha informato che i celti erano politeisti, per nulla cattolici e tantomeno cristiani.
Patetica, infine, la posizione del neo segretario del Pd, Bersani. Non potendo dir nulla sull’argomento perchè il suo partito è da tempo diviso tra laici ed ex democritiani, ha detto: “Io penso che su questioni delicate qualche volta il buon senso finisce di essere vittima del diritto. Io penso che antiche tradizioni come quella del crocifisso non possano essere offensiva per nessuno”. La Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo ha il compito di giudicare nel campo dei diritti civili, dove “il buon senso” non è previsto, ma si fanno rispettare le regole stabilite da leggi e trattati internazionali.
La conoscenza della storia non è un obbligo, ma quando si governa un Paese sarebbe legittimo aspettarsi almeno un po’ di cultura, ma forse in Italia è un’altra delle tante speranze vane.
Roberto Barbera


Lascia un commento