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Guinea senza democrazia

Autore: . Data: martedì, 3 novembre 2009Commenti (0)

Ad oltre 50 anni dall’indipendenza, i cittadini subiscono sempre la brutale repressione del governo. L’Onu ha tardivamente annunciato l’apertura di un’inchiesta. Un articolo per “Tu Inviato”

guinea

Il segretario generale dell’Onu, Ban Ki- moon ha annunciato l’apertura di una commissione d’ inchiesta sui massacri del 28 settembre avvenuti in Guinea Conakry.

Le stragi e gli stupri collettivi furono perpetrati durante una manifestazione pacifica a Conakry ad opera dei berretti rossi della giunta militare che capeggia la Guinea dal golpe del dicembre 2008.

La commissione d’ inchiesta, spiega la portavoce del segretario, sarà composta da Mohamed  Bedjaul ( Algeria) e due donne: Francoise N. Kayiramirwa ( Burundi) e Pramila Pattern ( Mauritius).

Bedjaul,  giurista e diplomatico, è stato giudice nella Corte Internazionale di giustizia, attualmente è presidente del Consiglio costituzionale algerino. Francoise N. Kayiramirwa è stato ministro della solidarietà e dei diritti dell’uomo in Burundi oltre che consigliere, per le questioni legate all’assistenza delle vittime, nel Tribunale Internazionale sul Ruanda.

Ruolo  determinante è anche quello svolto da Pramila Pattern, membro del comitato delle Nazioni sulle discriminazioni femminili, avvocato, ha scritto molto sulle violenze  contro le donne e sui diritti dei bambini.

Di recente l’Unione Africana e il 28 Ottobre l’Unione Europea si sono espressi attraverso un embargo sulle armi in Guinea. La Human Rights Watch, come ha comunicato il 27 ottobre, dopo 10 giorni d’inchiesta ha ampiamente provato che il massacro e gli stupri erano stati premeditati dalla giunta di Dadis Camara (presidente de facto) allo scopo d’intimidire la popolazione.

Va ricordato che nel 1958 la Guinea Conakry, dopo più di trecento anni di influssi e dominazioni francofone, era stato il primo stato africano ad ottenere l’indipendenza dalla Francia colonialista dopo aver scelto il “no” ad un referendum gaullista.

Oggi, a più di 50 anni dall’indipendenza, il Paese dovrebbe accingersi a vivere la sua “terza repubblica”, ma fatti sanguinari hanno interrotto questo cammino verso la democrazia.

Vale la pena fare un passo indietro e ricostruire la storia recente della Guinea: a seguito del referendum per il no alla Francia, Sèkou Touré – leader del Partito democratico guineiano – ha aperto un regime socialista capeggiando la repubblica guineiana in una presidenza del terrore che è durata fino alla sua morte nel 1984.

Osannato e criticato come eroe e tiranno, ha svolto una politica panafricanista, rivoluzionaria e nazionalista, macchiandosi di diversi crimini pur di sedare il dissenso dell’opposizione e dell’opinione pubblica.

Nella seconda repubblica si è instaurato militarmente, dopo la morte di Touré, Lansana Conté. Anch’egli di discussa fama, ha perseverato in un regime oscurantista macchiandosi di gravi atrocità contro la popolazione.

Nei primi anni ’80 Conté, attuando una politica estera molto criticata, ha riaperto i rapporti diplomatici ormai bloccati con la Francia, che ha cominciato a sostenerlo militarmente.

Dal 2007 il Paese transalpino, oltre che fornirgli 2 milioni di euro l’anno in armamenti, ha messo a disposizione nove cooperanti per la formazione di ufficiali guineiani.

Nel 1985 ha chiuso l’ambasciata italiana a Conakry – capitale della Guinea – lasciando spazio ad un solo interlocutore italiano, Guido Santullo, imprenditore edile, ambasciatore guineiano in Italia, nonché consigliere di Lansana Conté.

Si tratta di un personaggio discusso negli ambienti franco-guineiani, ma per lo più sconosciuto in Italia. Deve alla Guinea e al presidente Conté il suo “status”.

Santullo, attraverso la Sericom Guineé (società da lui fondata), una delle realtà economiche tuttora attive più importanti del Paese, ha costruito alberghi, casinò, edifici pubblici e ospedali grazie all’appoggio del presidente in carica, godendo di un occhio di riguardo negli appalti per le costruzioni.

Conté, come riporta la Lega Guineense, ha sostenuto anche legami con i cartelli del narcotraffico sudamericano. Del resto la posizione geografica della Guinea, affacciata sull’oceano Atlantico, l’ha resa un appetibile porto d’ingresso per i carichi di droga diretta verso l’ Europa.

In questo periodo Conakry e il suo golfo sono stati indicati anche dalle ricerche della giornalista Ilaria Alpi, uccisa in Somalia, come una delle discariche dei rifiuti tossici provenienti dall’Europa.

In quegli anni Conté non ha contrastato nemmeno la tratta di minori e bambini sfruttati nella prostituzione e nei lavori forzati.

Una tratta che, come riporta la Cia in the “World Factbook”, ha assunto dimensioni inquietanti e vede bambini obbligati nell’agricoltura, nelle miniere di diamanti e nella lavorazione dell’oro.

Nel frattempo si è fatto manifesto l’interesse delle multinazionali estere nei confronti delle risorse minerarie di cui è ricchissima la Guinea (soprattutto la bauxite, minerale utile per la produzione dell’alluminio): la Rusal (maggior produttrice mondiale di alluminio) ha fondato una cittadella dentro Conakry.

Sul versante politico, Conté ha alle spalle tre dubbiose elezioni consecutive vinte anche con il sostegno della Francia e la situazione si è aggravata nel 2006, quando il malcontento della popolazione per lo stato in cui verte l’economia del paese e per il malgoverno è stato sedato barbaramente: durante una manifestazione dell’opposizione sei persone sono state uccise con colpi di arma da fuoco esplosi dalle forze dell’ordine. In seguito accadranno fatti ancor più cruenti.

Alla fine del 2008 Lansana Conté muore e Dadis Camara, capo della giunta militare, ha preso il potere con un golpe assicurando di portare a termine la legislatura in corso per giungere legalmente a nuove elezioni.

Camara – presidente de facto – nonostante abbia dichiarato lotta alla droga, ha ereditato i legami di Conté con i cartelli del narcotraffico e stretto alleanze con le multinazionali che gestiscono il patrimonio minerario della Guinea.

Il presidente ha acquistato notorietà anche per aver ricevuto una giornalista di “Juene Afrique” in bermuda e per la sua vita dissoluta.

Nonostante ciò ha deciso di volersi candidare alle elezioni del 2010, contravvenendo alle dichiarazioni sostenute durante il golpe. E’ cominciata così la protesta dell’opposizione.

Il 28 settembre, i manifestanti si sono riuniti allo stadio di Conakry. La manifestazione, non autorizzata dal governo, è stata sedata nel sangue.

Sono 150 i civili uccisi, un numero imprecisato di donne hanno denunciato stupri e violenze. Membri dell’opposizione sono stati torturati e fatti prigionieri.

Dadis Camara, interpellato dalle autorità internazionali, ha negato qualunque responsabilità dicendo di non trovarsi a capo di quei militari che hanno trucidato il popolo.

A quel punto l’Onu ha minacciato un’inchiesta sull’avvenuto, la Francia ha invitato i propri connazionali a lasciare il Paese e l’Ua (Unione africana) imponendo un ultimatum alla giunta militare e a Camara affinchè quest’ultimo sottoscrivesse una rinuncia formale a candidarsi alle elezioni di marzo 2010.

L’ultimatum non è stato rispettato in ragione della presunta mediazione del Presidente del Burkina Faso, Blaise Campaoré, alla candidatura di Camara.

L’Ua ha dunque deciso di disporre un embargo sulle armi, mentre Camara, ritirato ad  Alpha Ya-ya, caserma principale del Paese, non ha rinunciato a concludere un contratto da 7 miliardi di dollari con la China international Fund per un investimento in infrastrutture utili all’estrazione della bauxite.

La popolazione ha ricevuto solo intimidazioni: lo riportano i membri del forum “Forze Vive guineiane” facente parte della OGDH (organizzazione per i diritti umani). Le donne violentate non avrebbero ricevuto alcun sostegno e nessun colpevole delle atrocità sarebbe stato denunciato.

Il forum si è rivolto all’opinione internazionale, chiedendo aiuti concreti, tramite una lettera di denuncia dei fatti terribili del 28 settembre: “La volontà della giunta militare – si legge – è quella di terrorizzare e sottomettere il popolo di Guinea. Centinaia di donne e di giovani ragazze sono state spogliate, violentate, le canne dei fucili introdotte nelle loro parti intime, tutto ciò pubblicamente e sotto gli occhi delle gerarchia militare…”.

Attualmente sono in corso diversi scioperi che stanno bloccando il Paese. In una Guinea dove il 44,8% della popolazione ha meno di 14 anni e la speranza di vita si arresta a 49, dove i diritti umani sono stati violati ripetutamente durante 50 anni di regime e dittature, i giovani continuano a rivendicare un cambiamento.

Il tasso di alfabetizzazione è sotto il 30%, ma il dialogo è vivo attraverso le radio ” libere” che danno voce al popolo, e attraverso il rap che è utilizzato dai giovani per esprimere il dissenso.

Il 27 ottobre la Human Rights Watch, dopo 10 giorni di inchieste effettuate in Guinea, ha constatato che i crimini e gli stupri commessi il 28 settembre nello stadio di Conakry sono da attribuirsi ai berretti rossi della giunta militare e che l’azione era stata premeditata allo scopo di reprimere le volontà dell’opposizione.

Durante l’inchiesta sono stati interrogati centinaia di testimoni presenti al momento del massacro ed è stato provato che il governo di Camara ha tentato di dissimulare le prove dei crimini. Human Rights Watch ha reiterato l’appello alle Nazione Unite e alla Cedeao perché venga aperta un’inchiesta internazionale.

Alla denuncia, lo riporta Guineénews, si aggiunge l’Unione europea che ha pubblicato una lista dettagliata contenente i nomi dei responsabili del massacro (integralmente visibile nel giornale ufficiale dell’Ue). Fra questi il primo è quello di Dadis Camara.

In queste ore molti negozi e banche sono chiusi, il saccheggio di luoghi pubblici e dei domicilii dell’opposizione ad opera di membri della giunta militare è continuo.

Cinque esponenti di un’associazione di giovani guineiani (FAJEG) sono stati arrestati dalla polizia perché avevano cominciato uno sciopero della fame per manifestare contro la violenza dei militari.

Sempre Guineénews denuncia che anche i giornalisti sono in pericolo e riporta le intimidazioni rivolte da un militare della giunta contro un presentatore della Tv guineiana  (RTG).

Sabato 31 Ottobre a Kindia, infine, si è disputata una partita di calcio, la finale della coppa nazionale: un simbolo della volontà di resistere da parte di un popolo.

Andrea Cammarata

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