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Appio Latino: un quartiere romano e la sua gente

Autore: . Data: venerdì, 20 novembre 2009Commenti (0)

Storie e pensieri dalla capitale. Un articolo per ‘Tu Inviato’.

porta_latinaIl quartiere Appio Latino è uno dei tanti quartieri storici di Roma. In un secolo si è trasformato profondamente e basti pensare che nel lontano 1909 era solo campagna abitata da pecore. Oggi è diventata una zona ‘centrale’ e i suoi confini toccano molte aree nevralgiche della capitale: Tuscolana, Ostiense, via Appia, Appia Pignatelli, la Cristoforo Colombo, Esquilino, il Celio, ma soprattutto il centro storico.

Come tutti i quartieri della città, anche qui si vivono i conflitti e le contraddizioni di una crescita disarmonica e mal governata. Le cronache quotidiane dimenticano quasi sempre i problemi dei ‘cittadini semplici’. Ascoltando i loro racconti si scopre un’Italia confusa ed un  po’ malinconica, comunque inascoltata da chi siede nelle stanze dei bottoni.

Biancamaria è una signora di mezza età. E’ una casalinga, i suoi figli sono ormai grandi e sposati, conosce il quartiere da quando era ragazza e ci vive da vent’anni.

Da quanto tempo risiede all’Appio Latino?

Ci vivo da vent’anni, anche se in realtà questo quartiere lo conosco da più tempo.

Come ne descriverebbe la qualità della vita?

Nel complesso non mi posso lamentare, perché abito in una casa con un bel giardino. La mia strada, via Cilicia, è un po’ isolata e ne costeggia una a scorrimento veloce, ma nostante questo i negozi non sono molto lontani e qui abitano brave persone che conosco da anni.

Uno dei tanti problemi di Roma riguarda i mezzi pubblici e la loro non puntualità. Lei come valuta il sistema dei trasporti?

Guardi, qualche giorno fa dovevo andare a via dell’Amba Aradam (un paio di chilometri di percorso, ndr) e ho aspettato l’autobus per venticinque minuti. Tenga conto che un solo mezzo non basta e la destinazione impone ad un certo punto di prendere un’altra linea. Però credo che la colpa non sia tanto dell’Atac (l’azienda di trasporto pubblico capitolina, ndr) quanto del traffico, che in questa città è aumentato notevolmente.

Lei vive in un quartiere tagliato in due dalla tangenziale, una specie di autostrada urbana. La decisione di costruire questa via di scorrimento ha cambiato qualcosa?

Tanti anni fa, quando venivo a trovare i miei suoceri, questa zona era un’oasi di tranquillità, via Cilicia era un viale lungo, alberato dove era possibile fare delle belle passeggiate. Adesso alcuni abitanti sono addirittura intenzionati a vendere la casa perché si sentono a disagio per il troppo chiasso prodotto da auto e ferrovia. La popolazione è cresciuta e tra vecchi e nuovi patentati il traffico si è triplicato nel vero senso del termine.

Sul fronte del decoro ubano e della pulizia, secondo lei, la raccolta differenziata è servita a qualcosa oppure no?

La raccolta differenziata non c’è. Si tenga presente che vicino a casa mia non c’è nessun cassonetto. I primi tre per farla si trovano a poco più di duecento metri di distanza e noi residenti siamo costretti a farci chilometri con tre buste della spazzatura. A tutto questo va aggiunta l’aggravante che paghiamo tanto, ora non ricordo bene la cifra, ma qui si sborsano all’incirca 200 euro l’anno, se non qualcosa di più.

Un altro argomento molto discusso è la sicurezza.

Io non mi sento affatto sicura. I telegiornali tutti i giorni ci spaventano nel raccontarci fatti di cronaca nera e i poliziotti o i carabinieri di quartiere non sono sinonimo di sicurezza. Sono stata scippata per quattro, cinque volte sull’autobus. Questi piccoli furti sui mezzi pubblici sono ormai una ‘tradizione’. Poi se uno scippatore a bordo di uno scooter mi volesse strappare la borsa lo potrebbe fare tranquillamente quando i poliziotti non ci sono. Ci sono anche ubriachi, che se commettono reati vengono presi più facilmente, ma normalmente rubano quando le strade non sono controllate. La sera, poi, vorrei andare in parrocchia, almeno il giovedì perchè ci sono delle iniziative culturali. Però non lo faccio. Non mi sento per niente sicura di camminare per la mia via  dopo le sette di sera. Per arrivare al portone di casa devo percorrere un pezzo di strada privata abbastanza buia e per questo motivo non esco. La città si è ingrandita e i pericoli sono tanti. Non ci sono solo stranieri che commettono reati, ma anche molti italiani. Per esempio: tutte le volte che è stato eletto un nuovo sindaco si è sempre messo in evidenza il miglioramento del parco della Caffarella (un parco archeologico nel comprensorio dell’Appia Antica, ndr). Non è successo mai nulla. Appena entrati, fino a non molto tempo, fa c’erano dei senza tetto che ci dormivano e si trovava di tutto. C’era il rischio evidente di subire dei furti in casa. A mia figlia più volte è stata forzata la macchina, mio marito ha avuto i vetri delle portiere frantumati. Sono tanti gli stranieri che cercano di rubare qualcosa e ad ogni modo anche se la situazione adesso è un po’ più tranquilla bisogna comunque stare attenti.

Le stagioni influiscono sulla qualità della vita?

Come per ogni cosa ci sono pro e contro. In inverno c’è di negativo che se un bel giorno si aspetta l’autobus e malauguratamente piove, fa freddo e tira vento, la città va in tilt per una giornata intera, invece durante l’estate, nonostante il caldo afoso, le strade sono più vuote, le macchine circolano, ma in quantità minore, e si respira aria più pulita.

Se dovesse scrivere una lettera al sindaco Alemanno cosa gli chiederebbe?

Niente di particolare, perché i malanni di quartiere dovrebbero essere risolti più dalle circoscrizioni. Chi le governa dovrebbe occuparsi maggiormente della sicurezza e della pulizia della zona.

Roma è la città più verde d’Europa con il 68 per cento del suo territorio ricoperto di parchi, giardini e pinete. Anche in questa zona?

Certo, almeno su questo non possiamo lamentarci. I luoghi di ritrovo ci sono e offrono tanto spazio utile per passeggiare e per far divertire i bimbi.

Roma è una grande città, ogni giorno milioni di persone la vivono, la abitano, la raggiungono per lavorare. Centinaia di migliaia di storie che troppo spesso non ascolta nessuno.

Marco Chinicò

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