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Appello per rom e sinti

Autore: . Data: venerdì, 20 novembre 2009Commenti (0)

InviatoSpeciale rilancia un appello pubblicato da ‘U Velto’.

romanìNelle ultime settimane sembra tornata di attualità la cosiddetta “questione rom”. Come è accaduto in altri casi anche recenti, attorno alle minoranze rom e sinte si coagulano gli allarmi caratteristici delle politiche emergenziali e securitarie: ma stavolta, ci sembra, si sta facendo un preoccupante “salto di qualità”. Quasi che dalle parole minacciose si stesse passando ai fatti concreti.

A Cosenza, il Prefetto emana un ordine di espulsione per un gruppo di rom rumeni: un gruppo che, ad avviso del rappresentante del Governo, costituisce una “una minaccia concreta, effettiva e grave all’incolumità pubblica”. Cosa hanno fatto di tanto grave queste persone? Vivono in campi e in baracche, non hanno un lavoro né una dimora stabile. Tutto qui: il provvedimento del Prefetto non aggiunge altro. I rumeni, quindi, rappresentano una minaccia perché sono poveri, privi di mezzi di sostentamento. Mai in Italia l’equiparazione tra poveri e “categorie pericolose” era stata formulata in modo così netto, senza pudori né giri di parole.

A Roma, all’alba dell’11 novembre, le forze dell’ordine sgomberano le famiglie rumene dal campo Casilino 700. Nell’operazione sono coinvolte la Polizia di Stato, l’esercito, i vigili urbani e la Protezione Civile: un dispiegamento di forze evidentemente sproporzionato rispetto alla situazione. Baracche, tende ed effetti personali dei rom vengono distrutti dalle ruspe, mentre una ventina di capifamiglia sono tratti in arresto, nonostante non si sappia di cosa siano accusati.

Colpisce la tempistica di questi due episodi: nel giro di pochi giorni, un rappresentante del Governo e un Sindaco schierato con la maggioranza berlusconiana lanciano una campagna di aggressione contro una minoranza fragile e discriminata. Il copione non è molto diverso da quello cui abbiamo assistito altre volte in questi anni: una coalizione politica in crisi di consenso cerca di rilegittimarsi indicando un facile “capro espiatorio”, un “bersaglio” su cui scaricare le ire dei cittadini.

Così l’Italia del Governo Berlusconi dichiara guerra ai rom. Indica il “pericolo pubblico” in una minoranza di 170 mila persone, per metà donne, per metà bambini, per metà cittadini italiani. La guerra ai più deboli sta diventando la cifra della nuova Italia guidata dal centro-destra.

Intanto, altri eventi contribuiscono a creare un clima favorevole a queste scelte del governo.

Ad Alba Adriatica, vicino Teramo, un episodio tragico, un brutto fatto di sangue diventa il pretesto per criminalizzare un’intera comunità. Il colpevole è un rom, dunque tutti i rom sono colpevoli: questa è l’operazione condotta in modo spregiudicato da una parte della stampa e dei mass-media del nostro Paese.

A Pisa l’amministrazione comunale – guidata dal centro-sinistra – decide di chiudere il programma “Città Sottili”: interrompe cioè uno dei tentativi più avanzati in Italia di superare i “campi nomadi”, e di garantire ai rom il diritto alla casa (perché, contrariamente a un diffuso pregiudizio, i rom non vogliono abitare nei campi-ghetto in cui sono stati confinati).

Il Comune di Pisa lancia così un segnale in sintonia con le scelte del Governo Berlusconi: un brutto segnale di “trasversalità” politica, proprio quando invece sarebbe importante affermare e praticare scelte politiche e culturali differenti.

Questi episodi disegnano, nel loro insieme, un mosaico inquietante, che deve preoccupare tutti. Si sta consolidando in Italia una vera e propria “guerra ai rom”. Finora teorizzata ed evocata, parzialmente praticata (come nel caso del censimento dei bambini rom nell’Estate 2008), ma mai attuata con espulsioni e allontanamenti sistematici. Il rischio è che gli episodi di questi ultimi giorni rappresentino un drammatico “salto di qualità” in questo senso.

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