Posto fisso: un dibattito insensato
Mercegaglia risponde alla ‘provocazione’ di Tremonti. Intanto non c’è lavoro per nessuno.
Aveva detto lunedì scorso il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti: “Credo che sia meglio avere un posto di lavoro fisso. La variabilità del posto per alcuni è un valore in sè, per me no. La stabilità del lavoro è alla base dello stato sociale, per organizzare la continuità della vita in una società come la nostra.
Il ministro aveve spiegato che la “globalizzazione ha modificato la qualità del lavoro trasformando il lavoro fisso e creando anche tipologie diverse di lavoro”, aggiungendo che non “era evitabile, non si poteva fare diversamente” e che è stato fondamentale che ci fosse una legislazione che tenesse conto di questo processo.
Alla pur cauta considerazione di Tremonti ha risposto ieri il presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia dicendo: “Nessuno è ovviamente a favore della precarietà e dell’insicurezza, in un momento come questo in particolare, noi siamo per la stabilità delle imprese e dei posti di lavoro, che per altro non si fa per legge, mentre riteniamo che la cultura del posto fisso è un ritorno al passato non possibile”.
La logica del posto fisso, ha sottolineato, “in questo Paese ha creato problemi, un aumento della disoccupazione e del sommerso, per esempio nel Mezzogiorno, e ha creato nella pubblica amministrazione questa logica dell’assenteismo e dei fannulloni, tanto deprecati. Quindi il problema non è tanto questo, quanto, da una parte, fare le riforme per rendere le imprese più competitive e, dall’altro, fare una flessibilità regolata e tutelata, come quella fatta con Treu e Biagi e che ha creato 3 milioni di posti di lavoro”.
Mercegaglia ha aggiunto: “Noi siamo dell’idea che bisogna investire in ammortizzatori sociali, formazione, e una migliore domanda e offerta che si incontrano, come peraltro è indicato nel Libro Bianco del ministro Sacconi”. L’industria, ha detto la presidente di Confindustria, “è quella che fa più lavoro stabile. Il grosso del precariato è soprattutto nell’università , nella pubblica amministrazione e nella scuola: dobbiamo dare una risposta a questo. Credo – ha concluso Marcegaglia – che la forza di questo Paese non sia la cultura del posto fisso ma, proprio come dice il ministro Tremonti, sta nei 5 milioni di piccoli e medi imprenditori che rischiano, vanno sui mercati e cercano di fare tutto il possibile anche in un momento come questo”.
La discussione che sta appassionando alcuni ‘ingenui’, tuttavia è del tutto demagogica ed inutile. La legislazione italiana, come per altro Tremonti ha ricordato, è profondamente cambiata. Oggi in Italia i datori di lavoro sono più o meno direttamente autorizzati a proporre forme di contrattualizzazione e sfruttamento del tutto impensabili negli altri Paesi europei. Qualuque giovane (e le loro famiglie) si sia trovato nella condizione di ricevere una offerta sa bene quanto siano spesso umilianti le proposte, il trattamento economico e gli orari per le prestazioni. Il precariato di cui parla Mercegaglia nella pubblica amministrazione, poi, è il risultato di pesanti tagli di bilancio imposti non solo dall’attuale crisi, ma anche da anni di malgoverno che hanno portato il debito pubblico alle stelle. Per il Sud, come per tutto il Paese, il sistema burocratico, la disorganizzione degli uffici, le pratiche clientelari di assunzione imposte dai partiti politici hanno costuito il gigante inefficiente che ha portato all’assenteismo ed alla bassa produttività .
Nello stesso tempo i cosiddetti “ammortizzatori sociali” italiani sono completamente incapaci di tutelere i cittadini colpiti dalla disoccupazione. Infine i presunti 3 milioni di posti di lavoro creati dalle riforme Biagi e Treu sono fittizi. In larga misura si trattava di contratti di collaborazione che permettevano alle aziende di risparmiare senza fornire ai lavoratori alcun tipo di garanzia.
Mobilità non vuol dire precariato. In gran parte dell’Europa chi perde il lavoro è tutelato dalla stato per molto più tempo che in Italia, ma cosa più importante ha la possibilità di trovarne un altro, grazie ad un mercato trasparente. Qui rimanere disoccupati (anche prima della crisi) non consente alternative.
Il Palazzo continua ad esercitarsi nel racconto delle favole, ignorando una situazione che col tempo sta diventando espolosiva. Mentre ministri ed imprenditori discutono ‘da garantiti a vita’ di precariato o posto fisso, nel 2008, le famiglie che si trovavano in condizioni di povertà relativa erano stimate in 2 milioni 737 mila, l’11,3 per cento di quelle residenti. Il totale delle persone povere era di 8 milioni 78 mila.
Nello stesso 2008, un milione 126 mila famiglie sono risultate in condizione di povertà assoluta, per un totale di 2 milioni e 893 mila persone, il 4,9 per cento dell’intera popolazione. E la crisi non era ancora cominciata.


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