Pd: Bersani eletto, adesso manca solo il partito
Le primarie si sono concluse. il 52 per cento al vincitore, il 34 a Franceschini e il 12 a Marino.
In piena bufera Marrazzo il Partito democratico ha affrontato la giornata inutile delle primarie. L’idea che la democrazia cresca perchè si affida l’elezione del segretario alla ‘ggente’ è il grande equivoco di una ‘moda’ che potrebbe essersi conclusa ieri, poichè è difficile supporre il mantenimento dell’attuale statuto così com’è.
Per alcuni errori di interpretazione si è voluto associare la consultazione italiana alla tradizione americana delle primarie. In realtà si tratta di situazioni diverse e di modalità differenti. Negli Usa i due partiti principali chiamano i propri sostenitori a decidere i candidati a tutte le cariche elettive perchè negli States si vota tutto, dal presidente dell’Unione allo sceriffo di un paesino, dal capo del dipartimento sanitario di una contea a quello dell’istruzione. In Italia i cittadini non decidono nulla, perchè persino la nomina di un usciere della Asl è in mano al severo controllo dei partiti.
I protagonisti delle primarie Usa dichiarano pubblicamente di essere elettori di un partito e le possibilità di ‘infiltrazioni’ sono praticamente iinfluenti. Ma il problema di fondo è che i partiti americani sono prettamente ‘elettorali’, ovvero non hanno strutture permanenti ed organizzate. Democratici e repubblicani si ‘materializzano’ in occasione delle consultazioni, ma nelle contee e nei vari Stati i soggetti politici determinanti sono altri. Si tratta di gruppi vicini al senatore, al deputato del luogo o al Governatore, di associazioni, gruppi di pressione del tutto autonomi, ‘culturalmente’ aderenti ad una parte politica, ma non esistono come da noi apparati centrali o funzionari ‘locali’ o ‘federali’.
In Italia, invece, alcuni seggi hanno ammesso persone senza guardare neppure i documenti, le registrazioni erano approssimative, chiunque poteva esprimere una preferenza senza necessariamente essere un elettore del Pd o votare più volte in luoghi diversi a condizione di versare due euro.
Tutto questo permette di aver dubbi sulla affidabilità formale della consultazione. In numerose regioni si sceglievano anche gli organismi locali e questo, considerato il degrado della vita poltica italiana, non fuga il pericolo di operazioni di potere, di truppe cammellate arrivate nei seggi per favorire questo o quel candidato, di pratiche clientelari o procedure per nulla trasparenti.
L’operazione ‘primarie’, insomma appare più come una mossa demagogica e pubblicitaria che come un vero fatto democratico. Ieri, fuori da un seggio romano in un quartiere popolare, alcuni elettori distutevano tra loro: “Di Franceschini non mi fido, stava con Veltroni e tutti e due hanno combinato più guai che altro, guarda come siamo ridotti” diceva uno, mentre l’altro gli rispondeva: “Ma smettila, perchè Bersani? Uno voluto da D’Alema! Non mi parlare di quello, è uno s….., ma non finisce qui, non pensasse di fare quello che vuole”.
Il piccolo siparietto era la fotografia di una frattura non facilmente risanabile, perchè lo scontro tra le diverse componenti del partito non è cominciato oggi, ma nel momento in cui il Pd è stato fondato e la campagna elettorale non lo ha sedato, ma anzi lo ha ulteriormente esacerbato. Nonostante le ‘cavalersche’ parole di Franceschini ieri notte, quando si è palesata sua sconfitta o gli auspici del nuovo segretario che ha dichiarato: “Questa è una vittoria di tutti, con dentro anche la mia vittoria”.
Nessun congresso e nessun dibattito ha realmente stabilito la linea politica, affidata al vincitore, ma non per questo condivisa dai sostenitori degli altri candidati o da tutti i dirigenti nazionali o periferici. Per questi motivi, oltre le esultanze per i quasi i due milioni e mezzo di votanti (il solo Pci, nel 1976, aveva 1.814.262 iscritti, dei quali almeno il 70 per cento erano militanti in attività permanente), i problemi del Pd non sono nè stati affrontati nè risolti ieri.
Anche oggi le differenti componenti continueranno a pesare col bilancino ogni decisione ed i rancori influenzeranno le scelte. Inoltre il partito non esiste sul territorio e così in periferia mille individualità produranno altrettanti problemi, continuando ad impedire il rapporto tra organizzazione e società civile.
Infine, il mutamento ‘genetico’ della classe dirigente del partito ha distrutto quel connotato di ‘diversità’ grazie al quale la ‘questione morale’ non aveva mai sfiorato l’identità della sinistra comunista e socialista italiana (Craxi ed il suo Psi erano un corpo estraneo alla tradizione socialista italiana) e questo è forse è il problema più complicato da risolvere, perchè nessuno è in grado di sapere come e se il nuovo segretario sarà capace di allontanare dirigenti locali, consiglieri comunali, regionali e parlamentari ‘discutibili’, senza contemporaneamente indebolire la propria leadership.
I problemi restano aperti ed il compito di Bersani sarà durissimo. Dovrà evitare l’esodo felpato verso il centro dei rutelliani, tenere a bada i vendicativi eredi di Veltroni e riassorbile lo strato di melma lasciato dalla vicenda Marrazzo.
Questa ultima vicenda ha dimostrato come senza struttura organizzata e senza il controllo da parte degli iscritti un partito può arrivare ad eleggere uno sprovveduto alla presidenza di una regione. Ed anche se l’ex conduttore di ‘Mi manda Raitre’ è probabilmente vittima di un pasticcio che qualcuno ha nutrito (ma lui stesso permesso con comportamenti al limite del surrereale) gli episodi sconcertanti non sono isolati. In Puglia il vice presidente della Giunta alla Regione si è trovato coinvolto nello stesso giro di escort che ha colpito Berlusconi, in Campania l’immagine di Bassolino è molto appannata ed è meglio fermarsi qui.
Da stamattina il partito che non c’è dovrà quindi fare in modo di non disfarsi del tutto e per il nuovo segretario sarà un compito arduo, perchè probabilmente nella stanza affianco alla sua c’è già chi sta pensando a come tenerlo a bada.
Arturo Parisi ha già cominciato: “Vedo che D’Alema esalta la chiarezza della scelta degli elettori. Chiarezza su che cosa? Certo sul vincitore. Attendiamo adesso che Bersani, non avendoci detto su quale linea cercava il consenso, ci dica finalmente dopo la vittoria su che linea ha vinto. Il fatto che ce lo dica D’Alema è già una conferma dei timori della vigilia”.


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