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Nuovi dati drammatici: bisogna parlare della crisi

Autore: . Data: mercoledì, 21 ottobre 2009Commenti (0)

I partiti si scontrano tra loro ed al loro interno, ma hanno un tratto comune, minimizzare.

urloIl governo ed il centro destra sono da sempre sulla linea tracciata da Berlsusconi, secondo la quale la crisi è “psicologica”, oppure è già “alle spalle”, oppure ha “colpito molto poco l’Italia”. Il Pd è alle prese con il suo congresso, richiama l’attenzione sulla situazione drammatica in cui versa non solo l’economia nazionale, ma anche la produttività del sistema induistriale e, tuttavia, non è in grado o non desidera far diventare questo punto non il primo, ma l’unico intorno al quale costruire un’alternativa.

Ieri l’Istat ha diffuso nuovi dati, che smentiscono il facile ottomism di alcuni. L’istituto di statistica ha reso noto che il calo degli ordinativi ad agosto ha registrato un calo del 6,1 per cento in ambito nazionale e del 12,8 per l’estero.

Il calo congiunturale degli ordinativi esteri è il più forte dal febbraio del 2006, quando arrivò al meno 17,1per cento. Secondo i tecnici dell’Istat il pessimo risultato di agosto potrebbe essere solo un “rimbalzo” rispetto all’andamento positivo degli ordini esteri registrato a luglio.

Nel confronto degli ultimi tre mesi (giugno-agosto) con i tre mesi precedenti le variazioni congiunturali sono state pari a meno 0,8 per cento per gli ordinativi e del 2,3 per il fatturato.

Sempre per quanto riguarda il fatturato dell’industria ad agosto, l’unico comparto che ha registrato una variazione congiunturale positiva è quello dell’energia, con un 4,4 di incremento.

Male, invece, per i beni intermedi a meno 2,6 per cento, per i beni di consumo a meno 2,3 per cento, per quelli durevoli che calano del 6,6 per cento, per quelli non durevoli, con una diminuzione dell’1,6 per cento e per i beni strumentali al meno 0,3 per cento.

Su base annua, l’indice del fatturato corretto per gli effetti di calendario cala del 29,9 per cento per l’energia, del 26,2 per i beni intermedi, del 23,6 per i beni strumentali e del 10 per i beni di consumo (meno24,4 per cento per quelli durevoli,  meno 8,4 per quelli non durevoli).

Passando all’analisi dei settori di attività economica, Istat ha rilevato che ad agosto il fatturato ha registrato le contrazioni più ampie su base annua nei settori della metallurgia e fabbricazione di prodotti in metallo, con un disastroso meno 36,1 per cento. In gravi difficoltà anche i comparti della fabbricazione di coke e prodotti petroliferi raffinati, con meno 30 per cento, e quello della fabbricazione di apparecchiature elettriche e per uso domestico non elettriche, al meno 29,7. L

Diminuzioni più contenute, invece, hanno riguardato la produzione di prodotti farmaceutici di base, al meno 2,6 per cento e le industrie alimentari, bevande e tabacco, in saldo negativo del 5,5.

Per quanto riguarda gli ordinativi, le variazioni più negative rispetto ad agosto 2008 hanno riguardato la fabbricazione di computer, prodotti di elettronica e ottica, apparecchi elettromedicali, apparecchi di misurazione e orologi con il 38,4 per cento in meno, la metallurgia e fabbricazione di prodotti in metallo, in passivo del 38,3 e la fabbricazione di macchinari e attrezzature, in perdita dal 33,6.

Ai numeri deve essere associato un ragionamento elementare: la contrazione della produzione induce una automatica contrazione del numero di occupati, ovvero di cittadini che lavorano. Nonostante la favola raccontata dal governo, secondo la quale in Italia esistono i cosiddetti “ammortizzatori sociali”, in realtà il nostro Paese è lontano anni luce da quasi tutti gli altri partner europei.

Le ore di cassa integrazione autorizzate nel periodo che va dal 1 settembre 2008 al 31 agosto del 2009 sono aumentate del 222,3 per cento. Da 190.970.862 ore del corrispondente periodo del 2007-2008 si è passati, infatti, a 615.554.894 ore in questi ultimi 12 mesi.

l’Inps, poi, ha liquidato 1.172.659 domande di disoccupazione con un incremento del 53 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, versando un importo medio annuo di circa 5.292 euro, per alleviare il periodo di disoccupazione, che può variare da 6 mesi a 1 anno.

La cifra erogata per la disoccupazione così appare minima. Come si conportano altri governi?

In Francia per aver diritto all’indennità è necessario aver lavorato almeno 6 degli ultimi 22 mesi. L’ammontare dell’indennità viene stabilito con una media della retribuzione degli ultimi 12 mesi, secondo un sistema che salvaguarda i redditi più bassi. La durata dell’indennità varia da un minimo di 7 mesi ad un massimo di 60. A ciò si aggiungono circa 10 euro fissi al giorno, in determinate circostanze. Poi c’è  il “Revenu minimum d’insertion (Rmi)”, che è un ’salario di ingresso. Per riceverlo bisogna aver compiuto 25 anni (non si applica la condizione dei 25 anni per i disoccupati con figli). Il Rmi prevedeva (nel 2005) l’integrazione del reddito a 425,40 euro mensili per un disoccupato solo, che diventavano 638,10 euro se in coppia (chiunque vive ‘insieme’); 765, 72 se la coppia ha un figlio, 893,34 per due figli e 170, 16 euro in più per ogni altro figlio. Una coppia con tre figli arriva quindi ad avere più di 1.150 euro di Revenu minimum d’insertion.

In Inghilterra a partire dai 18 anni chi non ha un lavoro e non ha risparmi per più di 12.775 euro ha diritto all’ Income-based Jobseeker’s Allowance, a circa 300-350 euro mensili per un periodo di tempo illimitato . A questa cifra si devono aggiungere l’affitto dell’alloggio (Housing Benefit) e tutta una serie di assegni per i figli.

In Germania la riforma restrittiva introdotta nel 2005 indica che tra 16 e i 65 anni si può disporre dell’Arbeitslosengeld, 345,00 euro al mese. In più i costi dell’affitto e del riscaldamento (Miete und Heizkosten). Una famiglia composta da due figlie di 12 e 14 anni, nella quale il padre è disoccupato e la madre ha uno stipendio da un lavoretto part-time di 750 euro lordi e le due figlie 308 euro al mese di Kindergeld (che è un versamento che riguarda i figli), è considerata dalla riforma bisognosa di un incremento di reddito. Fatti i dovuti calcoli, questa famiglia ottiene un’integrazione del salario che la porta a disporre complessivamente di 1665 euro al mese netti. Dopo una riforma i disoccupati tedeschi di lungo periodo non hanno più – in aggiunta al normale sussidio – i soldi per i mobili e per i vestiti, ma prima ricevevano anche quelli.

In alcuni Paesi europei il reddito minimo copre sia chi non ha ancora un lavoro sia chi ha perso il lavoro e non ha diritto all’indennità o perché l’ha esaurita o perché non ha versato i contributi. In Gran Bretagna c’è la “Contribution-based Jobseeker’s Allowance” per l’indennità di disoccupazione e l’”Income-based Jobseeker’s Allowance” per reddito minimo garantito. Inoltre è attivo anche l”‘Income support”, che è previsto per chi lavora meno di 16 ore a settimana . Queste forme di sostegno del reddito, naturalmente, sono illimitate nel tempo.

In Francia, infine, se si è disoccupati, “vous bénéficierez de la réduction sociale téléphonique”, cioè si ha diritto alla riduzione delle tariffe telefoniche.

Per uscire dal tunnel della crisi, se andrà bene, saranno necessari alcuni anni. In questo tempo decine di migliaia di persone saranno in gravi difficoltà economiche ed esistenziali. L’agenda politica italiana si concentra sulla riforma della giustizia, sulle norme contro gli stranieri, inventa i grandi come il ponte sullo Stretto o la costruzione delle centrali nucleari e perde di vista il nodo del problema: la sopravvivenza per tante famiglie, il futuro per i giovani, la reintroduzione nel mercato del lavoro per chi è stato licenziato fino ad ora.

La responsabilità dei partiti politici allora è immensa. Ed anche quella della stampa. Ieri le rilevazioni Istat hanno resistito per poche decine di minuti nelle aperture dei giornali on line, subito sostitute da argomenti più ‘attraenti’.  Non spiegare ai cittadini la reale entità del problema significa progressivamente narcotizzarne le consapevolezze, lasciando i più deboli in un deserto dal quale potrebbero non uscire più.

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