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Mafia: la trattativa con lo Stato e l’angoscia del dubbio

Autore: . Data: giovedì, 29 ottobre 2009Commenti (0)

Le drammatiche rivelazioni del procuratore nazionale Grasso scivolano via come se niente fosse.

falcone_borsellino1Una frase di poche parole, pronunciata mercoledì dal magistrato davanti alla ‘Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno della mafia e sulle altre associazioni criminali, anche straniere’, avrebbe dovuto scatenare l’indignazione e le perplessità di un popolo intero. Invece nulla.

Cosa ha detto Piero Grasso? Ha citato un fatto: “Lo stesso Giovanni Brusca ha riferito di una missione affidata a Vittorio Mangano per potersi mettere in contatto con sue vecchie conoscenze al Nord”.

Anni ed anni di omicidi, stragi, taglieggiamenti, traffici internazionali di droga ed armi, il controllo del territorio di una gran parte della Sicilia, speculazioni, appalti truffaldini, colonizzazione di banche ed altre regioni: ecco l’attività di ‘Cosa nostra’, nota a tutti gli italiani. Un inquinamento dell’aria che si respira dalla Val d’Aosta a Pantelleria, della dignità di tutti i cittadini, della stessa identità nazionale, perchè la mafia è una vergogna che pesa non solo su chi ne fa parte o la protegge, ma anche su chi è costretto a subirne i crimini.

Il ‘capo’ di tutti gli investigatori, il procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso, da giorni sta parlando di una possibile trattativa tra criminali e governo. Il ‘tavolo di discussione’, come si direbbe in sindacalese, proseguì anche nel 1993, dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio. Un canale aperto dopo l’uccisione barbara di Giovanni Falcone e sua moglie, Francesca Morvillo, di Paolo Borsellino e degli agenti delle loro scorte, Emanuela Loi , Antonio Montinaro, Vito Schifani, Rocco Dicillo, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.

Ai funerali di Falcone il giudice Ilda Boccassini, sua amica e collaboratrice, urlo la sua rabbia ai colleghi nell’aula magna del Tribunale di Milano: “Voi avete fatto morire Giovanni, con la vostra indifferenza e le vostre critiche; voi diffidavate di lui. Adesso qualcuno ha pure il coraggio di andare ai suoi funerali”.

Avesse saputo, ‘Ilda la Rossa’, il pm che chiese otto anni di reclusione per Silvio Berlsuconi nel processo Sme e che fu attaccata per la sua azione giudiziara dal premier con esposti alla procura di Brescia e al Csm (tutti archiviati) di averlo perseguitato e di aver complottato per farlo dimettere da presidente del Consiglio nel ’94, che uno dei protagonisti delle trame collegate alla strage di Capaci era stato un dipendente del ‘suo’ imputato dal 1973 al 1975 cos’altro avrebbe gridato?

Perchè Vittorio Mangano non era un criminale qualsiasi. Era un killer di Cosa Nostra che finì a fare lo stalliere di Berlusconi nella villa di Arcore.

Grasso ha sostenuto che il pluriomicida, diventato dopo la permanenza lombarda il boss della famiglia mafiosa di Porta Nuova era impegnato anche in un complesso processo ‘politico’, che comprendeva la formazione di un partito. Leoluca Bagarella nell’autunno del 1993 aveva lanciato ‘Sicilia Libera’ sul quale il magistrato ha detto: “Come ha raccontato il collaboratore di giustizia Tullio Cannella, che era stato incaricato di organizzare il movimento politico, l’idea era quella di creare un partito in proprio per evitare di farsi prendere in giro dai politici come in passato accaduto a Totò Riina”.

Il movmento non durò molto, anche perchè i suoi ispiratori forse erano più abili nell’uso di lupara ed esplosivi e dopo l’abbandono dell’iniziativa “si arriva agli eventi noti che portano alle elezioni del 1994 e quindi alla fase attuale”, ha aggiunto Grasso.

Il solito teorema che vuole Berlusconi anche solo di striscio coinvolto in qualunque cosa accada in Italia? Durante il processo d’appello a carico di Marcello Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa, Gaspare Spatuzza, un pentito, ha detto al sostituto procuratore generale di Palermo Antonino Gatto: “Giuseppe Graviano (capo di Cosa Nostra al quartiere Brancaccio di Palermo negli anni novanta, ndr) era molto felice, disse che avevamo ottenuto tutto e che queste persone non erano come quei quattro “cristi” dei socialisti. La persona grazie alla quale avevamo ottenuto tutto era Berlusconi e c’era di mezzo un nostro compaesano, Dell’Utri. In sostanza Graviano mi disse che grazie alla serietà di queste persone noi avevamo ottenuto quello che cercavamo. Usò l’espressione “ci siamo messi il Paese nelle mani””.

Il pentito ha anche specificato l’occasione in cui seppe dei fatti, ovvero durante un incontro con il boss palermitano a Milano nel gennaio del 1994. Subito dopo, secondo Spatuzza, la mafia cominciò a pianificare un attentato allo Stadio Olimpico di Roma che avrebbe dovuto indurre i rappresentanti dello Stato a più miti atteggiamenti.

La logica mafiosa di quel tempo pensava comunque di ‘favorire’ l’accordo seminando bombe un po’ dovunque, ma il Procuratore nazionale ha anche sostenuto: “Non c’è dubbio che la strage che colpì Falcone e la sua scorta siano state commesse da Cosa Nostra. Rimane però il sospetto che ci sia qualche entità esterna che abbia potuto agevolare o nell’ideazione, nell’istigazione, o comunque possa aver dato un appoggio all’attività della mafia”.

Per Grasso gli obiettivi erano molti. “Riina inviò nella capitale un commando che doveva occuparsi dell’eliminazione del magistrato (Giovanni Falcone, ndr), di Maurizio Costanzo, dell’onorevole Martelli e di Andrea Barbato, ma poi fu proprio Riina a bloccare tutto perché, disse, “si era trovato qualcosa di meglio””.

Falcone era in effetti più indifeso a Roma, dove le misure di sicurezza erano limitate, ma la strage di Capaci doveva essere ‘esemplare’ e per questo si usarono 500 chili di plastico per far saltare in aria addirittura un pezzo di autostrada pur di affermare la forza della mafia all’interno di una strategia “chiaramente stragista ed eversiva”, ha spiegato il magistrato.

Poteva un gruppo di mafiosi semianalfabeti e rozzi elaborare un pensare così articolato? Infatti il Procuratore ha consluso il suo ragionamento con una domanda: “Chi ha indicato a Riina queste modalità?”. Poi ha aggiunto: “Finché non si risponderà a questa domanda sarà difficile un effettivo accertamento della verità”.

Le parole pronunciare dal magistrato sono pesanti come pietre, ma non hanno neppure sfiorato la curiosità dei pricipali media, che le hanno quasi totalmente ignorate. E così i cittadini italiani che sanno sono pochi e quelli in grado di porsi dubbi e domande pochissimi. In questa situazione il problema ‘mafia’ investe il senso stesso della democrazia nel Paese, diventando un gigante sempre più diffcile da sconfiggere.

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