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Lo scudo fiscale: servirà a “fare cassa”?

Autore: Repetto. Data: lunedì, 26 ottobre 2009Commenti (0)

Continua a far discutere la norma che permette di mettersi in regola con il fisco facendo emergere capitali detenuti all’estero con una penale pari al 5%

soldiVarato dal governo il 15 settembre con termine ultimo, confermato, per il 15 dicembre lo “scudo fiscale” si riaffaccia nel Paese per la terza volta, visto che analoghi provvedimenti erano stati varati nel 2001 e nel 2003.

E’ una norma che permette di mettersi in regola con il fisco facendo emergere capitali detenuti all’estero con una penale pari al 5%. In pratica, chi detiene attività finanziarie, partecipazioni, immobili all’estero entro la data del 31 dicembre 2008 e non ha pagato le imposte dovute per tali attività può usufruire di questa norma.

Inutile parlare dei tecnicismi di chi può o non può usufruirne. Ciò che ci interessa sono le contraddizioni e le motivazioni con cui è stata dichiarata questa norma, da molti considerata poco corretta soprattutto nei confronti di chi le tasse le paga sempre e comunque.

E’ evidente, anche per smentire alcune interpretazioni demagogiche diffuse ad arte negli ultimi giorni, che  il provvedimento non agevolerà solo mafiosi e delinquenti. Senonché tale affermazione non è di per sé affatto rassicurante.

Il “retroterra” di questa norma contestata sembra piuttosto dimostrare che l’Italia sempre più sta perdendo il senso della misura e delle regole: le tasse sono percepite come una spiacevole abitudine ed è inutile stilare un indice di categorie refrattarie in materia e di soggetti perciò interessati ad usufruire dello “scudo fiscale”.

Affermarlo oggi pare una bestemmia eppure le tasse servono per l’istruzione, per la sanità, per la sicurezza, per le pensioni. Regolano le risorse e i servizi in una società, sostenendo i più deboli. Nel nostro Paese il tema è stato stravolto, anche perché la classe politica ha perso credibilità, anno dopo anno.

La divisione sociale sempre più pronunciata ha fatto il resto. Così nessuno deve stupirsi se tanti professionisti del ramo fiscale, in quasi tutte le città più grandi d’Italia, stanno lavorando attivamente per aiutare i propri clienti ad approfittare dello Scudo Fiscale-ter. Parliamo di commercialisti, avvocati, imprenditori, che assecondano nella loro pratica quotidiana le ragioni dichiarate dal governo.

A cominciare dal bisogno di molte aziende – in questo difficile momento di crisi economica – di avere maggiori possibilità di usufruire di contanti. E ancora: la scarsa solidità delle banche estere, che può indurre molti a voler tenere i propri fondi in filiali vicine o a favorire una maggiore circolazione di contante da destinare a investimenti.

Questo provvedimento può infine sostenere le casse dello Stato alla luce delle difficoltà contabili in cui navighiamo. Una motivazione, quest’ultima, non dichiarata ma del tutto verosimile.
La stima iniziale del “risultato” dello “scudo fiscale” era di circa 300 miliardi di euro, con la creazione di un’extra-gettito di 15 miliardi di euro, sufficienti a colmare le minori entrate fiscali per le casse dello Stato a causa della diminuzione del 5 % circa di Pil.

Quasi divertente appare la considerazione per cui una persona che fa rientrare dei capitali o dei conti detenuti all’estero sarebbe indotto ad investirli. Da qui sorge una domanda: perché non è stata approvata una norma per cui chi usufruisce dello “scudo” ha l’obbligo di tenere per almeno 36 mesi in Italia le attività frutto del provvedimento?

Al contrario, il “rimpatrio” può essere fisico o anche solo giuridico: vale a dire che si dichiarano attività, fondi etc, ci si mette in regola pur continuando a tenere all’estero i fondi. Un’apparente contraddizione.

Mentre la polemica continua, siamo giunti quasi a metà della “finestra” del provvedimento – 15 settembre/15 dicembre – per coloro che sono intenzionati ad approfittarne.

Circolano infine i primi dati: rispetto ai 300 miliardi di euro inizialmente preventivati, saremmo a quota 100 miliardi. Da Unicredit e Intesa-Sanpaolo, le banche confermano per ora entrate non rilevanti.

Alessandro Cascia

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