La strana storia del dottor Marrazzo
Ormai i giornali sono il traino della crisi del Paese.
La vicenda dell’ex giornalista di ‘Mi manda raitre’ è ormai nota, incredibile e torbida: incontri a ripetizione con transessuali, alcuni carabinieri che lo incastrano, un video, il ricatto. Due cose legano questa nuova vicenda all’epopea delle ragazze e delle escort che ha investito il presidente del consiglio Berlusconi, il sesso e l’incapacità a comprendere i doveri imposti quando si ricopre un ruolo pubblico.
Via Gradoli 96 è un indirizzo noto alle cronache. In quello stesso edificio, 31 anni fa, quando l’Italia era diversa, civile e drammaticamente devastata dalla lotta armata c’era una base delle Brigate rosse durante il sequestro di Aldo Moro.
E forse da lì si deve partire per comprendere il degrado nel quale è stramazzato il Paese, da covo terrorista a lupanare è un viatico che dovrebbe far riflettere.
Ma chi erano i politici italiani nella prima ‘vita’ di via Gradoli 96? Oltre ai nomi buoni per tutte le stagioni ed ai corrotti scoperti qualche anno dopo da ‘Mani pulite’, in quell’epoca lontana abitavano il Parlamento persone come Moro, appunto, e Berlinguer, Pertini e Zaccagnini, La Malfa e Fanfani, Pajetta e Foa, Amendola e De Martino, Donat Cattin e Bodrato, Bisaglia, Ingrao, Malagodi e tanti altri. Leader politici ignoti ai più giovani, ma che nel bene e nel male non avevano nulla in comune con gli inquilini del Palazzo di oggi.
Nella storia italiana del dopoguerra non sono stati pochi i pettegolezzi sulla vita sessuale dei politici. I giornali a volte hanno cavalcato alcuni scandali, in particolare la stampa legata alla destra, come nei casi ‘balletti verdi’, ‘Braibanti’, ‘Lavorini’, tutte vicende però che riguardavano omosessuali.
In un caso anche l’informazione di sinistra affrontò una vicenda torbida. Fu il caso del giallo ‘Montesi’, una ragazza di 22 anni trovata assassinata sulla spiaggia di Torvaianica l’11 aprile 1953. Dopo indagni al limite del grottesco ed incredibili depistaggi si fecero i nomi di alcuni politici.
Il 24 maggio del 1953, il giornalista Marco Sforza Cesarini pubblicò un reportage su un giornale vicino al Pci, Vie Nuove, nel quale si associava all’omicidio Piero Piccioni, figlio di Attilio Piccioni, vicepresidente del Consiglio, ministro degli Esteri e potentissimo esponente della Democrazia Cristiana.
Il racconto di Sfroza Cesarini non era inventato, anzi svelava fatti noti a molti giornalisti, ma mai raccontati. Le elezioni erano vicine e Piero Piccioni querelò per diffamazione il giornalista e il direttore del giornale.
Il Partito Comunista, sebbene lo scandalo avrebbe potuto essere vantaggioso dal punto di vista politico, disconobbe l’operato del giornalista e lo accusò di “sensazionalismo”, minacciandolo di licenziamento. Durante gli interrogatori degli inquirenti, Sforza Cesarini non citò mai l’identità della sua fonte ed affermò solo che era collocabile in “ambienti dei fedeli di De Gasperi”.
Alla fine la querela si risolse con un accordo tra il redattore e Piccioni. Giuseppe Sotgiu, grande avvocato penalista ed importante esponente del Pci, difensore di Sfroza Cesarini, e Francesco Carnelutti, ‘principe del foro’ e legale del figlio del parlamentare democristiano, decisero che il redattore smentisse se stesso e versasse l’ingente somma di 50mila lire in beneficienza alla ‘Casa di amicizia fraterna per i liberati dal carcere’.
Forse quella era un’Italia omissiva e moralista, ma il caso ‘Montesi’ mostra come la politica fosse attenta a non strumentalizzare fatti cronaca nera per motivi elettoralistici e come la stampa non fosse complice di chi colpiva gli avversari dello schieramento avversario grazie all’uso del gossip.
Oggi il Paese appare radicalmente cambiato. La casa nella quale i criminali delle Birgate Rosse elaboravano la loro folle strategia politica è diventata una casa di appuntamenti, la riservatezza con la quale gli esponenti politici di un tempo curavano la propria esistenza è sparita e capita che un presidente di Regione vada con la macchina di servizio e la scorta ad un appuntamento poco ‘galante’ e pure a pagamento.
Tuttavia, per non cadere in equivoci, la vicenda Marrazzo non è diversa nella sostanza da quella che solo poche settimane fa ha convolto il premier, con party, escort e cene con Tatantini ed altri. In tutti e due i casi non si può dire che i protagonisti siano stati consapevoli di essere personaggi pubblici e per questo obbligati a standard morali elevatissimi.
Marrazzo forse è caduto in una spirale patologica, perchè le notizie che circolano in queste ore descrivono un uomo che non aveva più il controllo di se stesso e delle proprie pulsioni sessuali, che pagava con assegni le prestazioni mercenarie, talmente dipendente dal bisogno di incontri erotici da essere ‘sputtanato’ da tempo nell’ambiente dei transessuali.
Per il premier si possono avere solo opinioni generiche, perchè nulla si conosce ufficialmente (non ufficiosamente) se non le registrazioni fatte dalla signora D’Addario o per qualche foto scattata in Sardegna (per la verità immagini più avvilenti che altro).
Marrazzo almeno si è subito dimesso, il presidente del Consiglio ancora non ha pronunciato una sola parola di spiegazione sui fatti che lo avrebbero coivolto.
L’idea secondo la quale i politici hanno diritto alla privacy è un inganno. Chi ha il compito di amministrare la cosa pubblica deve essere trasparente. Di questi cittadini si deve sapere tutto, perchè in caso contrario i ‘ricatti’ diventano non solo possibili, ma probabili.
Il superficiale e quasi stupido comportamento di Marrazzo ne è una prova. Se avesse denunciato subito tutto le cose sarebbero state diverse, non avrebbe mentito e non sarebbe stato vittima di un tentativo di estorsione.
Tuttavia le situazioni ambigue non riguardano solo questi due casi. Dal deputato Cosimo Mele per il festino a luci rosse con cocaina in un hotel di via Veneto a Roma al vicepresidente della giunta pugliese Frisullo, intrattenuto da escort, i casi noti cominciano a moltiplicarsi.
La corruzione, poi, sta investendo in modo bipartizan molti esponenti poltici, in ogni angolo del Paese. L’Italia appare come una specie di porto franco, nel quale non sono in pochi ad aver perso la bussola ed a sentirsi autorizzati a predicare bene e razzolare male.
In questo teatro d’avanspettacolo i giornali impazzano e, siccome non sono neutrali, descrivono gli scandali con palese partigianeria, usano il gossip in ogni salsa, insistono in retroscena politici dalle riunioni del consiglio dei ministri alle baruffe nell’opposizione.
Con questo comportamento televisone e giornali sono diventati i destinatari di materiali oscuri, distribuiti chissà da chi e per chissà quali motivi.
Se nel caso delle escort a Palazzo Grazioli il Tg1 ha dato la notizia in modo più che reticente, nel caso ‘Marrazzo’ ha decritto i fatti senza avarizia di particolari. ‘L’Unità ’ on line, ieri, invece trattava il presidente della regione Lazio con molto ‘rigore’, forse troppo. ‘Il Giornale’, che nel caso Berlusconi aveva gridato all’invasione della sfera privata del ‘povero’ premier, sempre ieri lanciava un articolo riferito all’ex giornalista di Raitre con questo incipit: “Autosospeso, abbandonato, praticamente in mutande”, mentre il direttore di ‘Libero’ in un editoriale sosteneva: “Ovviamente è tutta colpa di Berlusconi. Se Piero Marrazzo frequentava transessuali ed era un habitué delle zone in cui esercitano uomini che si fingono donne, la responsabilità è del Cavaliere”.
‘Il Corriere della Sera’, abilissimo nel mostrarsi ‘super partes’ e restio agli scoop pacorecci, apriva la sua edizione on line ieri mattina con la vittoria di Valentino Rossi al motomondiale, ma subito dopo metteva in pagina un corposo ‘speciale Marrazzo’ con notizie di ogni tipo, lasciando le primarie del Pd al terzo posto. ‘La Repubblica’ in versione digitale, invece, annunciava “un nuovo video” (la cui esistenza è stata fino ad ora seccamente smentita) coi trans a titoli da scatola.
L’Italia del dopoguerra non c’è più, distrutta da una classe politica che oltre le ‘stravaganze da border line’ di alcuni, si combatte a suon di dossier e pettegolezzi, di scoop e reportage al limite della decenza. Una saldatura di ferro tra Palazzo ed informazione che nasconde lo stato del Paese, i suoi guai, i problemi della povera gente.
Marrazzo, pur vittima di un ricatto e forse di un trappolone, ha perso per sempre la credibilità . L’uomo che incitava i cittadini a denunciare gli abusi, quando è stato il suo turno si è ridotto a subire la situazione, non è andato subito dalla polizia per denunciare i suoi persecutori, ha avuto paura di veder ferita la propria immagine pubblica, senza curarsi affatto di difendere la propria dignità personale e la fiducia ricevuta dai suoi elettori.
A poco valgono le giustificazioni che lo vorrebbero preoccupato per famiglia e figli, perchè prima di tutto avrebbe dovuto pensare a loro prima di arrivare in via Gradoli 96 e poi perchè tre o quattro mesi con il fiato di alcuni criminali sul collo sono più che sufficienti per capire quand’è il momento per farsi da parte.
Certo, oggi sarebbe inopportuno non solo rivederlo in politica, ma anche permettergli di tornare a fare il giornalista. Chi gli crederebbe?
Marrazzo ha detto: “Ho taciuto e ho sbagliato, ho commesso un tremendo errore, dovevo denunciare tutto. Ma mi sono vergognato” ed ancora: “Vuol sapere se ho sbagliato? Vuole che lo ripeta, tre, quattro, cento volte? Sì, ho sbagliato. In questa storia ne esco a pezzi, maciullato, messo alla gogna, per colpa di chi si è infilato nella mia vita privata in una mattina di luglio”.
Il presidente ‘autosospeso’ della Regione Lazio ha insistito: “Un incubo, lo ricordo come un incubo. Sono entrati in quella stanza, hanno detto di essere delle forze dell´ordine, hanno rovistato nel mio portafoglio, hanno preso dei soldi. Per evitare il peggio ho staccato tre assegni. Tutto si è svolto in pochi minuti, nessuno di loro ha mostrato tesserini” e poi una frase drammatica: “Ma sa quando ho toccato il fondo? Quando ho visto gli occhi di mia figlia di otto anni sconvolti l´altra sera mentre guardava alla tv un servizio sul caso Marrazzo. E quando si è messa ad urlare chiedendo della madre…”.
La televisione, grande frullatore senza scrupoli, in queste ore sta dimenticando di dire agli spettatori che con Marrazzo nel retrobottega dovrebbero starci anche altri, più potenti, accorti e organizzati di lui. Ma sono i media a dettare l’agenda e fuori dalle redazioni ci sono ben altri personaggi che mandano veline.
Infine l’ultimo particolare. Nicola Testini, uno dei carabinieri incriminati, ha un padre brigadiere dell’Arma in pensione ed una moglie, Maria Rosa Valletti, avvocato e consigliere comunale del Pd ad Adelfia, una cittadina in provincia di Bari. Un presunto ricattatore non solo rappresentante delle forze dell’ordine, ma sposato con un’esponente dello stesso partito della sua vittima.
Insomma, se la situazione non fosse tragica verrebbe da ridere. Fino alle lacrime.


Lei forse non ricorda molto bene il caso Montesi. La politica strumentalizzò eccome quella vicenda. Si attivarono sia i comunisti (passarono alla storia le invettive di Pajetta alla Camera contro i capocottari) che correnti interne alla DC (fanfaniani). Il ministro Piccioni fu costretto a rassegnare le dimissioni.
Lo stesso discorso vale per la stampa, che da una parte alimentò lo scandalismo per aumentare le tirature e dall’altra, nel caso dei giornali di partito, portò avanti una dura campagna politica contro l’intera classe dirigente. Non ricorda l’articolo di Silvano Muto che ebbe ripercussioni ben più importanti del pezzo di Sforza Cesarini? Ha dimenticato gli editoriali di Ingrao sull’Unità (la celebre “questione morale”), così come quelli di Togliatti e di Nenni?
Per mesi sulle prime pagine delle più importanti testate campeggiarono lunghi articoli sul caso Montesi, che di fatto ha rappresentato il primo grande scandalo della Repubblica italiana, contenente i germi di tante altre future deviazioni.
Lascia un commento