La sanità tra chiacchiere e ritardi
Sia in quella pubblica sia in quella priva si parlano spesso di “eccellenza”. Per poi scoprire che in provincia mancano i paramedici. Un articolo per “Tu Inviato”
L’eccellenza in sanità. Sempre più frequentemente la sentiamo nominare, risuonare, a proposito od a sproposito.
Verrebbe da dire: passi sul “made in Italy” rappresentato dal prodotto enogastronomico o dell’industria manifatturiera, ma proferita sul servizio sanitario (vero, Presidente Formigoni?) riesce davvero stonata.
Già, perché evidentemente non si può fare d’ogni erba un fascio, soprattutto considerando buona parte delle strutture di cura lombarde. Eppure…
Ad un’ora imprecisata dello stesso giorno lavorativo, dallo stabile di via Milano, nel pieno centro di una cittadina, partono due chiamate, entrambe verso il 118, della cui esistenza si è appreso col passaparola del vicinato: come è noto, è il numero per la richiesta di soccorso sanitario.
Nel primo caso si tratta di una anziana con l’Alzheimer caduta la settimana precedente, che da tre giorni non va di corpo e che lamenta un forte stato depressivo: in tre minuti l’ambulanza arriva dopo aver optato, vista l’incertezza del quadro clinico, per il supporto dell’Automedica.
In ogni caso vigila l’elisoccorso, poco distante. Il tempo di farsi una chiacchierata con la vecchietta, prendere un caffè e le viene assegnato un codice giallo (urgenza non differibile) col “rientro celere”, perché non si sa mai.
Nel secondo caso si tratta di un emorragia arteriosa precedente l’arresto cardiorespiratorio in un bambino di 8 anni. Cercano un mezzo disponibile e, quando lo trovano, fanno di tutto per inviarlo sul posto, ma l’equipaggio sbaglia strada, causa lo stradario di vecchia edizione che non riporta le nuove vie.
Chiedendo informazioni ai passanti giungono solerti in mezz’ora, Tullio, piastrellista, Sandra apicoltrice e Jessy, terapista paragnosta, tutti con un solido corso di sei mesi sulle spalle, serale ed a frequenza bisettimanale; anatomia, fisiopatologia, etica professionale e persino storia del diritto internazionale umanitario…
Nessuno però ha mai visto una cosa del genere. Panico, garze e cerotti che volano per la stanza, inutilmente, ed il sangue del malcapitato che sgorga a fiumi; trasportato di corsa, a strattoni, fra le urla; arriva in pronto soccorso. Morto.
Questo è un quadro verosimile del servizio sanitario d’emergenza extraospedaliera provinciale, primo anello della catena del soccorso sanitario d’urgenza.
Una catena per lo più nelle mani di volontari, motivatissimi, disponibilissimi, impreparatissimi, almeno nel defibrillare, nell’intubare, nel somministrare anche solo dei sali, cioè nel provare davvero a salvare le vite.
Ma… Non ci sono soccorritori professionali, i cosiddetti Paramedici, come nelle altre realtà civili vicine (Svizzera, Francia)? No. Non ci sono nemmeno le scuole per Paramedici, solo tante brave persone mobilitate estemporaneamente e che il giorno dopo vanno a fare un altro mestiere.
Sì, c’è qualche dipendente, precario ed altrettanto allo sbando quanto a formazione mirata ed efficace. Il quadro è completo, e non sembra un granché…
Massimo Crespi


Lascia un commento