Giampilieri, la montagna e la bomba d’acqua
Il nodo cruciale riguarda la variante del Prg di Messina che ha permesso l’espansione urbana su vari territori a rischio idrogeologico. Più volte, dal 2006 ad oggi, il Wwf aveva chiesto di bloccarla. Senza esito. Un articolo per “Tu Inviato”
Una bomba d’acqua. Così viene definita la calamità naturale che si è abbattuta sul messinese, a Giampilieri e nei comuni limitrofi causando lo scorso primo ottobre la strage che tutti conoscono.
Mentre ancora si scava nel fango, ormai duro come la pietra, si cominciano a indagare i motivi della tragedia e, soprattutto, ci si pone la solita domanda: era prevedibile?
Tutti parlano di “tragedia annunciata” causata dallo stato di dissesto idrogeologico in cui versa una grossa fetta del territorio siciliano. Andando per analogia, una tragedia del genere sarebbe stata annunciata anche in molte altre zone dell’Italia. E non solo del sud.
Quello che è successo a Giampilieri, dicono geologi e meteorologi, è un evento eccezionale per molti motivi.
Innanzitutto è caduta moltissima acqua, oltre 230 millimetri in appena tre ore, in un fazzoletto di terra. Una vera valanga.
Il territorio colpito dalla bomba d’acqua, poi, non è un territorio come gli altri: i Peloritani sono fragili, da sempre. Crinali alti e scoscesi, con numerosi strapiombi sul mare e abbondanti fiumare che si formano nelle strette valli quando piove, per poi seccarsi nella bella stagione.
Tutto, a Messina, ha concorso alla tragedia. Non solo l’orografia del terreno.
Oggi si grida allo scandalo delle costruzioni abusive e delle colate di cemento su una costa tanto bella quanto pericolosa. Quando l’emergenza sarà finita, probabilmente si scoprirà che le case abusive erano poche e che la maggior parte delle costruzioni era regolarmente prevista dai Prg.
Questo non toglie la responsabilità dell’uomo nella tragedia. Ma la sposta: da chi ha costruito a chi ha fatto costruire. Basta un colpo di penna per mettere a rischio la vita di molte persone senza compiere alcun reato.
Questo, probabilmente, è quello che è successo nel messinese.
A questa situazione, infine, vanno aggiunti gli incendi boschivi che hanno martoriato i Peloritani negli ultimi anni. Quando il fuoco avanza in montagna non solo distrugge il paesaggio, ma riduce anche drasticamente le difese naturali alle alluvioni.
Dal canto suo, Legambiente Sicilia, insieme all’Ordine regionale dei geologi dell’isola, chiede di accertare con coerenza le responsabilità. In una nota diramata 48 ore dopo la tragedia, l’associazione ecologista e i geologi siciliani chiedono un grande progetto di “manutenzione straordinaria” del territorio.
“Proprio in questi giorni, afferma la nota congiunta firmata da Mimmo Fontana, presidente Legambiente Sicilia e Gianvito Graziano, presidente Ordine dei geologi della Sicilia, l’Assemblea regionale sta esaminando il testo del Piano casa siciliano proposto dal Governo. Chiediamo un atto di responsabilità e di rispetto per le vittime: la Sicilia rinunci ad approvare una norma che prevede un considerevole aumento delle cubature edilizie e di consumo di suolo in una realtà già pesantemente pregiudicata, in cui l’80 per cento dei Comuni è a rischio di dissesto idrogeologico”.
A quanto pare hanno ricevuto ascolto: il Governatore siciliano Raffaele Lombardo ha congelato il Piano casa. Ma i guai di cinquant’anni di scempio ambientale restano.
Ambientalisti e geologi denunciano le violenze subite dal territorio siciliano negli ultimi decenni: incendi boschivi, abusi edilizi e piani regolatori dissennati che hanno consentito di edificare in aree a rischio, creando le condizioni perché si compisse il disastro.
Per “manutenzione straordinaria” Legambiente e Ordine dei geologi intendono opere concrete di difesa del territorio: delocalizzazione degli edifici dalle aree più vulnerabili, liberazione delle aste fluviali e delle foci dal cemento, consolidamento dei versanti delle montagne e delle colline con interventi di rinaturazione e rimboschimento.
E se qualcuno crede che non ci siano i presupposti economici per un’azione faraonica di salvaguardia ambientale del territorio siciliano, gli ambientalisti non sono d’accordo: “per il rilancio del settore edilizio una sfida come questa avrebbe un effetto sul piano economico ben maggiore del cosiddetto Piano casa, contribuendo al contempo a sanare le ferite del nostro territorio, garantendo la riduzione dei rischi e maggiore sicurezza per i cittadini che lo abitano. Un’importante stagione di manutenzione straordinaria è la prima vera “grande opera” di cui la Sicilia ha bisogno”.
Il Wwf si è spinto più in là e si è rivolto a enti locali e magistratura: “L’amministrazione comunale fermi finalmente la variante del Prg e prenda atto che il territorio non può continuare ad essere massacrato, la Procura della Repubblica istituisca un pool tecnico in grado di verificare immediatamente la questione urbanistica, sismica ed erosiva costiera, tutte le forze dell’ordine, dopo l’emergenza, si attivino con determinazione per fermare tutti gli atti illeciti che quotidianamente vengono perpetrati sul territorio, sia nelle fiumare che a ridosso di esse, sulle fragili colline del comune”.
La posizione del Wwf sulla tragedia di Messina è molto poco “soft”. Secondo gli esponenti siciliani dell’associazione, infatti, la tragedia era prevedibile, e come.
Tutto il problema starebbe, secondo il Wwf, nella variante del Prg di Messina che ha permesso, nel corso degli anni, l’espansione urbana su diversi territori a rischio sismico e idrogeologico, come quello teatro della tragedia.
Più volte, per questo, gli ambientalisti hanno chiesto la sospensione della variante incriminata: la prima volta il 6 marzo 2006, l’ultima lo scorso aprile. E poi “5 denunce, numerose diffide, dossier e segnalazioni alle forze dell’ordine, alla Regione e al Ministero dell’Ambiente”.
Ci hanno provato in tutti i modi, evidentemente senza grossi risultati. Oggi, purtroppo, si trovano ad avere ragione e a non esserne affatto contenti.
Tecnicamente, però, la posizione del Wwf non è molto lontana da quella di Legambiente e dei geologi: “piogge torrenziali se cadono su un territorio sano, provocano sì danni, ma non ingenti, e tanto meno vittime innocenti”.
Se, invece, si abbattono su un territorio che sano non è l’acqua “trova come ostacolo verso il basso case su case”.
Se responsabilità c’è stata, quindi, è stata quella di autorizzare a costruire dove era meglio non farlo.
Come tutte le tragedie, anche quella messinese ha il suo eroe, l’uomo normale che fa qualcosa di eccezionale: Simone Neri. Neanche trentenne, imbarcato in Marina, ha salvato otto vite prima di morire nel fango.
Si era salvato dalla frana e dalla melma che avevano già messo in ginocchio Giampilieri, aveva chiamato i soccorsi, aveva aiutato personalmente amici e parenti a divincolarsi dal fango ed era riuscito a portarli sul tetto di casa, al sicuro.
Ma la casa in cui avrebbe trovato la morte era un’altra: quella dei vicini, da dove proveniva il pianto di un bambino di appena due anni.
Simone Neri è morto cercando di raggiungerlo. Ora tutti chiedono che la sua memoria sia ricordata e onorata dallo Stato con le onorificenze che si addicono ad una persona così generosa, coraggiosa, sfortunata.
A Scaletta Marina c’era la Chiesa del Carmelo. La frana l’ha travolta e distrutta completamente. Quella chiesa, però, verrà ricordata.
Mentre il fango invadeva Scaletta e seminava la morte e il terrore tra gli abitanti, un ragazzo si è salvato rifugiandosi dentro quella chiesa. Difficile sarà per gli ingegneri, gli architetti e i geologi spiegare come sia potuto succedere. Il giovane, semplicemente, è entrato in chiesa e si è aggrappato al tabernacolo mentre tutto gli crollava intorno. E’ sano e salvo.
Peppe Croce


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