Convenzione: la vecchiaia del ‘nuovo Pd’
Tra comizi e retorica il partito non mostra alcuna capacità di innovazione. Marino si rivela il piccolo Barak italiano.
Ieri la Convenzione del Partito democratico si è aperta mostrando immediatamente una liturgia polverosa e legata ad una immagine ingessata della politica. Subito l’inno nazionale, che ormai in Italia sembra un’indispensabile premessa per qualunque cosa avvenga, dalle partite di calcio alle trasmissioni di cucina, dalle anteprime dei cinepanettoni alle aperture dei centri commerciali. Poi il presidente dei senatori del Pd, Anna Finocchiaro, ha introdotto i lavori con relativi saluti e proclami del caso.
La parlamentare ha salutato il presidente della Repubblica e subito è partito un prevedibile e condivisibile lungo applauso, quindi ha ricordato i militari uccisi in Afghanistan con una frase infelice: il partito è “solidale con le forze armate e con tutti i nostri soldati impegnati nel mondo in missioni di pace”, senza pronunciare una sola parola per i civili di quel Paese morti nel tragico attentato e per le 753.399 vittime fino ad ora ammazzate in Iraq e Afghanistan in guerre che non hanno risolto nulla. Poi è stato il turno della recente alluvione in Sicilia e dei cittadini periti a causa della colpevole disattenzione della politica locale. Un minuto di silenzio della Convenzione e la censura totale sulle centinaia di lavoratori che ogni giorno si feriscono o muoiono per guadagnarsi lo stipendio e di cui ieri era la giornata del ricordo. Finocchiaro ha ‘dimenticato’ 7 mila esseri umani uccisi, quasi 200 mila invalidi permanenti e 5 milioni di infortuni in soli 5 anni.
Così se il buongiorno si vede dal mattino, la gerarchia degli argomenti citati da Finocchiaro, la demagogia densa di ‘ufficialità’ banale, la frigidità senza passione dell’introduzione ai tre ‘comizi’ dei candidati segretari ed una oppressiva scenografia verde pesante hanno immediatamente suggerito un immediato sconcerto.
L’Italia è travolta da uno scontro istituzionale senza precedenti, la libertà di informazione è in discussione, milioni di cittadini sono senza lavoro e altri non riescono a trovarlo, in centinaia di migliaia sono al confine della povertà, l’economia nazionale è in ginocchio, il razzismo dilaga ed una forza che dovrebbe ‘rifondare’ la Repubblica non è stata capace di mostrare subito, sin dal primo sguardo, dal primo suono, dalla prima duggestione la propria ‘diversità’ e capacità di ‘innovazione’.
Maurizio Migliavacca, dopo Finocchiaro, ha letto i numeri epressi dai congressi. Si è saputo allora che le elezioni primarie convocate per eleggere il nuovo segretario (Bersani ha avuto la maggioranza tra gli iscritti, ma la cosa non conta nulla, decideranno le primarie) richiederanno l’impegno di 50mila volontari per allestire 10mila seggi. Peccato abbiano partecipato alla prima fase solo il 56,40 per cento degli iscritti, poco più della metà, dimostrando l’intrinseca debolezza della struttura organizzativa del partito ed una scarsa ‘fedeltà’ dei militanti.
A quel punto è stata la volta dei tre candidati: personalità diverse, discorsi diversi, linguaggi diversi. Riportiamo in altro articolo la sintesi degli interventi, ma i ‘pretendenti hanno’ in larga misura esposto ovvietà.
Bersani ha mostrato l’anima ‘fredda’ del partito, che ad un certo punto l’ex ministro del governo Prodi ha definito “ditta”. Il vincitore dei congressi, con un tono della voce dal quale non traspariva alcuna passione, ha lasciato l’analisi al primo posto. La sua piattaforma si è mostrata ragionevole, ma anche ragionieristica ed in una epoca nella quale le leadeship non sono più esercitate da soggetti individuali, ma piuttosto da équipe coordinate da personalità dirompenti, il ‘primo candidato’ ha offerto alla platea il suo limite più grave: non essere un leader.
Franceschini, da parte sua, ha nascosto la genericità della sua proposta con un vero e proprio comizio, di quelli d’un tempo, fatti per convincere chi è già convinto. Attacco a Berlusconi negando di essere ‘antiberlusconiano’, laico perchè cattolico, convinto dell’esistenza del Pd fino negare l’evidenza delle rotture interne gravissime, unitario ed allo stesso tempo fiero sostenitore del meccanismo delle primarie, che rendono le decisioni degli iscritti inutili, poichè affidano la guida del partito a chi vince una consultazione nella quale i concorrenti corrono uno contro l’altro armati (o quasi) e dove a votare non vanno i militanti, ma l’indecifrabile categoria della ‘ggente’.
Marino è stato quello che forse ha saputo conciliare di più proposta politica (se così si può chiamare) ed essenza della battaglia per le idee, ovvero passione. In un discorso ‘americano’, con uno spirito vagamente all’Obama, ha parlato di eguaglianza e libertà, diritti civili e futuro, pianeta e giovani. L’uomo è visibilmente poco esperto dei meccanismi ‘tecnici’ della politica, ma dispone tuttavia del miglior rapporto ‘ideali-strategia’, perchè è apparso il più contempraneo, il meno legato alle alchimie ormai demenziali dei politici di lungo corso ed è il più vicino al linguaggio ed alle aspirazioni dei cittadini progressisti ‘normali’. Forse perchè è un chirurgo, ha vissuto tra le ‘persone’ e non dentro le stanze dei partiti e la sua professione ‘vera’ è molto complicata da costruire. Deve aver imparato negli Stati Uniti (dove ha studiato e lavorato) a comprendere la cultura delle opportunità, del rischio e dell’innovazione. Non vincerà.
Per commento è utile ricordare il post di un lettore de ‘Il Corriere della Sera’ sulla giornata. Il titolo: “Se questi sono quelli che dovrebbero garantire che Berlusconi sia solo un ricordo” e la considerazione finale: “Sono molto preoccupato…”.


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