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Cina, sei condanne a morte per gli Uiguri

Autore: . Data: martedì, 20 ottobre 2009Commenti (0)

A poco sono valse le battaglie in difesa dei diritti della minoranza musulmana cinese da parte della paladina Rebiya Kadeer, ex esponente del governo cinese, dal 2005 in esilio negli Stati Uniti. Un articolo per “Tu Inviato”

cinapena_di_morteSecondo il “China Daily” sono state emesse altre sei condanne a morte, per le rivolte  della minoranza Uiguri avvenute lo scorso 5 luglio a Urumqui – capitale dello Xinjiang -, ribellioni che furono duramente sedate dal governo cinese, provocando 197 omicidi e 1700 feriti.

Le condanne a morte sono state motivate -  riporta il “China Daily” – dalla Corte Popolare per reati di omicidio, tentato omicidio e rapina; altri tre ergastoli sono stati inflitti per violenze contro le forze dell’ordine e per aver appiccato fuochi. Inoltre, si segnalano verdetti da 5 a 18 anni per alcune sassaiole dei manifestanti.

Il “China Daily” riporta anche testimonianze di alcuni abitanti di Urumqui, cinesi e musulmani, che si sarebbero prospettati pene più dure per questi ribelli e di altri che hanno versato lacrime di gioia quando le sentenze di morte sono state emesse.

“Non vedevamo l’ora che questo momento arrivasse. Solo le sentenze di morte possono confortarci”, ha commentato Li, cittadino cinese di Urumqui.

All’epoca dei fatti, a detta del governo cinese, fu la dissidente Rebiya Kadeer, ex esponente del governo cinese, che dal 2005 vive in esilio negli Stati Uniti, ad orchestrare la rivolta.

L’interessata ha ribattuto che sarebbero state le autorità a “trasformare una manifestazione pacifica in una sommossa violenta” e ha chiesto che venisse aperta un’inchiesta internazionale (è noto che già nel 2005 i moniti da parte della commissione per i diritti umani dell’Onu verso la Cina furono barattati per la libertà personale della stessa Kadeer allora rinchiusa da un anno nelle carceri cinesi).

A seguito della rivolta, diversi siti internet, fra i quali Twitter e You tube, furono resi inaccessibili dal governo. Anche i programmi di radio Free Asia – scrive Reporter sans Frontières -  che trasmetteva in lingua Uigura furono interrotti.

Tuttora tre giornalisti cinesi risultano ancora detenuti dal 2001e quelli stranieri hanno diritto di entrare in Cina, ma sono strettamente controllati. A tutto ciò si aggiungono le “guardie rosse” del web, che hanno il compito di controllare i siti internet dissidenti, e una massa di commentatori patriottici assoldati dalla Repubblica Popolare che – scrive il quotidiano “Repubblica” – sono pagati per neutralizzare idee “pericolose per la nazione”.

Dunque la situazione cinese sembrerebbe molto diversa da come viene prospettata dal “China Daily”. La Cina è da sempre oggetto di critiche per il suo ricorso alla censura e per la mancanza di libertà di stampa, oltre che per il trattamento, spesso bollato come “disumano”, verso le culture diverse che la popolano.

Ma, a ragion diplomatica, questa volta gli Stati Uniti ritengono che i fatti di Urumqui appartengano unicamente a questioni interne allo Xinjiang. Evidentemente sia l’informazione manipolata sia violazione dei diritti umani non possono competere con le logiche di mercato in atto fra le due super potenze.

Andrea Cammarata

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