Caso Marrazzo, l’avvertimento di Berlusconi
La torbida vicenda che ha visto protagonista, suo malgrado, il presidente della Regione Lazio si arricchisce di particolari inquietanti
A quanto pare qualcuno sapeva che razza di tempesta stesse per abbattersi sulla testa del presidente della Regione Lazio. Quel “qualcuno” si chiama Silvio Berlusconi, il quale – secondo quanto si è appreso ieri – avrebbe avvisato Piero Marrazzo della presenza di un video assai compromettente girato a luglio.
Il premier seppe inoltre del tentativo, da parte di non meglio precisati estorsori, di vendere il filmato al settimanale “Chi”, diretto da uno dei principi del gossip, Alfonso Signorini, a cui era stato offerto lo scoop.
Signorini avrebbe interessato della vicenda il presidente del Consiglio, che si dichiarò contrario all’operazione a mezzo stampa e avvertì Marrazzo dell’esistenza di tale, compromettente documentazione pur rassicurando l’interessato sulla volontà delle testate Mondadori di non rendere pubblico il fattaccio.
Per la cronaca, il direttore di “Chi” si è affrettato a smentire, dagli schermi del telegiornale Sky, “che Silvio Berlusconi abbia impedito la pubblicazione delle foto dello scandalo Marrazzo sul settimanale, in quanto io avevo già autonomamente deciso di non pubblicarle”.
Signorini ha aggiunto che in effetti gli era stato offerto lo scoop “dall’agenzia fotografica Masi alla modica cifra di 200mila euro trattabili ma non appena ho visto le immagini ho ritenuto che non fosse assolutamente il caso di renderle pubbliche, né di acquistarle”.
Signorini, nella sua smentita, non sembra cogliere il cuore del problema: vale a dire la circostanza del tutto irrituale (in qualunque Paese che si pretenda civile) secondo la quale un premier, che è anche proprietario di un grande gruppo editoriale, dopo aver appreso da una delle sue testate o da ambienti vicini ad esse dell’esistenza di un tentativo di estorsione ai danni di un pubblico amministratore, decide di avvisare non già la polizia bensì l’interessato.
Qual è la filosofia di una vicenda così squallida? Tentare di preservare oltre ogni limite lo schema dei “vizi privati e pubbliche virtù”, tenendo fuori quanto più possibile gli inquirenti da una vicenda appartenente al retrobottega politico da basso impero?
Agli occhi del cittadino onesto, tali retroscena appariranno come l’ennesima sconfitta della giustizia e, persino del buon senso. Confermando l’impressione di un Paese sommerso dal pantano civile e morale dal quale sarà difficilissimo uscire.
Paolo Repetto


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