Viaggio nei campi rom e sinti
A Roma tra integrazione e difesa dell’dentità di un popolo. Un articolo per ‘Tu Inviato’.
“Andate via, smettetela di fare foto! Non siamo Africa qua”. Ha esordito così una donna che ci ha notato mentre eravamo davanti alla sua baracca ed inquadravamo dei bimbi incuriositi dalla macchina fotografica.
Era come essere stranieri in terra straniera, estranei in casa d’altri. Diffidenza e curiosità si mescolavano in quel l’universo di persone dalle mille storie, eppure, in quella caleidoscopica realtà si possono scorgere i segni più semplici di una somiglianza profonda.
Eravamo al “Casilino 900”, uno dei più grandi villaggi romanì d’Europa. VI si accede grazie ad una stradina che sbuca su Via Casilina, un’arteria della capitale. Non appena si imbocca il viottolo inizia il senso di estraneità al posto e sembra che si passi da un mondo all’altro. La frontiera reale ed immaginaria allo stesso tempo, separa traffico, clacson e file interminabili di auto da un paesaggio dominato da polvere, lamiere e rottami.
Andando avanti per qualche centinaio di metri compaiono le prime abitazioni e definirle tali, potrebbe essere eufemistico: tutto quello che si è visto in tv, sui giornali, per internet, si materializza e si mostra per quello che è. Senza aggettivi, una baraccopoli. Case di lamiere e di legno che fanno pensare ad una favela brasiliana, ad uno slum africano, prendono forma dinanzi agli occhi di chi si addentra nel campo ed è inevitabile non esclamare: “ Pensare che è tutto sotto casa”.
Eppure non siamo in Africa. L’ordinario della vita quotidiana è dietro l’angolo, i bimbi giocano, le mamme e le nonne chiacchierano, lavano, stirano, stendono o riassettano, i papà sono fuori per lavoro o si occupano delle faccende di casa, gli adolescenti escono con il motorino, quelli più grandicelli con le macchine e lo stereo a tutto volume, gli anziani giocano a carte e tutto vive nell’atmosfera rassicurante della “normalità”.
La diffidenza però è reciproca. Le ultime campagne elettorali, certa stampa e quasi tutti i canali televisivi hanno prodotto costanti tensioni con gli italiani, che poco li tollerano, e dall’altra parte anche romanì non voglio ‘cambiare’ – se non i giovani, ultimamente – le proprie tradizioni millenarie e così due razzismi eguali e cocntrari si scontrano senza soluzioone di continuità.
“Alcuni di loro ci domandano da dove veniamo e per chi lavoriamo. Una volta – ci spiega una signora sui 50 anni – hanno scritto che mangiamo i topi e i cani”. Ecco come si acuisce, ed è percepibile, il senso di diffidenza verso gli ‘stranieri’ e noi lo sentiamo come fosse di ghiaccio, mano a mano che ci addentriamo nel villaggio.
Non è più una questione di culture e di identità diverse. Qui prendono forma le conseguenze di un contrasto nutrito dalla propaganda della polica, dagli effetti causati da provvedimenti di legge segregazionisti, dalle proteste degli abitanti delle zone limitrofe, aiutati a preoccuparsi da media occupati nella ricerca di scoop da film ‘noir’ francese.
I romanì si sentono i ‘cattivi’ della situazione. Tra vicoli della baraccopoli chi incontri dice spesso “c’è una caccia al Rom” e si sente escluso.
Il razzismo c’è e si avverte, non è solo retorica politica o enfatizzazione di una minoranza della popolazione. La diffidenza e l’odio verso il diverso è un aspetto imprescindibile nel rapporto di reciprocità tra ‘loro’ ed i cittadini italiani.
A dimorare presso il campo “Casilino900” sono 650, di cui, 220 sono bambini. L’elemento fondamentale è la distinzione tra migranti provenienti da diverse zone dell’aria balcanica. All’interno del campo vi sono 4 etnie diverse, di origine macedone, kosovara, montenegrina e bosniaca.
Quando si cerca di comprendere il grado di coesione e di convivenza tra i diversi gruppi rispondono “è come tra napoletani e romani, tutto va sempre bene ma quando succede il casino, succede forte”.
Si scopre che in passato ci sono stati profondi contrasti all’interno del ‘Casilino’ e che ognuna di queste famiglie ha un proprio rappresentante. Ce ne sono quindi quattro nel Casilino e si consultano ogni qual volta c’è da prendere una decisione rilevante per l’intera comunità.
Le analisi sociologiche o urbanistiche sul campo romano sono numerose. Il commissario per i diritti dell’uomo presso il Consiglio Europeo, Thomas Hammarberg , ha scritto: “Eccessivamente fangoso e difficile da accedere a piedi” dopo averlo visitato nel gennaio 2009. Najo Adzovic, il rappresentante della comunità però informa che pioveva da giorni, ma comunque non c’è dubbio che il campo soffra di un’evidente condizione di precarietà.
Bagni provvisori, assenza di rete fognaria e terreno argilloso rendono poco sicura la vita dei suoi abitanti e bisognerebbe migliorare lo stato di servizi ed infrastrutture, ma non è facile trovare il modo ed i mezzi per farlo.
Il signor Adzovic spiega che le opere di ristrutturazione dovrebbero avvenire “componendo un tavolo dove i comitati di quartiere e i rappresentanti del Casilino 900 possano salvaguardare la sicurezza dei cittadini”, mutuando in quedto il peggior linguaggio politichese degli italiani.Comunque sono molti i contenziosi tra gli ‘italiani’ e i ‘romanì’ riguardanti sia i l’emissione di fumi, (“presunti” per il rappresentante della comunità) sia sul verificarsi nel quartiere di episodi di microcriminalità, che i ‘vicini’ addebitano per la maggior parte agli ‘stranieri ‘inquilini del campo.
L’Art 3 della costituzione italiana specifica che “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale”, ma le parole della Carta in molti casi rusultano lettera morta.
La responsabilità di superare gli ostacoli di natura economica e sociale, l’inserimento nel mondo del lavoro, l’insegnamento della lingua, tutte le priorità delle quali un individuo ha bisogno dovrebbero essere responsabilità delle istituzioni italiane.
Tuttavia, i processi di integrazione sono complessi e se si rifiuta di metterli in moto, si producono spinte razziste, si ghettizza la ‘diversità’ e si ottiene il risultato sorprendente di nutrire i ‘razzsimi reciporci’, con tulle le conseguenze del caso.
Gli abitanti del ‘Casilino’, secondo Adzovic, non hanno creato le condizioni per essere aiutate. Le famiglie erano riluttanti a mandare i figli alle scuole dei gagè (come i romanì chiamano tutti gli altri popoli ), temendo di veder snaturata la propria cultura e di farla svanire lentamente. C’è da sapere che la tradizione ‘culturale’ zingara è sempre stata orale, mai scritta.
Ora però alcuni sostengono che la situazione stia cambiando. La scolarizzazione, seppur lenta e graduale, sta andando sempre più avanti. Se si visita il campo “Candoni”, a chilometri di distanza, ci si rende conto che l’integrazione scolastica di cui parlavano al ‘Casilino’ invece è solo in parte vera.
L’unico dato sicuro è che l’assenza dello Stato si avverte. È impressionante vedere centinaia di persone che non hanno strutture igienico-sanitarie nel posto in cui vivono, sottoposte al rischio quotidiano di malattie ed epidemie.
Il “Casilino 900” è lì da circa 40 anni e solo nell’ultimo anno l’amministrazione comunale si è mossa affinché potessero ricevere illuminazione e acqua in misura sufficiente e ,vero o falso che sia, c’è chi, tra gli abitanti del campo, maligna dicendo che i servizi sono arrivati per il parco che sorgerà dopo il loro allonamento.
L’attuale baraccopoli sarà smantellata. il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, ha deciso una nuova destinazione per loro, un campo attrezzato fornito di container, probabilmente simile a quello di ‘Candoni’.
La decisione, sulla quale il Alemanno ha detto: “come amministrazione, ci giochiamo la faccia”, mostra aspetti contraddittori. Da un lato il Campidoglio si impegna a sgombrare gli insediamenti non completamente (o per niente) regolari, ma dall’altro mette in atto il regolamento in vigore, che permette alle forze di polizia un controllo quasi militare degli insediamenti. Le misure varate dal centro destra prevedono, infatti, la presenza di agenti all’entrata di ogni campo adibiti al controllo documenti ed autorizzati ad impedire l’accesso ai non residenti. Tra l’altro, dopo che per vent’anni molti figli di apolidi sono stati trattati, seppur nati in territorio italiano, come “inesistenti”, adesso, con le nuove leggi, si pretende un riconoscimento tramite l’acquisizione delle impronte digitali, di tutti gli abitanti dei campi. Una situazione che “ricorda i campi dei rifugiati palestinesi in Libano” dice un’operatrice sociale che ha avuto modo di vivere a Beirut.
Oltre al ‘Casilino900’ la capitale ha altri insediamenti, tutti con caratteristiche peculiari. Il campo ‘Candoni’, collocato nella zona Magliana, ospita circa 700 persone di etnia rumena e bosniaca. La struttura è radicalmente diversa e già entrando si incontra una strada asfaltata e la presenza di container al posto delle baracche.
Basta poco per capire che la disponibilità all’integrazione degli abitanti del ‘Casilino’ non è vista con favore al ‘Candoni’. “Li si fa politica”, dice qualcuno. Appena si accorgono di una telecamera, Antonio, di origine rumena e guardiano del campo, spiega che forse non è il biglietto da visita migliore quello di presentarsi come turisti curiosi in cerca di riprese video.
Al ‘Candoni’ Intorno alle otto di mattina alcuni scuola-bus, al centro della piazzetta principale del villaggio, si apprestano ad accompagnare i bambini e ragazzi alle loro scuole. Se si decide di andare coi ragazzi si notano cose interessanti. Arrivati ad una delle scuole medie frequentata da quattro degli alunni il colloquio con una insegnante è esemplificativo.
Tra i giovani c‘era una ragazzina che, frequentando la terza media, avrebbe dovuto sostenere l’esame per accedere alle scuole superiori. Qual è il suo rendimento scolastico? La sua professoressa, con aria rammaricata, afferma che non sa né leggere né scrivere e quando le si chiede come ha fatto ad arrivare sino in terza media, risponde: “L’abbiamo aiutata, non potevamo lasciarla indietro. Adesso però non possiamo fare nulla perché la commissione esaminatrice è esterna”.
Il fatto è che quando un romanì frequenta una scuola dei gagè subisce una discriminazione spesso crudele da parte dei compagni di scuola, che lo considera‘ diverso’ per via dei vestiti o per la lingua, a causa di comportamenti ritenuto ‘bizzarri’, per l’igiene personale. E il corpo docente rimane passivo, non è addestrato a risolvere i fenomeni di discriminazione razziale e subisce l’ineluttabilità dell’emarginazione, arrivando a volte a credere inutile qualunque lavoro per costruire un ponte tra ‘indigeni italiani’ e ‘soggetti’ a loro dire “refrattari” alla socializzazione e all’istruzione. Così accade che per ‘quieto vivere’ li ‘aiutatano’, li promuovono d’ufficio, a prescindere da quello che hanno studiato ed in questo modo moltiplicano le distanze tra differenti culture, penalizzando in concreto i più deboli e le minoranze .
L’integrazione non è facile. Emanuela Ferreri, una ricercatrice e antropologa presso l’Università La Sapienza di Roma ha le idee chiare: “Le culture non hanno gambe”, come dire che i processi di convivenza civile tra popoli non sono prodotti da movimenti ‘fisici’ o da ‘avvicnamenti’, ma da reciproci meccanismi di comprensione. Forse una rinuncia al proprio modo di vedere e interpretare il modo, un sorta di compromesso per intenderci.
Tra le tante crititiche che gli italiani muovono contro i romanì, spesso ignorando che oltre il novanta per cento di loro è cittadino di questo Paese da generazioni, ci sono l’accattonaggio infantile, la tendenza al furto e la proprietà di macchine costose.
Tuttavia, un testimone o un ‘visistatore’ all’interno dei campi non vede Bmw o Audi da ottantamila euro e così si capisce quanto i luoghi comuni siano parte dei fenomeni di razzismo e del cattivo ‘lavoro’ dei media.
Non è raro confondere un popolo intero con una banda criminale. Come dire che la famiglia Riina rappresenti la Sicilia ed i siciliani. Se allora i Casamonica, romanì di origine rumena, sono una banda di trafficanti di droga (ed hanno macchine di superlusso) tutti i romanì hanno macchine di lusso. Ed infatti Adzovic risponde con una domanda: “Tutti i napoletani sono camorristi?”.
I Casamonica sono un clan stile campano, che vede tra i suoi affiliati molti (se non solo) romanì. Le mafie italiane si costruiscono su base familiare, quelle straniere su base nazionale, come i gangster irlandesi nella New York del primo novecento.
Vivono nella periferia romana, a Cinecittà e dintorni, sono proprietari di villette agiate e maneggiano quantità di denaro che in un campo non si sono mai viste.
Il degrado e la povertà, nonché la bassa integrazione e soddisfazione che un giovane romanì si trova ad affrontare in età adolescenziale, rischia di far diventare i Casamonica un centro di reclutamento per giovani disorientati e senza futuro. Esattamente come la n’drangheta in Calabria per i ragazzi italiani.
Per quanto riguarda la pratica dell’accattonaggio di madri con bimbi in braccio , che scandalizza ed allontana sempre di più l’opinione pubblica italiana, bisogna fare alcune precisazioni. Non tutti i romanì chiedono l’elemosina e chi lo fa non sempre va in giro con i propri figlioletti. In alcuni campi, come il “Casilino900”, Adzovic assicura che “è una pratica sparita anni fa, chi continua a farlo viene allontanato”. Camminando nel centro della capitale, infatti, si scopre che le mamme con i neonati che elemosinano in situazioni precarie come un freddo inverno o una torrida estate, provengono dai campi di “Prima Porta”, “Bagni di Tivoli” e più raramente da “Candoni”.
L’ultimo decreto sulla sicurezza varato dal governo Berlusconi prevede una pena sino a 3 anni di carcere per chi chiede l’elemosina con ragazzi al di sotto dei 14 anni. La risposta che molti romanì hanno dato a questa legge è stata la richiesta di aprire asili nido all’interno degli stessi campi. “Molte mamme – denunciano i romanì – portano con loro i bambini perché non saprebbero dove lasciarli”
Proprio Adzovic quando ascolta queste dichiarazioni sostiene: “L’aiuto, si, dovrebbe venire dall’esterno (le istituzioni), ma molti di noi quest’aiuto non lo vogliono. Sono di mentalità rigida – riferendosi agli abitanti del villaggio refrattari all’integrazione – soprattutto gli adulti. Dovremmo andare incontro a questi aiuti e non aspettare che il cielo ce li mandi con tanto di benedizione”
Se le posizioni degli italiani e dei romanì dovessero rimanere ferme, il futuro non è sicuramente roseo. Eppure, se da un estremo e dall’altro si iniziasse a camminare verso un “centro” comune, forse, tra un po’ di anni potremmo star qui a raccontare una storia dal finale meno “noir”.
Diego Ruggiano


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