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La tortura è inumana, ma anche inutile

Autore: . Data: martedì, 22 settembre 2009Commenti (0)

Uno studio ne demolisce l’efficacia.

torturaGli interrogatori sotto tortura, come quelli cui sono stati sottoposti sospetti terroristi negli Stati Uniti, tirano fuori solo menzongne: infatti prigionieri sottoposti ad azioni coercitive perdono di fatto la percezione di ciò che è vero o non lo è, ed i loro ricordi riemergono inquinati da stress o ansia e, quindi, non sono attendibili.

È quanto dimostra uno studio pubblicato sulla rivista ‘Trends in Cognitive Science’ e basato sulla revisione delle evidenze scientifiche a disposizione per capire cosa succede nella mente degli interrogati sottoposti a metodi coercitivi, tra i quali figurano la perdita di senso dell’orientamento e della percezione del tempo, la privazione di sonno e l’annegamento simulato.

Secondo quanto riferito dall’autore della pubblicazione, Shane Ã’Mara, dell’Istituto di Neuroscienze del Trinity College di Dublino, molti centri nervosi legati alla memoria, a causa dello stress e dell’ansia causati da queste pratiche disumane, vanno letteralmente in tilt.

Il problema non è solo che l’interrogato sotto tortura spera di uscire il prima possibile da quell’incubo e quindi è disposto a dire cose non vere pur di ‘accontentare’ il suo ‘aguzzino’; ma anche qualora avesse qualcosa da rivelargli, il suo cervello, sotto estremo stress, potrebbe giocarlgi brutti scherzi e generare falsi ricordi.

Infatti, ha spiegato Ã’Mara, studi dimostrano che la corteccia prefrontale e l’ippocampo, due aree cruciali per i ricordi e che sono ricche di recettori, rispondono agli ormoni dello stress e vanno ‘in tilt’ in condizioni di eccessiva tensione, producendo ‘falsi ricordi’.

Anche la corteccia frontale, sede decisionale del cervello, viene ‘sconvolta’ dalla tortura. “Alla luce delle nostre attuali conoscenze neuroscientifiche – ha concluso Ã’Mara – è inverosimile che i metodi coercitivi funzionino per ottenere informazioni, al contrario causano grave e prolungato stress che compromette le capacità mnemoniche e decisionali del cervello del prigioniero”.

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