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La strage afghana

Autore: . Data: venerdì, 18 settembre 2009Commenti (0)

In quel Paese si combatte una guerra, gli italiani lo ignorano e la politica nasconde le proprie responsabilità.

afghanistanCome accade ogni giorno in Aghanistan si muore. Ieri è stata la volta di sei militari italiani della brigata paracadutisti Folgore e di un numero che rimarrà per sempre imprecisato di civili inermi. Erano le 12 ora locale, le 9,30 in Italia, quando due mezzi di scorta ‘Lince’ sono stati attaccati da uno o più miliziani a bordo di un’auto piena di esplosivo. Anche i feriti sono numerosi, quattro tra i soldati e non si sa quanti tra chi passava di lì per caso.

Subito in Italia si è statenata una bagarre politica e mediatica, intollerabile e mistificatoria. Tutti i giornali e numerose personalità del governo e dell’opposizione hanno definito gli attaccanti ‘terroristi’, il ministro della difesa, Ignazio La Russa ha detto al Senato: “Agli infami vigliacchi aggressori che hanno colpito ancora una volta nella maniera più subdola, va sicuramente la nostra ferma convinzione che non ci fermeremo nelle operazioni che con tutto il consesso internazionale abbiamo fatto e continueremo a fare, mai isolatamente, insieme agli organismi internazionali che questa missione hanno deciso e che vogliamo continuare”.

Il dolore per la morte ingiusta e inammissibile dei soldati della Folgore e dei civili coinvolti, la preoccupazione per i feriti, lo sgomento per un avvenimento tanto crudele ed insensato sono sentimenti giusti ed auspicabili, ma la menzogna sulle cause di questi fatti e la deformazione della verità debono cessare, non solo per quanto riguarda la vicenda afgana, ma anche su quanto accade in Iraq o in altri Paesi devastati dai conflitti armati.

In quella lontana parte del mondo da anni si combatte una guerra. Il terrorismo non c’entra nulla, la democrazia lì non esiste, “gli infami vigliacchi aggressori” sono membri di un esercito organizato, ben armato e ricco, mentre la situazione è in progressivo peggioramento, ma la realtà dei fatti è travisata senza nessuna remora da parte del Palazzo e taciuta.

In Afghanistan c’è un presidente, Hamid Karzai, che secondo fonti ben documentate ha a lungo collaborato coi servizi segreti americani. Fu eletto formalmente nel 2001 a Bonn, in Germania, da un gruppo di politici afghani in esilio e in gran numero senza alcun seguito popolare nel proprio Paese e poi il 19 giugno 2002 dall’assemblea  della Loya jirga. In realtà fu scelto dall’amministrazione Bush che aveva voluto e realizzato l’intervento militare del 7 ottobre del 2001, a pochi giorni dagli attentanti criminali dell’11 settembre negli Usa.

L’intervento militare anglo-americano del 2001 non fu autorizzato dalle Nazioni Unite, anzi i bombardamenti delle forze aeree di Washington e Londra cominciarono in segreto e solo 45 minuti dopo l’inizio delle operazioni il mondo fu avvertito, anche perchè la televisione satellitare Cnn cominciò a trasmettere le immagini delle esplosioni in diretta. Il motivo dell’attacco era la distruzione del regime talebano e la cattura di militanti integralisti definiti all’epoca militanti di Al Qaeda, ma secondo fonti diplomatiche e militari dell’epoca Bush aveva fatto pianificare l’invasione prima dell11 settembre per allargare gli interessi americani nell’area.

La storia precedente all’inizio dell’azione anglo-americana, le gravissime violazioni dei diritti umani compiute dai talebani, gli interessi internazionali che in quella zona hanno scatenato la tempesta di questi anni non possono essere riassunte in un articolo. Basti sapere che fin dal suo insediamento Karzai ha controllato solo parte della capitale, mentre il resto del Paese è rimasto saldamente nelle mani di capi tribali, che decidono della vita e della morte di chi vive nei territori sui quali comandano senza rispettare nessuna legge e nessun diritto.

Le ultime elezioni ‘democratiche’ del 20 agosto scorso non hanno ancora dei risultati ufficiali. Secondo una commissione elettorale del tutto inattendibile, Karzai avrebbe avuto la maggioranza assoluta, il 54,6 per cento contro il principale rivale Abdullah Abdullah, fermo al 27,8. Tuttavia, gli osservatori dell’Unione Europea hanno fatto sapere che 1,5 milioni di voti, tra quelli espressi nel corso delle consultazioni, potrebbero essere frutto di brogli.

C’è da aggiungere che proprio per lo stato di guerra che convolge il territorio nazionale in moltissimi luoghi è stato impossibile votare e spesso dove era consentito le pressioni dei boss locali nei confronti degli elettori non hanno consentito ai cittadini di essere liberi di scegliere. Infine, la nuova amministrazione Obama sta cercando di capire come stiano realmente le cose ed i segnali di insofferenza verso il presidente Karzai non sono stati nè flebili nè nascosti, tanto da indurre il Segretario di Stato Usa, Hillary Clinton, a chiedere espressamente di non rendere pubblici i risultati del voto prima di approfondite verifiche sulla loro regolarità.

La corruzione nel governo è malattia endemica, nelle zone sotto il controllo dei signori della guerra anche. Secondo il rapporto del Senlis Council (adesso ribattezzato International Council on Security and Development, Icos), nel novembre 2007 i talebani avevano una presenza stabile nel 54 per cento dell’Afghanistan, al termine del dicembre 2008 avevano esteso la loro sfera d’influenza al 72 per cento del Paese.

Insomma, i militari ed i civili morti ieri sono le vittime annunciate di una guerra in corso da anni. L’Italia, forse in violazione dell’articolo 11 della Costituzione che recita: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”, sta partecipando ad una spedizione militare senza sbocchi, non contro gruppetti di terroristi, ma contro un temibile esercito organizzato di talebani e contro un numero non chiaro di altre formazioni paramilitari di minori dimensioni in lotta per il controllo di zone specifiche del Paese.

I politici italiani sanno molto bene cosa accade nell’inferno afgano, ma continuano a parlare di ‘terrorismo internazionale’, di ‘democrazia’, di ‘liberazione’. E tacendo ai cittadini rilanciano ogni giorno una cortina fumosa demagogica per coprire le proprie responsabilità.

La morte tragica di Antonio Fortunato, Matteo Mureddu, Davide Ricchiuto, Gian Domenico Pistonami, Massimiliano Randino e Roberto Valente segue quella di altri 355 soldati caduti dall’inizio dell’anno. In una escalation di vittime impressionante. 12 nel 2001, 69 nel 2002, 57 nel 2003, 59 nel 2004, 131 nel 2005, 191 nel 2006, 232 nel 2007, 294 nel 2008. 1400 ragazzi di 24 Paesi in otto anni.

Nel dibattito di ieri al Senato alcuni parlamentari hanno detto: “Non è oggi la giornata delle polemiche, oggi è quella del cordoglio”. Non è vero, questo è il momento della denuncia delle responsabilità di chi ha coinvolto il Paese e le nostre forze armate in una avventura che nulla ha risolto in Afghanistan. Per altro la Corte penale internazionale sta raccogliendo informazioni su eventuali crimini di guerra commessi in Afghanistan non solo dai talebani, ma anche dalle truppe Nato. ”La Corte sta analizzando numerose accuse, mosse da diverse fonti, di massacri e torture. Se risultassero fondate, potremmo iniziare un’investigazione ufficiale” ha dichiarato a settembre il procuratore della Cpi dell’Aja, Luis Moreno Ocampo.

Abbandonare oggi il Paese è impossibile, perchè vorrebbe dire lasciare i cittadini in balia dei talebani, ma neppure rimanere in queste condizioni ha un senso. L’unica soluzione possibile è tornare al dialogo, alle trattative, alla politica.

Ed anche è necessario che i partiti politici smettano di mentire agli italiani e si assumano le responsabilità per quello che sta succedendo da anni.

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